Alice Hoffman.
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La regina di ghiaccio.
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Titolo originale: The Ice Queen.
Traduzione di: Silvia Nono.
2005. Fazi Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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State attenti a ci che desiderate. Lo dico per esperienza. I desideri sono cose brutali, che non perdonano. Ti bruciano la lingua nell'istante in cui li pronunciate e non potete pi ritrattarli. Si apre cos l'elettrizzante romanzo di Alice Hofffman.
A otto anni la protagonista del romanzo ha espresso un desiderio terribile. E questo si  avverato, con conseguenze disastrose. Presa coscienza del suo terrificante potere, la protagonista capisce di rappresentare un pericolo per gli altri e decide di fuggire da tutto e da tutti. Trova lavoro in una piccola biblioteca di periferia e ne fa il suo rifugio. Finch un giorno non rimane lei stessa vittima di un suo desiderio autodistruttivo:  colpita da un fulmine.
Ma questo non la uccide, anzi, le cambia la vita per sempre, avvolgendole il cuore e i sensi in una spessa coltre di ghiaccio.
Frequentando un corso di riabilitazione per le vittime dei fulmini, apprende dell'esistenza di Lazarus Jones, un individuo leggendario che, colpito da un fulmine,  stato dichiarato morto per quaranta minuti prima di rinvenire e chiudersi nella sua fattoria. La protagonista, affascinata dal personaggio, si ostina a incontrarlo.
Lui  il suo contrario, un uomo la cui pelle scotta come il fuoco. Forse l'unico in grado di sciogliere il suo cuore di ghiaccio. Tra i due inizia una difficile e contrastata relazione. Ma Lazarus  anche un uomo che nasconde dei pericolosissimi segreti...
La regina di ghiaccio  una meravigliosa, ipnotizzante favola gotica e una toccante storia d'amore. Alice Hoffman, una delle "regine della letteratura onirica,  unica per la sua capacit di creare mondi paralleli tanto visionari quanto realistici e di raccontare il nostro attraverso di essi.
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L'AUTRICE.
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Alice Hoffman  nata nel 1932 a New York. E autrice di diciassette romanzi di successo, tradotti in venti lingue e amati dal pubblico e dalla critica di tutto il mondo. Da un suo libro  stato tratto il film Amori e incantesimi, con Sandra Bullock e Nicole Kidman.  considerata una delle pi importanti
scrittrici contemporanee americane. Vive a Boston.
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La regina di ghiaccio.
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Capitolo primo.
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Neve.
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1.
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State attenti a ci che desiderate. Lo dico per esperienza.
I desideri sono cose brutali, che non perdonano. Vi
bruciano la lingua nell'istante in cui li pronunciate e non
potete pi ritrattarli. Lasciano lividi, lievitano e poi tornano
a tormentarvi. Nella mia vita ho espresso fin troppi desideri,
a cominciare dal primo, a otto anni. Non si trattava
di un gelato, di un abito elegante, n di avere capelli lunghi
e biondi. Era un desiderio d'altro tipo, di quelli che
fanno tremare fin nelle ossa e poi s'impiantano in fondo alla
gola, un rospo vermiglio e avido che quasi vi strozza finch
non lo sputate fuori ad alta voce. Del tipo che pu cambiarvi
la vita in un attimo, senza dare al desiderio di ritrattarlo nemmeno il tempo di nascere.
Mi trovavo nel posto sbagliato nel momento sbagliato,
ma non cominciano cos tutte le storie? Lo straniero che
arriva in paese e reca con s la rovina. L'uomo che cade in
un precipizio il giorno del suo matrimonio. La donna che
si affaccia alla finestra e una pallottola, una scheggia di vetro
o un ghiacciolo biancoazzurro le trafigge il petto. Ero
io la bambina che batteva i piedi e che con un solo desiderio
mise fine al mondo intero. O, comunque, al mio mondo.
L'unica cosa che importava. E chiaro che ero egocentrica,
ma le bambine di otto anni non credono quasi tutte
di essere la regina dell'universo? Non comandano le stelle
e gli oceani? Non decidono il bello e il cattivo tempo?
La sera, quando chiudevo gli occhi per dormire, immaginavo
che anche il resto del mondo si fermasse. Pensavo di
poter ottenere tutto ci che volevo, di meritare ogni cosa che desideravo.
Espressi il mio desiderio in gennaio, nella stagione del
ghiaccio, quando la nostra casa era gelida e la bolletta del
gasolio insoluta. Accadde il sedici, il giorno del compleanno
di mia madre. Eravamo senza padre, mio fratello e io.
Era scappato, lasciando a Ned e a me gli occhi scuri e nient'altro.
Dipendevamo da mia madre. A me, in particolare,
non passava nemmeno per l'anticamera del cervello che lei
potesse avere una vita propria. Mettevo il broncio quando
qualcosa me la portava via: le bollette da pagare, i lavori
che andavano e venivano, i piatti da lavare, i mucchi di biancheria.
Infiniti. Non terminavano mai. Quella sera mia madre
andava a festeggiare il compleanno con le sue due migliori
amiche. La cosa non mi piaceva neanche un po'. Forse
poteva persino divertirsi. L'appuntamento era al Bluebird
Diner, un locale decaduto, famoso per i panini con l'arrosto
e le patatine fritte con la salsa. Soltanto un paio d'ore
tutte per lei. Solo una piccola festicciola.
Non m'importava.
Forse mio padre era un egocentrico; forse l'ho ereditato
da lui, insieme con il colore degli occhi. Volevo che mia
madre rimanesse a casa per farmi la treccia che mi scendeva
gi fino alla vita. Se lasciavo i capelli sciolti quando
dormivo, mi si riempivano di nodi, e poi ero preoccupata
perch mio fratello mi aveva raccontato che sotto il nostro
tetto vivevano dei pipistrelli. Avevo paura che la notte sarebbero
entrati in camera nostra e avrebbero fatto il nido
sulla mia testa. Non volevo restare a casa con mio fratello
che non si curava di me, che considerava le scienze pi interessanti
degli esseri umani. Ogni motivo era buono per
litigare, compreso l'ultimo biscotto del barattolo che spesso
afferravamo insieme. Lascia andare! Prima tu! Qualsiasi
fosse l'oggetto del contendere, spesso si frantumava nelle
nostre mani. Ned non aveva tempo da perdere per i capricci
della sorellina, e perch mi leggesse una storia dovevo
corromperlo. Sbrigher io le tue faccende. Ti dar i
miei soldi per il pranzo. Basta che leggi.
Quella sera mia madre non diede retta alle mie proteste.
Era inquieta. Era di corsa. S'infil l'impermeabile e prese
una sciarpa azzurra. I suoi capelli erano di un colore scialbo.
Se li tagliava da sola e si contorceva tutta per vedere allo specchio come le stavano dietro; non poteva permettersi
un vero taglio al salone, per era carina lo stesso. Non
parlavamo della nostra povert, n discutevamo mai di
quel che ci mancava. Mangiavamo pasta tre volte la settimana
e andavamo a letto con il maglione pesante; ci accontentavamo.
Ma l'avevo capito che quella sera mia madre
compiva trent'anni, che era giovane e bella e per una
volta felice? Per me, era solo mia madre. Niente di pi,
niente di meno. Niente che non comprendesse anche me.
Quando si avvi, le corsi dietro. Scalza in veranda, con i
piedi che mi dolevano. La pioggia era diventata ghiaccio e
batteva contro la verde tettoia ondulata. Parevano spari. I
chicchi di ghiaccio erano rotolati sulle assi del pavimento,
trasformando il legno in vetro. Supplicai mia madre di non
andare. La regina dell'universo. La bambina che pensava
solo a se stessa. Adesso so che le litigate pi accanite riguardano
sempre cose futili. L'istante che vi cambia una vita  di
quelli invisibili che si dissolvono come zucchero nell'acqua.
Ma andatelo a raccontare a una bambina di otto anni. Andatelo
a raccontare a chi volete, e vediamo chi vi crede.
Fu quando mia madre disse che Betsy e Amanda la stavano
aspettando e che era gi in ritardo, fu allora che
espressi il mio desiderio. Ne percepii subito il bruciore, ne
sentii il sapore amaro e tuttavia non mi fermai. Desiderai
di non vederla mai pi. Glielo dissi dritto in faccia. Desiderai
che scomparisse in quel preciso istante.
Mia madre rise e mi salut con un bacio. Fu un bacio rapido
e freddo. Aveva la carnagione pallida, come la neve.
Mi sussurr qualcosa ma non l'ascoltai. Volevo ci che volevo.
Per me non esisteva nient'altro, solo le mie esigenze.
Mia madre dovette avviare il motore varie volte prima
che si accendesse. C'era fumo nell'aria. La tettoia della veranda
vibrava insieme al motore scoppiettante dell'automobile.
Mi sentivo dentro un sapore acre. Ed ecco la stranezza
di quel desiderio, quello che la fece scomparire: faceva male.
Vieni dentro, idiota, mi grid mio fratello. Startene
l fuori servir solo a gelarti il culo.
Ned era un tipo razionale: aveva quattro anni pi di me,
era un esperto di costellazioni, di formiche rosse, di pipistrelli
e di invertebrati. Mi ripeteva spesso che i sentimenti
erano una perdita di tempo. Non mi piaceva ascoltarlo,
neanche quando aveva ragione, cos quella notte nemmeno
gli risposi. Gridando mi promise che mi avrebbe letto
un libro, una fiaba persino, per quanto disprezzasse quelle
storie. Irrazionali, impossibili, illogiche. Neppure questo
mi indusse a porre fine alla mia veglia. Non riuscivo a
distogliere lo sguardo dalla strada vuota. Ben presto mio
fratello mi abbandon a me stessa. Non l'avevano fatto
tutti? Avevo i piedi lividi e doloranti, ma rimasi l fuori
nella veranda per un bel pezzo. Finch la mia lingua smise
di bruciare. Quando alla fine rientrai in casa, mi affacciai
alla finestra; anche Ned venne a guardare, ma l fuori
non c'era nulla. Solo la neve.
Mia madre ebbe l'incidente sulla strada secondaria che
porta alla statale. Il rapporto della polizia diede la colpa alla
strada ghiacciata e alle gomme lisce, che sarebbero state
da sostituire. Ma eravamo poveri, l'ho gi detto, no?
Non potevamo permetterci nuove gomme. All'inizio il ritardo
di mia madre alla sua cena fu di mezz'ora, poi di
un'ora, e infine la sua amica Betsy chiam la polizia. La
mattina dopo, quando la nonna venne a darci la notizia,
per la prima volta mi feci la treccia da sola, quindi la recisi
con le cesoie. La lasciai ai pipistrelli. Non m'importava.
Cominciai a domandarmi se mio fratello non avesse sempre
avuto ragione. Non dar spazio ai sentimenti. Non ci provare nemmeno.
Dopo il funerale, Ned e io ci trasferimmo a casa della
nonna. Non fu possibile portare con noi tutte le nostre cose:
mio fratello lasci la sua colonia di formiche e io tutti i
miei giocattoli. Adesso ero troppo grande per giocare. La
nonna defin ci che avevo fatto a me stessa un dispettoso
taglio alla maschietta, ma come poteva definire ci che
avevo fatto a mia madre? Io lo sapevo, ma mi guardavo bene
dal dirlo. La nonna era una persona troppo dolce per
capire chi viveva sotto il suo stesso tetto. Avevo distrutto
mia madre con le mie parole e cos le parole diventarono il
mio nemico. Imparai presto a tenere la bocca chiusa.
La sera mi raccontavo una storia senza usare le parole,
tutta in testa, una storia che mi piaceva molto di pi delle
favole che leggevo. La bambina della mia storia veniva trattata
crudelmente dal destino, dalla sua famiglia e persino
dal tempo inclemente. I sentieri rocciosi le facevano sanguinare
i piedi, i corvi le strappavano i capelli. Andava di
casa in casa in cerca di un rifugio. Nessun vicino le apriva
la porta, e cos un giorno smise di parlare. Viveva sul fianco
di una montagna dove nevicava ogni giorno. Sempre all'aperto,
senza un tetto, senza un riparo, ben presto la bambina
divent di ghiaccio: la carne, le ossa, il sangue. Pareva
un diamante; la si poteva scorgere a distanza di chilometri.
Adesso era cos bella che la volevano tutti: la gente
veniva a parlarle, ma lei non rispondeva. Gli uccelli si posavano
sulle sue spalle, ma lei non si preoccupava di scacciarli.
Non ce n'era bisogno. Si sarebbero frantumati il
becco al primo colpo. Nulla ormai poteva ferirla. Dopo
qualche tempo si fece invisibile, la regina del ghiaccio. Il
silenzio era la sua lingua e il suo cuore era diventato di un
perfetto color argento pallido. Era cos forte che nulla poteva spezzarlo. Nemmeno le pietre.
Impossibile dal punto di vista fisiologico, sentenzi
mio fratello quando osai raccontargli la storia. A quella
temperatura tanto bassa, il cuore le si sarebbe davvero
ghiacciato e poi sarebbe esploso. Alla fine, si sarebbe sciolta col proprio sangue.
Non ne discussi pi con lui.
Sapevo bene qual era il mio posto al mondo. Ero l'alunna
tranquilla, la migliore amica, quella che veniva sempre
per seconda. Non volevo attirare l'attenzione su di me.
Non volevo vincere nessuna gara. C'erano parole che non
riuscivo a pronunciare: parole come rovina, amore e perdita
mi provocavano la nausea. Alla fine, rinunciai a usarle. Ma
ero una brava nipotina, svelta nel portare a termine le faccende
di casa, la preferita della nonna. Pi faccende dovevo
sbrigare, meno tempo avevo per pensare. Spazzavo, facevo
il bucato, tiravo tardi la sera per finire i miei compiti
di scuola. Alle superiori ero gi diventata la confidente di
tutti: sapevo ascoltare. Nel momento del bisogno, le mie
amiche mi trovavano al loro fianco, solida torre, sempre
pronta a dare una mano, soprattutto se i problemi riguardavano
i ragazzi, con molti dei quali, nell'ultimo anno di
scuola, andavo a letto e che, oltre ad essermi grati dei consigli
per la loro vita amorosa, erano felici di spassarsela con
una ragazza che non chiedeva nulla in cambio.
Mio fratello and a studiare prima a Harvard, poi, per la
laurea di secondo grado, alla Cornell; divent meteorologo,
una scelta perfetta per lui che voleva imporre la logica a un
mondo imperfetto. Gli offrirono un posto all'universit di
Orlon, in Florida, e non pass molto tempo prima che diventasse
professore ordinario e sposasse una matematica,
Nina, che idolatrava per la sua mente razionale e la splendida
carnagione. Quanto a me, mi cercai un lavoro per cui
il silenzio sarebbe stato una qualit preziosa. Frequentai
l'universit statale di una citt vicina, poi un corso comunale
per la specializzazione in biblioteconomia. Mio fratello trovava particolarmente esilarante che il mio lavoro fosse
considerato una scienza; io, invece, l'avevo preso molto
sul serio. Venni assegnata alla sala consultazione, dove continuavo
a dare consigli come avevo fatto alle superiori: ero
ancora la persona a cui rivolgersi per avere informazioni. In
biblioteca mi volevano molto bene, ero l'impiegata affidabile
che promuoveva la colletta per i regali di matrimonio
e organizzava il ricevimento per festeggiare una nascita.
Quando una collega si trasfer alle Hawaii, bench io fossi
allergica ai gatti, mi convinsero ad adottare la sua, Giselle.
Ma in me c'era un altro lato nascosto. Il mio io pi vero.
Quello che ricordava il ghiaccio che cadeva, ogni chicco
amaro. La sognatrice di gelidi cuori d'argento. La devota
della morte. Ero diventata una sorta di esperta degli innumerevoli
modi di morire e come ogni esperto avevo i miei
prediletti: punture d'ape, punch avvelenato, scarica elettrica.
C'erano intere categorie di cui non ero mai sazia: morte
accidentale o intenzionale, patti di morte, morte per evitare
il futuro, morte per sfuggire al passato. Dubito che
qualcun altro in biblioteca sapesse che occorrevano quattro
ore perch si verificasse il rigor mortis. Che l'arsenico, se
scaldato, profumava d'aglio. Jack Lyons, il capo della polizia
cittadina che alle superiori era stato in classe con mio
fratello, mi chiamava spesso per chiedere informazioni su
veleni, suicidi e malattie infettive. Anche lui si fidava di me.
Una volta che cominciai a svolgere ricerche intorno alla
morte, non riuscii pi a smettere. Era la mia vocazione:
credo che mi prese una vera mania. Ordinai testi di medicina,
libri di entomologia, il catalogo farmaceutico Merck
in modo da essere ben preparata sugli effetti collaterali
tossici quando Jack avrebbe chiamato. Il mio libro di consultazione
preferito era Cento modi di morire, un manuale
per malati terminali, ovvero persone che potevano avere
estrema necessit di metodi e procedure per la propria dipartita.
Comunque, ogni volta non mancavo di chiedere a
Jack Lyons se non ci fosse qualcuno pi qualificato di me
a svolgere la sua ricerca, ma lui mi rispondeva: Io so che
da te avr solo i fatti, senza interpretazioni.
Su questo, aveva torto. Ero taciturna, ma avevo le mie
opinioni: quando mi chiedevano un consiglio sulle fiabe
adatte a un bambino di otto anni, per esempio se fossero
pi indicate quelle di Andersen o quelle dei fratelli Grimm,
io sceglievo sempre quest'ultime. Ossa legate in fazzoletti
di seta e seppellite sotto un albero di ginepro, ragazzini
tanto sciocchi e spavaldi da giocare a carte con la Morte,
sorelle perfide la cui perfidia le portava a impiccarsi o a
buttarsi a testa in gi nel pozzo. Al direttore della biblioteca
giunsero in varie occasioni lamentele da parte di madri
o insegnanti furiose che avevano inavvertitamente spaventato
a morte un bambino seguendo un mio consiglio.
Ci nonostante, rimanevo delle mie idee. Il mondo di Andersen
era popolato di personaggi virtuosi e perbene. Preferivo
le storie di ragazzine egoiste che, smarrita la strada,
dovevano aprirsi un varco tra i rovi per tornare a casa, e di
fratelli incoscienti e sventati che venivano trasformati in
asini e in cigni, e pativano il prurito infernale di insetti sottopelle,
mentre il sangue luccicava fra le loro piume. Non
credevo che la gente ricevesse quel che meritava. Non credevo
a un mondo razionale e benevolo, ordinabile secondo
le nostre esigenze, n in un'esistenza perfettamente
corrispondente a una logica frutto d'invenzione. Non mi
fidavo dei grafici n dei diagrammi dell'umanit in cui il
male era diviso dal bene e il da allora in poi costituiva l'estremo opposto del qui e ora.
Quando, nelle sere ventose, dalla biblioteca m'incamminavo
verso casa, con le foglie che turbinavano e tutto
quel buio e quella quiete del New Jersey, non mi sarei sorpresa
di trovare un uomo con un'ala seduto sulle gradinate
del municipio, n d'imbattermi in un lupo affamato all'angolo
tra la Quinta Strada e la Main. Dopo tutto, sapevo
quanto fosse potente anche un singolo desiderio. Invisibile
e implacabile nel suo effetto, come una farfalla che batta
le ali in un punto della terra e con quella singola azione
cambi il tempo dall'altra parte del pianeta. La teoria del
caos, mi aveva spiegato mio fratello, era basata sul teorema
matematico secondo cui anche il minimo cambiamento influiva
su ogni cosa, condizioni atmosferiche comprese, a
prescindere dalla distanza a cui avveniva. Mio fratello poteva
dargli il nome che voleva, ma per me era solo destino.
Passarono cos, in un batter d'occhio, tredici anni in biblioteca.
Poi quindici. Portavo sempre i capelli allo stesso
modo: quel taglio che mi ero fatta all'et di otto anni era
diventato il mio segno distintivo. La gente da me si aspettava:
assistenza, silenzio, conforto. Nessuno immaginava
chi fossi davvero. Per un periodo mi vedevo, se cos si pu
dire, con Jack Lyons. Mi telefonava perch aveva bisogno
di informazioni e poi la sera mi aspettava al parcheggio. Lo
facevamo nella sua macchina. Era sesso fatto di corsa, angosciato
e folle, ma lo facevamo lo stesso. Rischiavamo. A
volte arrivava gente dalla biblioteca, c'erano giorni in cui
la neve era tantissima, cumuli alti un metro intorno all'automobile.
Forse avrei voluto che ci scoprissero, ma non
successe mai. Eravamo soli al mondo. Jack sapeva che non
mi piaceva parlare, anche se, in realt, diffidavo solo delle
mie parole. Non di quelle altrui. Lui poteva dire quello
che gli pareva. Poteva persino scappargli che mi amava,
purch non lo intendesse sul serio. Quella era la cosa importante.
La bambina rinchiusa nel ghiaccio, di fronte alla
montagna. Il gelido silenzio, cos pulito, non faceva male.
Oltre a quelle montagne, non esisteva altro per me. Nessuna
meta verso cui valesse la pena tendere.
Jack mi lasciava sempre rincasare a piedi da sola e non
tent mai di seguirmi. Pensavo che mi conoscesse meglio
degli altri. Pensavo che avesse capito che non meritavo
gentilezze, lealt n fortuna. Poi una sera mi port dei fiori,
una manciata di margherite moribonde che aveva,  vero,
raccattato su una bancarella, ma pur sempre fiori. Quella
fu la fine, fu cos che Jack rovin tutto. Non appena si
comport come se noi fossimo qualcosa di pi che due
estranei con un interesse comune per la morte e il sesso,
tutto fin. Di fronte alla possibilit che lui ci tenesse sul serio a me, io cessai di vederlo.
Senza Jack, la mia vita scorreva completamente piatta.
Quando giunse il momento, mi parve del tutto ragionevole
che fossi io ad assistere mia nonna nei suoi ultimi giorni
di vita. Mio fratello aveva i suoi impegni, la sua vita in
Florida, mentre io non avevo alcuna vita, solo la biblioteca,
la passeggiata solitaria fino a casa la sera. In fondo, era
mio dovere, toccava a me: la nonna mi voleva veramente
tanto bene, malgrado ricambiassi il suo affetto solo con zuppe
di pollo, toast imburrati, tazze su tazze di t ordinario
con miele e limone, e con una quantit incalcolabile di libri
della biblioteca. Nella nostra casa c'erano libri ovunque:
in cucina, sotto i letti, infilati tra i cuscini del divano,
troppi perch potesse leggerli tutti. Forse credevo che, se
la nonna avesse continuato a nutrire degli interessi, non sarebbe
morta; non poteva andarsene prima di aver terminato
i libri che le piacevano tanto. Devo arrivare fino in
fondo a questo qui, diceva, come se un libro non fosse diverso
da uno stagno o da un lago. Speravo che avrebbe
continuato a leggere per sempre, ma non and cos.
Dovresti goderti la vita, mi disse la nonna una notte,
mentre l'aiutavo a sorseggiare del t. Anche bere il t le risultava
difficile. Prendeva piccoli sorsi, come gli uccellini.
Dovevo tenerle la testa sollevata; odorava di limone e di polvere.
Mi venivano le lacrime agli occhi, sebbene per me
piangere fosse un'impresa impossibile. Piangere non  come
andare in bicicletta: se ci rinunci, ti dimentichi come si fa.
Puoi fare smorfie allo specchio, tagliare cipolle, guardare
film patetici, ma niente di questo potr restituirti le lacrime.
Quella notte, il consiglio inaspettato di mia nonna mi
sorprese moltissimo. Ero convinta che lei, pi di chiunque
altro, avesse capito che da tanti anni ormai la mia vita era
rovinata. Non meritavo la felicit. Come poteva, la mia dolce
nonna, non capire? Avevo gi superato l'et di mia madre
in quella notte gelata, quando aveva preso la macchina
per raggiungere le amiche. Chi ero io per potermi divertire?
Sei sempre cos negativa, mi rimprover la nonna. Hai
tutti i geni positivi. Sbalorditivo, considerando la sua situazione, la situazione del mondo.
Verso la fine della malattia, anche la nonna dovette affrontare
il dolore. Si lamentava nel sonno. Non resistevo a
vederla soffrire. Una notte, a vegliarla ci lasciai la gatta adottata,
che si era acciambellata sul letto d'ospedale preso a
noleggio, e uscii fuori dove potevo respirare l'aria salmastra.
Era primavera e il polline dei pini volava ovunque; un
giallo sulfureo copriva ogni cosa. Quella notte desiderai
che tutta la mia vita fosse stata diversa, desiderai ricominciare
da capo, a Parigi o a Londra, in Italia, persino a New
York sull'altra riva del fiume, dove ero andata a scuola.
Ero ancora giovane. Desiderai cambiare pelle, andarmene
e mai pi voltarmi indietro. Ma cominciare una nuova vita
non era la mia specialit. La morte era il mio campo; prima
che potessi fermarmi, desiderai che la sofferenza della
nonna avesse termine. Desiderai che questo mondo mollasse la sua presa su di lei.
Mor quella notte mentre dormivo sul divano. La gatta
le era accanto e, quando udii Giselle miagolare, intuii quel
che era accaduto. Mio fratello giunse in New Jersey parecchi
giorni dopo il decesso; si dovette rinviare il funerale
perch durante quella settimana si tenevano gli esami all'universit
di Orlon. A Ned bast entrare in casa per capire
cosa mi stava accadendo. Ero come un uccellino a cui
era stata aperta la gabbia e aveva scoperto di non riuscire
a volare oltre il davanzale. Tutti quegli anni trascorsi a progettare
la mia fuga dal New Jersey e ora non riuscivo neppure
ad allontanarmi dal salotto di casa. Non mangiavo
pi niente, a parte cereali e latte, le uniche sostanze che
riuscivo a non vomitare. Non mi facevo la doccia ed emanavo
un vago lezzo di muffa, il profumo della rovina e dello smarrimento. Avevo telefonato in biblioteca per avvisare
che non sarei tornata. Non avrei retto al banco informazioni.
Non avrei retto niente. Jack mi mand le sue condoglianze
su carta intestata della polizia; mi scrisse che gli
mancavo, pi di quanto non si sarebbe aspettato, e sperava
che presto sarei tornata al mio banco. Ma questo era
fuori discussione. A malapena riuscivo a vestirmi, figuriamoci
se sarei riuscita a palleggiare tra di noi inutili ricerche,
o a fare sesso con uno di cui non m'importava nulla
sul sedile posteriore della sua macchina. A volte restavo
tutto il giorno in accappatoio. Niente mi spingeva a lavarmi
il viso, a guardarmi allo specchio, a mettere fuori il naso, a respirare l'aria.
Mio fratello e io non ci parlavamo sul serio da anni.
Troppi impegni e una vita troppo lontana dalla mia. Ma
dopo il funerale venne a sedersi accanto a me, sul divano.
Come me, era allergico ai gatti e i suoi occhi gi avevano
cominciato a lacrimare a causa di Giselle.
Questa situazione  deleteria per te, mi disse Ned.
Non puoi restare qui.
Il solito razionale, come se importasse ancora qualcosa.
Razionale, come era stato quella volta. Mi torn in mente la
mattina successiva alla morte di mia madre; prima che mia
nonna arrivasse, mentre vagavo in pigiama per la casa, l'avevo
trovato in cucina. Probabilmente stava lavando i piatti,
avevo pensato. Era gi tanto ordinato.  troppo presto.
Mi aveva detto Ned. Torna a letto. E cos avevo fatto. Due
giorni dopo eravamo seduti accanto, su due sedie pieghevoli,
al funerale di mia madre. Al cimitero erano presenti
poche amiche di mia madre, tutte in nero. Ned indossava
un abito nero, forse preso in prestito: non l'avevo mai visto
prima. Io portavo un vestito blu marino con un colletto
di pizzo che avevo tagliato con le stesse cesoie usate per
i miei capelli. Una semplice bara di legno di pino, chiusa.
Ma avevo letto abbastanza fiabe da sapere che non era detto
che i morti andassero via per sempre. Forse nostra madre
stava dormendo sotto incantesimo ed era pronta a bussare
dall'interno della bara, implorando: fatemi uscire!
Poteva succedere in qualunque momento. Il cielo era
plumbeo; c'era ghiaccio per terra. E allora avevo scorto Ned
che piangeva. In silenzio. Senza emettere un suono. Doveva
essere la prima volta che lo vedevo cos e avevo distolto
rapidamente lo sguardo. La bara aveva assunto allora un
aspetto diverso. Chiusa e sigillata. Tutto finito.
Al funerale di mia nonna c'eravamo solo Ned e io. Stesso
tipo di bara di pino, stesso cimitero. Non avevamo mai
trovato il tempo di far collocare una lapide sulla tomba di
mia madre e la cosa mi fece piacere. Non ci tenevo a sapere
esattamente dove era seppellita. Forse non era stata affatto
seppellita. Forse mi ero sbagliata e lei aveva davvero
spalancato la cassa di legno ed era corsa nel buio e nel
freddo non appena ci eravamo allontanati dal camposanto.
Cercai qualche orma, anche se erano passati pi di ventanni.
Solo impronte di uccelli. E qualcos'altro. Tracce di una volpe.
Ned, oltre a sistemare tutte le faccende di mia nonna, si
era anche dato da fare per rimettere in sesto la mia vita. Mi
aveva trovato un impiego presso la biblioteca pubblica di
Orlon e una casetta in affitto, a un paio di isolati dal campus
universitario. Discutemmo sui vantaggi del trasferimento.
Dal punto di vista statistico, le probabilit non erano
a favore di Ned. Avessi avuto del denaro, avrei scommesso
che i miei prossimi vent'anni li avrei trascorsi in casa
di mia nonna, perennemente in accappatoio. Ma mio
fratello era un duro avversario, o quanto meno testardo, e
le sfide non l'avevano mai spaventato, anche se la sfida adesso ero io.
Mentre ciondolavo depressa e spizzicavo cereali, Ned
imball ogni cosa, chiam un agente immobiliare e fece
cambiare le gomme della mia macchina. E cos fu. Me ne
andavo dal New Jersey. I miei colleghi avrebbero voluto
fare una festa d'addio in biblioteca, ma senza di me non
sapevano come organizzarla. Portai con me la gatta. Non
avevo scelta. Giselle entr d'un balzo nella macchina e si
accoccol comodamente sulla giacca di mio fratello, assicurandogli
cos un viaggio in Florida a suon di starnuti.
Il giorno della partenza faceva un caldo insolito per la
stagione. L'aria era di un colore sulfureo, grigio verso l'orizzonte,
e l'umidit arrivava al novantotto per cento.
Cos ti abitui subito alla Florida. Ned era stranamente allegro.
Davanti a noi, sul Turnpike del New Jersey, c'era un diffuso
lampeggiare, ma silenzioso e tanto vivido da riuscire
a illuminare l'intero cielo. Mio fratello era deliziato da questo
tempo; proprio allora era in corso presso il suo dipartimento
una ricerca sui fulmini e lui ne era uno dei consulenti.
Se non ci fossero i temporali, la terra perderebbe il suo
potenziale elettrico in meno di un'ora, mi disse Ned.
Mentre guidavo, lui prendeva appunti sul temporale.
Ero abituata a stare da sola e a parlare da sola; distrattamente,
espressi un altro desiderio a voce alta, malgrado
bruciasse. Desiderai che un fulmine mi colpisse.
Col cavolo che ti piacerebbe, esclam mio fratello.
Una delle attivit del dipartimento di Meteorologia di Orlon
consisteva nello studio delle lesioni neurologiche nelle
vittime da fulminazione, progetto a cui collaboravano
anche un'quipe di fisici e di biologi. Non hai idea dei
danni che pu causare. Neanche li immagini.
Ma in realt non aveva alcuna importanza. Avevo espresso
un altro desiderio di morte e da quel sapore amaro in
bocca gi intuivo cosa sarebbe accaduto.
Era troppo tardi per ritrattarlo.
...
.
...
2.
...
.
...
La gatta non era affatto entusiasta del trasferimento.
Come darle torto, Orlon non era certo il paradiso. I gatti,
in fondo, sono creature abitudinarie che si affezionano, si
dice, pi alla casa che alle persone. Questo valeva senz'altro
per la gatta per cos dire mia, che mai aveva dato segno
di sentire la mancanza della padrona da cui l'avevo ereditata.
Nemmeno per un attimo si era messa alla finestra,
aspettando che qualcuno venisse a salvarla. A dire il vero,
non sembrava neppure accorgersi dell'esistenza degli esseri
umani. Il mio obiettivo. La mia gattina.
Giselle, la chiamavo quando era in giardino, ma lei m'ignorava
e faceva guizzare la coda, come se io fossi nient'altro
che una mosca, una delle migliaia che parevano prosperare
a Orlon. Non piacevo nemmeno alla mia gatta. Cosa
pretendevo? Malgrado tutte le promesse di mio fratello,
la vita non era migliore a Orlon, solo pi calda, pi infestata
da insetti e molto pi umida che nel New Jersey nei
suoi giorni peggiori. La biblioteca dove mi ritrovai impiegata
era a corto di fondi: c'era solo un'altra bibliotecaria,
Frances York, che ci lavorava da quarantanni e a cui stava
venendo meno la vista. Da qui, il mio posto. Proprio io,
che potevo essere cos malfida, dovevo essere i suoi occhi.
Questo il panorama che mi si present davanti: gran parte
degli scaffali erano vuoti. Taglio dei finanziamenti. Disinteresse
del pubblico. Avevo pi libri nelle casse abbandonate
in magazzino nel New Jersey di quanti non ne avesse
l'intera biblioteca pubblica di Orlon. Gli utenti non avevano
a disposizione alcun computer, solo un vecchio word
processor al banco, e si continuava a utilizzare un antiquato
catalogo a schede. Quanto alla sala consultazione, praticamente
non esisteva. Dopo varie settimane di lavoro,
avevo ricevuto solo tre telefonate con richieste di informazioni:
due riguardavano l'uso corretto di un fertilizzante,
e la terza era di una bambina di seconda elementare che
voleva sapere quale facolt di Medicina avesse frequentato
il Dr. Seuss. Forse avrei dovuto mentire alla mia giovane
utente, ma non era nella mia natura. Quando le dissi
che il suo scrittore preferito non era un medico, e in realt
non si chiamava nemmeno Seuss, mi sbatt il telefono in
faccia. Temo di essere stata la prima ad averle detto di non
fidarsi delle parole, neppure di quelle nei libri.
Essendo Orlon una cittadina universitaria, gli studenti
potevano usufruire dei mezzi tecnologici degli istituti:
dunque il nostro modesto edificio non esercitava alcuna
attrattiva su di loro. E poich i fondi a disposizione non
consentivano l'acquisto di nuovi volumi, anche la popolazione
locale girava al largo dalla biblioteca. L'unica attivit
settimanale era il circolo di lettura per bambini dell'asilo,
ma il gruppo rischi di sciogliersi quando io lessi La
guardiana delle oche, una storia che narrava di Falada, un
cavallo sincero, adorato e leale, che continuava a parlare
anche se gli avevano mozzato la testa e l'avevano appesa al
muro. Frances torn a leggere le fiabe, bench fosse quasi
cieca e dovesse tenere il libro appiccicato al naso per riuscire
a decifrare le parole. Fu molto garbata nel rimuovermi
da quell'incarico e io compresi perfettamente le sue
ragioni. La morte era la mia specialit, non i vivaci pargoletti.
Abbandonai volentieri il gruppo di bambini, piuttosto
sollevata all'idea di risparmiarmi ogni gioved pomeriggio
il bailamme di quelle piccole creature chiassose.
Nelle mie ore in biblioteca mi sorpresi a provare nostalgia
delle domande sulla morte. Il New Jersey mi appariva
allora non pi come un incubo, ma piuttosto come un
bel sogno. Fissavo il telefono e sentivo la mancanza di Jack
Lyons e delle sue chiamate; le nostre conversazioni pi intime
e pi lunghe avevano riguardato le malattie diffuse
dalle zanzare e, in particolare, il virus del Nilo Occidentale.
Quanto a mio fratello, lui e Nina erano molto presi dai
loro impegni universitari; dopo che mi avevano aiutata a
sistemare la casa (e mio fratello si era dimenticato di avvisarmi
che era priva di condizionatore, munita solo di un
ventilatore a pala) li vedevo raramente. Ma da loro non mi
aspettavo nulla di pi: perch mai avrei dovuto? Avevano
la loro vita, dopo tutto.
La sera ascoltavo la radio e occupavo il mio tempo facendo
stragi di mosche con un aggeggio acquistato al negozio
di ferramenta Acres'. Un pizzico di morte a casa.
Qualcosa che capivo. Qualcosa in cui ero brava. Potevo
ucciderne a centinaia in un attimo. Lasciavo mucchi di cadaveri
sul davanzale. Mi stavo dedicando a questa impresa
quando accadde. Avevo l'acchiappamosche in mano
quando vidi davanti a me qualcosa che somigliava a una
palla da tennis. La finestra era aperta, le pale del ventilatore
giravano, il cielo era afoso. Pensai che i bambini del
vicinato avessero centrato la mia finestra con una palla. I
bambini, di qualsiasi et e altezza, non mi entusiasmavano.
Sapevo come la pensavano e di che cosa erano capaci. Stavo
per mettermi a urlare contro i colpevoli perch sloggiassero
dal mio prato. Ma poi mi accorsi che la palla brillava
in modo strano, era cos luminosa che dovetti socchiudere
gli occhi. Quando distolsi lo sguardo notai che la
punta dell'acchiappamosche che tenevo in mano era in
fiamme e che sul pavimento piovevano scintille, come un
fuoco d'artificio del Quattro Luglio.
Rimasi paralizzata, credo, incapace di reagire, potevo
solo osservare la palla che cadeva a terra. Sentii uno schianto
potente: una sorta di esplosione, come un botto. Pensai
alla grandine che rimbalzava dal tetto quando mia madre
era partita con la macchina. Un rumore di morte. Il tonfo
di ci che  inevitabile. Per un attimo pensai:  la fine del
mondo. Il mio mondo, intendevo. E, da un certo punto di
vista, fu proprio cos. In pochi secondi tutto cambi. Se mi
fossi voltata a sinistra invece che a destra forse non sarebbe
successo, se la mosca che avevo spiaccicato non fosse
entrata da un foro della zanzariera, se non fossi mai partita
dal New Jersey, se in Sudamerica una farfalla non avesse
spiegato le ali e con un unico battito alterato ogni cosa,
in quel momento e per sempre.
Al mio risveglio in ospedale capii subito che, almeno in
parte, il mio desiderio si era realizzato. Lo sentivo, quel sapore
bruciante della morte. Il desiderio espresso durante il
viaggio in macchina verso la Florida aveva parzialmente
compiuto la sua missione: ero ancora mezza viva. Non riuscivo
a muovere il lato sinistro del corpo. Braccia, gambe,
busto erano stati colpiti tutti. Nel complesso, nessun danno
agli Organi: i reni e i polmoni non avevano riportato alcuna
conseguenza. Il cuore, invece, ne aveva sofferto e c'era
stata una lesione neurologica, che era tra le cause di
morte pi frequenti nelle persone folgorate. Tuttavia mi informarono
che ero fortunata di trovarmi a Orlon, dove i
fulmini erano pi numerosi che nel resto della Florida: gloriosa
Florida, lo Stato in testa alle classifiche per decessi e
danni per fulminazione. Grazie a ci, nella nostra contea
l'assistenza sanitaria era eccellente. La cosa avrebbe dovuto
riempirmi di gioia. Sarebbero state necessarie una fisioterapia
e la seria frequentazione di un cardiologo, dato che
il mio cuore adesso saltava un battito. Lo sentivo palpitare
irregolarmente dentro di me: lacerazione del pericardio
posteriore, mi dissero. A me sembrava soltanto un uccellino
intrappolato dentro di me, mentre avrebbe dovuto volare
libero, fuori dalla gabbia delle mie costole doloranti.
Per tutto il tempo in cui, sotto gli sguardi attenti di mio
fratello e di Nina, mi illustrarono la mia situazione, l'unica
cosa su cui riuscivo a concentrarmi era il ticchettio nella
mia testa. Non era un fatto insolito in casi come il mio, mi
rassicur il medico quando me ne lamentai. N lo erano la
nausea, il dolore al collo, il gonfiore in viso o l'insensibilit
delle dita. Niente in confronto a ci che avevo scampato!
Edema polmonare, rottura della membrana del timpano
(sordit in seguito a rumore e a trauma), ustioni causate dai
vestiti in fiamme, gravi effetti a livello vascolare, infarto, cataratte,
lesioni al cervello, agli occhi e all'epidermide.
Ero rimasta priva di conoscenza per trentadue ore e
perci mi avevano attaccato la flebo. Ovviamente, tutto mi
appariva confuso. Naturale, mio fratello e Nina avevano
un'aria preoccupata. E cos non aprii bocca quando l'infermiera
entr in camera con il vassoio della cena. N dissi
una parola sul fatto che il budino che mi veniva offerto
era del colore dei sassi. L'infermiera stessa, che non poteva
avere pi di venticinque anni, sembrava avere lunghi
capelli bianchi. E spolverati di neve erano i fiori che mi
avevano portato mio fratello e sua moglie. Allora compresi.
Avevo perduto completamente la capacit di vedere il
rosso. Tutto quello che prima era stato rosso, adesso era
annebbiato e pallido. Vedevo solo ghiaccio; sentivo solo il
gelo del mio io rovinato. Forse era stata una reazione oculare
al calore della scarica: l'emorragia del vetrino era uno
dei possibili effetti agli occhi, oltre ai graffi alla cornea e alle
cataratte. Come mai l'assenza di un colore mi affliggesse
tanto profondamente non avrei saputo dire, fatto sta che all'improvviso
mi sentii completamente defraudata. Avevo
perduto una cosa senza avere avuto il tempo di comprenderne
il valore e ormai era troppo tardi.
Rimasi in ospedale quasi due settimane. Mio fratello non
veniva spesso a trovarmi; Nina, in compenso, si recava tutti
i giorni a casa mia a dar da mangiare a Giselle. Quando
finalmente mi dimisero, camminavo ancora con una gruccia,
data la debolezza del mio lato sinistro, e fu Nina a venirmi
a prendere e ad accompagnarmi a casa. Mia cognata,
notai, mi aveva anche riempito il frigorifero. Probabilmente
aveva persino passato l'aspirapolvere. Capivo perch
mio fratello si sentisse attratto da lei. Nina era una persona
razionale, credeva fermamente nell'ordine e, come
mio fratello, non stravedeva per le emozioni. Torcendosi le
mani, rimase in piedi a guardarmi mentre mi sedevo sul divano a piangere.
Scusa, mormorai a Nina. Lei annu e mi fece un cenno
con la mano. E io non mi fermai, dando fondo a quasi
tutta la scatola di fazzolettini di carta. Era il mio primo
pianto da tanto tempo ed esagerai un po'. Rimasi seduta a
singhiozzare, scossa da brividi. D'un tratto, mi sentivo completamente
sopraffatta, distrutta, un vero relitto. I capelli
mi cadevano a ciocche e poi quello spaventoso ticchettio
che sentivo dietro nella testa. Non riuscivo ancora a digerire
i cibi solidi. Il medico mi aveva detto che i miei sintomi
erano simili a quelli dell'avvelenamento per radiazioni.
Proprio cos mi sentivo: avvelenata, dalla testa ai piedi, fin
dentro le ossa. Lungo tutto il lato paralizzato mi pareva
quasi d'essere stata strizzata, che mi avessero attorcigliato.
Un corto nel mio sistema elettrico, immagino. Scomparsa
la mia vera essenza, il mio io interiore. Toccavo gli oggetti
e non riuscivo a percepirli. Come se tutte le cose solide mi
scivolassero via. Dentro, il mio cuore sembrava congelato.
L'aria era ancora umida e soffocante; la Florida coglieva
impreparato chiunque non fosse di quelle parti. L'estate
era ancora lontana, eppure l'afa esplodeva a mezz'aria, poi
scendeva e te la sentivi addosso, pesante. Tuttavia, quando
Nina mi chiese se volevo qualcosa, le risposi un t caldo.
Rimasi seduta a rabbrividire, pi fredda che mai. Ghiaccio
nelle mie vene. E, a quanto pareva, ghiaccio anche nei miei
occhi. Mentre mia cognata preparava il t, guardai fuori
della finestra. Ogni cosa aveva preso il colore del ghiaccio.
Mi domandai se la buganvillea fosse stata scarlatta: non
l'avevo mai notata prima. Adesso la vite era pallida, spettrale,
e congelata fremeva nel caldo torrido. Mi pareva di
avere un piede in questo mondo e uno nell'altro. Non riuscivo
nemmeno a formulare per bene il mio desiderio di
morte. Ero come chi avesse tentato il suicidio gettandosi
da una finestra del terzo piano, riuscendo soltanto a spezzarsi
le ossa. Ancora viva, ancora pi o meno intera, ancora
intrappolata nella medesima vita.
Prima di andarsene, Nina mi annunci la visita di una
fisioterapista. Quando, la mattina seguente, arriv la terapista
e suon il campanello, io non aprii. Forse non volevo
guarire. Forse meritavo il mio castigo. Forse questo era
il mio destino. Seduta sul divano con Giselle, credevo di
essere al sicuro da tutte le buone intenzioni e gli aiuti. Ma
mio fratello possedeva un'altra chiave che forn alla terapista,
la quale riusc in tal modo a entrare in casa. Si present,
Peggy Travis. Come se me ne importasse qualcosa.
Come se ci tenessi ad avere un rapporto personale. Immagino
che il vestito di Peggy fosse a strisce rosse, ma per me
era grigio. Mi illustr un elenco di esercizi che avremmo
fatto per rafforzare il mio lato sinistro. Chiesi permesso.
Armeggiando con la gruccia, raggiunsi il bagno e vomitai.
 molto comune soffrire di stomaco. La mia ospite
sgradita mi aveva seguita e mi stava osservando vomitare.
Per alcuni  questione di poco tempo, per altri  diverso.
E s'interruppe. Ma io capii al volo. Per altri durava un'eternit.
Facevo veramente pena. Non riuscivo nemmeno a stringere
una pallina di gomma. Per lo sforzo compiuto nel tentativo,
mi caddero altre ciocche di capelli. Ma Peggy non
era tipo da rinunciare alle sfide. Nel suo lavoro ne aveva
visti di tutti i generi: lo zoppo, il debole, il fregato, l'incasinato,
l'azzannato, l'ustionato, il lamentoso. Me ne parl
mentre sorseggiavamo il t: il suo era ghiacciato, il mio fumante.
Durante gli esercizi avevo sudato e grugnito, la mia
faccia gonfia si era ulteriormente enfiata e incessante era
stato il ticchettio nella testa; insomma, non ero certo in vena
di chiacchiere. Era cos che ti incastravano quelli come
Peggy: aspettavano finch non avevi pi difese e poi ti
stendevano con le parole. Mi sentivo di fatto come una
bomba a orologeria, ma trangugiai il t. Non avevo scelta:
potevo solo ascoltare. Mi sorbii la storia dell'ultimo paziente
di Peggy, un uomo che era stato assalito da un bulldog.
Alla fine dell'aggressione, gli erano rimaste tre dita in
tutto, e avrei dovuto vederlo, come era stato rapido nei
progressi. E adesso lavorava dal ferramenta Acres'. E prima
era stata la volta di una donna che aveva avuto un
incidente di macchina, non riusciva nemmeno a ricordare il
proprio nome e per farle mangiare qualcosa bisognava imboccarla,
ma ora stava benissimo e frequentava il corso di
Storia dell'arte all'universit di Orlon.
Sapevo benissimo dove voleva arrivare Peggy. Allora,
hai capito? Lo vedi? Puoi farcela anche tu! Mettiti sotto!
Impegnati di pi!
I casi di Peggy erano tutti dei successi. Forse avrei dovuto
avvertirla: i venti stavano per cambiare. Ero ostinata
e probabilmente ce la misi tutta a fallire, e tuttavia ci furono
piccoli miglioramenti, almeno in superficie. Non menzionai
mai l'assenza del colore rosso, il ronzio sotto la pelle,
il ticchettio in testa. L'unica creatura a cui non potevo
nascondere i miei malanni pi segreti era la gatta. A volte
Giselle mi si sedeva vicino e mi posava la zampa sul braccio.
La zampa cominciava allora a vibrare violentemente e,
dopo un istante, Giselle la spostava e mi osservava. In quei
momenti avevo l'impressione che mi capisse. L'unica creatura
dell'universo che comprendesse davvero come mi
sentivo. Non c'era da meravigliarsi se poi non le piacevo.
Non ero riuscita ad abbindolarla neppure per un istante.
Frances York promise di conservarmi il posto in biblioteca,
in quell'edificio privo di libri e sottoutilizzato. Quando
mi chiam per comunicarmi la notizia esclamai: Oh che
gioia. Non colse il sarcasmo; pens che lo dicessi sul serio.
Ma certo, mia cara. Resteremo insieme.
Non sapevo se intendesse noi bibliotecarie, o noi perdenti,
o noi donne sole di fronte a una tragedia. Anche lei
doveva avere le sue tragedie, non che bramassi conoscerne
i particolari. Avrei voluto dirle che avevo fatto sesso, senza
un fine preciso ma con regolarit, con un tipo nel parcheggio
della biblioteca dove lavoravo prima. Con uno
che non amavo e che non volevo mi amasse. Che l'avevo
fatto anche d'inverno, quando il ghiaccio copriva ogni cosa
e il nostro fiato annebbiava i finestrini. Avrei voluto dirle
che da quando ero stata colpita da un fulmine, passavo
le notti a vomitare e ad ascoltare quel ticchettio in testa, e
che gli occhi, le grucce della sua vista manchevole, mi facevano
tanto male che probabilmente non avrei mai pi
letto un libro. Avrei voluto dirle che ero riuscita a eliminare
quasi tutte le persone che avevo amato di pi nella vita,
morte per prossimit e per desideri inconsulti, e tuttavia
non ero ancora riuscita a disfarmi di me stessa. Invece le
dissi Grazie, e le promisi che l'avrei tenuta al corrente della
mia situazione; non appena avessi recuperato le forze,
sarei tornata in biblioteca.
La mia vita era vuota e andava bene cos. Ci ero abituata.
Eppure, che mi piacesse o meno, c'era chi pretendeva
qualcosa da me. Dovevo partecipare a una ricerca sulle vittime
da fulminazione e mio fratello insisteva perch mi
unissi al gruppo di pazienti tenuti in osservazione da un'quipe
di biologi, neurologi e meteorologi al terzo piano
del Centro Scientifico dell'universit. Mio fratello, sebbene
apparentemente si sentisse colpevole di quanto mi era
accaduto, cercava di evitarmi. Meglio non vedere ci che
ti disturba. Meglio classificarlo, esaminarlo, incasellarlo all'interno
di una ricerca. Per come la vedevo io, il senso di
colpa di Ned aveva le sue radici nella teoria del caos. Quelle
rare volte che mio fratello mi telefonava, era solo per discutere
le probabilit che avevo avuto di essere colpita da
un fulmine. Se lui non si fosse impuntato, non mi sarei trasferita
in Florida e, se non mi fossi trasferita, non sarei stata
folgorata e cos via. Non ne potevo pi di quella tiritera,
e poi non volevo certo vederlo soffrire. C'ero gi io a
soffrire ed era pi che sufficiente.
Cos accettai.
Gli esperti mi davano colpi col martelletto, tracciavano
grafici delle mie pulsazioni cardiache, esaminavano il mio
scheletro. Incontrai un neurologo. Un cardiologo. Poi uno
psicologo. Mi sottoposero a una batteria di test d'intelligenza,
rassicurandomi che non aveva alcuna importanza se
non riuscivo a rammentare il nome di personaggi storici
che la maggior parte dei ragazzini di quinta poteva snocciolare.
Poi fu la volta dei test psicologici; me li aspettavo,
quelli. Alle domande risposi sempre che era tutto falso.
Mi spiegarono che vi erano varie categorie di fulminazione:
a schizzo, per contatto, per salto di tensione, trauma
moderato e colpo diretto. Io ero stata investita da uno schizzo:
l'acchiappamosche, a quanto pareva, si trovava tra me e
la piena potenza di una scarica che poteva raggiungere i
centoventi milioni di volt. Il novanta per cento delle persone
fulminate sopravvive, ma il venticinque per cento riporta
gravi danni, alcuni dei quali non vengono alla luce per
mesi e persino per anni. Mio fratello mi fece recapitare a
casa parecchi volumi e lo staff medico mi riemp di opuscoli.
Non credo intendessero soltanto ragguagliarmi sulla
materia: volevano farmi sapere quanto ero stata fortunata
ad essere ancora viva.
Alla fine del mese il neurologo che seguiva il mio caso,
il dottor Wyman, afferm che stavo compiendo progressi
notevoli. Io lo sapevo che non era vero. D'accordo, ero
passata dalla gruccia al bastone, da una seduta di fisioterapia
al giorno a due la settimana e alla fine facevo gli esercizi
da sola. Peggy mi aveva lasciata per il suo nuovo paziente,
un signore anziano che era caduto dalle scale e si
era fratturato tutte le ossa delle gambe. Per quanto riguardava
la mia fisioterapista, io ero a posto. Su, forza, godiamoci
questo bel tempo che ci offre la Florida, ecco cosa stava
dicendo, ne ero certa, all'uomo dalle gambe rotte. Il
dottor Wyman stava senz'altro discutendo il mio caso con
i colleghi. Che progressi sorprendenti! Quando gli confessai
il mio problema con la vista, sostenne che la scomparsa
di un singolo colore non era certo motivo di preoccupazione.
Per lui, forse, era niente, ma per me la perdita del
rosso era devastante; il vuoto in cui mi aveva gettato mi faceva
disperare. Nel mio mondo, una ciliegia non era diversa
da un sassolino. Oh, quanto mi mancavano cose che
prima non avevano contato affatto per me. Una mela, un
garofano, un uccellino che sapevo essere un cardellino, ma
che ai miei occhi era grigio come una colomba.
Non c'erano parole per dire quanto avesse torto il dottor
Wyman nella sua valutazione del mio caso. In realt,
stavo peggiorando. Il pianto, la sensazione di freddo dentro
di me, il terrore che mi prendeva ogni volta che mettevo
un piede fuori la porta. Ma come avrei potuto spiegare
al medico che cosa non andava in me? Non lo capivo io
stessa. Non sapevo descrivere il dolore; il dolore del nulla.
Avevo paura del tempo, del clima, persino dell'aria. A
cosa mi potevano servire le norme di sicurezza? Evitate l'acqua,
gli oggetti metallici, i tetti; durante un temporale state
lontani dal telefono; non pensate che il vetro vi possa proteggere;
anche se un temporale si trova a dodici chilometri,
non illudetevi di essere al sicuro dai fulmini. Evitate la vita,
forse questa era la risposta. La pi importante norma precauzionale.
Tenetevi lontani da tutta la vita.
Priva di parole, potevo solo compiere gesti. Per mostrare
al medico quanto fossero scarsi i miei progressi, per
mostrargli di cosa era fatto il mio mondo, spaccai il vetro
di una finestra con la mano. Un gesto sbalorditivamente
stupido, ma forse Peggy aveva ragione. Forse volevo essere
aiutata, forse avevo un disperato bisogno di aiuto. Ero
intrappolata dietro un vetro: fredda, vuota, morta dentro.
Era cos che mi sentivo, Dottore, se proprio lo vuole sapere: a pezzi.
All'interno del Centro Scientifico l'aria era fresca, frizzante,
e la temperatura controllata. Quando l'aria bollente
penetr attraverso il vetro rotto nella stanza gelida, fu
un'esperienza quasi traumatica. Il medico fece un balzo all'indietro.
Il pavimento si copr di vetri scintillanti. In verit,
avevo stupito anche me stessa. Era come se la bambina
della mia storia infantile avesse improvvisamente fatto
uno scatto in avanti, contro il suo involucro blu ghiaccio.
Santo cielo!, esclam Wyman. Cosa si  messa in testa?.
Lungo il mio braccio scorreva sangue, immagino. A me pareva colla.
 matta?, mi chiese il mio dottore.
Una domanda quanto mai poco opportuna per un medico.
A voler essere sinceri, poi, pensavo che caso mai dovesse
dirmelo lui, se ero matta o meno. Dopo tutto, era lui
che faceva le diagnosi, era lui a nutrire una certezza cos
granitica sui miei progressi.
Gli inservienti stavano tagliando l'erba del prato e il
ronzio che producevano si mescolava al ticchettio dentro
la mia testa, tanto che smisi di ascoltare il medico. Mi riportarono
all'ospedale in ambulanza, bench un paio di
suture fosse tutto ci di cui avevo bisogno. Volevo solo fargli
capire il mio punto di vista. Cosa c'era di male? Eccoli
l, i pezzetti di me stessa: sangue, panico, dolore. Dovevo
nominarglieli uno a uno?
Medici internisti e un'quipe psichiatrica mi tennero
sotto osservazione per quarantotto ore, durante le quali mi
sforzai di essere estremamente gentile. Era una commedia
che mi riusciva sempre. L'avevo imparata alle superiori.
Sono come tu mi vuoi, sono la ragazza che sa ascoltare.
Ben presto le infermiere cominciarono a confidarsi con me
e a raccontarmi le loro storie d'amore, come avevano fatto
le mie amiche alle superiori. La dietologa mi si affezion
in modo particolare: sua madre stava morendo e lei
chiudeva la porta della mia camera per lasciarsi andare e
piangere davanti a me. Non le raccontai la mia storia, n di
mia madre che correva verso l'automobile, n della mia cara
nonna che gridava nel sonno.
Ma, durante tutta la mia permanenza nel reparto psichiatrico,
fui praticamente un pezzo di ghiaccio. La mia
prima crepa di pianto era stata senz'altro un'anomalia.
Dalla camera, il mio sguardo vagava lontano, in cerca di
montagne, ma c'erano solo finestre con le grate e alte cime
di palmette. Le cose che mi erano pi presenti erano
quelle che non potevo vedere: i gerani nei vasi lungo il davanzale,
pezzi grigi e neri disposti su scacchiere incolori, le
bocche delle infermiere che si confidavano con me, labbra
di un bianco cos ghiacciato da sembrare congelate.
Quando mi dimisero (altri progressi!) presi un taxi fino
a casa. Giselle, affamata, camminava avanti e indietro
davanti alla porta. Questa volta Nina si era dimenticata di
lei e consolai la povera creatura con del tonno in scatola e
un piattino di latte. Mi avevano diagnosticato crisi di panico
e depressione, e non potevo essere pi d'accordo. Trauma
indotto, mi dissero. Certo, era vero. Salvo il fatto che
il trauma non era accaduto qui in Florida. E i fulmini non c'entravano nulla.
Quando feci uscire in giardino la gatta notai un cambiamento
nell'aria. Fu una sensazione stranissima. Mi sembrava
di essere una nuvola invece di un essere umano. Sapevo
che di l a breve si sarebbe messo a piovere. Potevo
sentire nell'aria gli atomi carichi di elettricit e svelta richiamai
in casa Giselle, prima che si bagnasse il suo mantello.
Mentre stavo infilandomi a letto, cadde un fulmine
a sette chilometri di distanza. La scarica divise in due un
pino e provoc un incendio che incener parecchie case.
Erano fulmini estivi, di quelli che compaiono senza tuoni,
senza un segno. Ma io non avevo bisogno di nessun avvertimento.
Era l'unica cosa che riuscivo a sentire nel profondo, dentro di me.
...
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Capitolo secondo.
...
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...
Luce.
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...
1.
...
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...
Che differenza c' tra i fulmini e la magia? E' un indovinello che i meteorologi ripetono spesso.
La magia ha un senso. I fulmini no, neppure agli occhi
degli esperti. Sono dettati dal caso, sono imprevedibili. Possono
essere piccoli come un fagiolo o grandi come una casa.
Silenziosi o fragorosi, cinerei o limpidi. Possono essere di
qualsiasi colore: rosso o bianco, azzurro o nero fumo; e sembrano
disporre di una propria volont. I fulmini scendono
fluttuando per i caminetti ed entrano dalle finestre chiuse,
insinuandosi tra le molecole del vetro. Come dicono molti esperti,
i fulmini hanno una loro agenda personale; per quante
precauzioni si possano prendere, riescono sempre a causare
danni. Nasconditi, ma forse ti scoveranno lo stesso. Prevedi,
ma la tua previsione potr essere facilmente smentita.
Il fulmine ci prova gusto a decidere chi saranno gli eletti,
selezionando uno tra molti, individuando alcune persone
tra centinaia, persino migliaia. Gioca tiri mancini e a
quanto pare si diverte pure. Un fulmine pu raggiungere
cinquantamila gradi Fahrenheit, oltre cinque volte il calore
prodotto dal sole; pu estendersi quasi per duecento
chilometri ed essere sottile come un mignolino. Gli effetti
sono misteriosi e impensabili. Pu capitare che in un primo
momento un albero colpito da un fulmine non presenti
alcun danno ma a distanza di mesi, improvvisamente,
diventi secco. Le porte escono dai cardini; le automobili
s'incendiano e, quando il fuoco si spegne, l'unico pezzo
che funziona  la radio, che canticchia una triste canzone.
Una persona chiacchiera al telefono al sicuro nella propria
casa e il fulmine la raggiunge correndo sui cavi e, attraverso
la cornetta, la rende sorda. Un cane, colpito da un
fulmine, scoreggi nero zolfo per settimane. A uomini calvi
sono volati via i toupet, a donne sono stati strappati i vestiti,
bambini hanno riferito di aver visto oggetti infuocati
roteare nelle loro camere e nessuno voleva crederci finch
l'elettricit  saltata o le pareti stesse hanno preso fuoco.
Alcune persone, dopo essere state colpite, si rimettono
in piedi e finiscono la partita a golf, tornano al loro lavoro
e hanno una bella storia da raccontare agli amici. Altre sono
rovinate per sempre.
 magia? Ha qualche senso? Gran parte dei fenomeni
meteorologici fuori dall'ordinario sono spiegabili razionalmente.
Le piogge di sangue, un tempo ritenute la manifestazione
della collera degli di, sono in realt la conseguenza
dell'emissione di meconio da parte di una massa di
lepidotteri nell'emergere simultaneamente dalla crisalide.
Le piogge nere, quelle credenze popolari, sono in realt
pietre sollevate in aria da vortici di vento e depositate altrove.
Per le rane che piombano gi dal cielo vale lo stesso
discorso, la magia non c'entra niente: le povere creature
vengono semplicemente prelevate da qualche parte da
una tempesta di vento e deposte sulle rive di un altro paese.
E se poi queste rane aprono la bocca e ne sgorgano perle?
Anche in questo caso la razionalit ha il sopravvento: le
rane sono state probabilmente sollevate in aria dai mari
della Cina, culla di perle che brillano in una dozzina delle
sfumature pi incredibili... rosso, scarlatto, cremisi. Perle
del colore di un cuore umano.
All'universit di Orlon i ricercatori stavano procedendo
all'incontrario, cercavano di comprendere i fulmini
studiandone gli effetti sulla fisiologia umana. Il nostro gruppo
di sopravvissuti s'incontrava la sera nella caffetteria del
Centro Scientifico. I corsi estivi non erano ancora iniziati e
per il momento il campus era tranquillo. Non credevo nell'utilit
dei gruppi di sostegno, perch mai avrei dovuto
frequentarne uno? Niente poteva salvarmi. Tuttavia mio
fratello sosteneva che il gruppo faceva parte del progetto
di studio a cui avevo promesso di collaborare. Per il bene
di tutti, un punto di vista che avevo considerato di rado.
Ned chiamava spesso e mi pungolava a condurre a termine,
una volta tanto, un progetto che avevo iniziato. Non
aveva tutti i torti, immagino. Ma comunque l'idea di attraversare
il campus universitario, per quanto deserto, con i
capelli che mi cadevano a ciocche e appoggiandomi a un
bastone per non zoppicare come un vecchio folletto, non
mi garbava affatto. E mi pareva di avere nel mio sistema
nervoso un vecchio folletto, che punzecchiava ora questo
ora quello. Che mi rammentava quella che ero stata e quella
che non sarei stata mai pi.
Probabilmente mi sarei tirata indietro all'ultimo minuto,
avrei dimenticato, guarda caso, l'orario, il giorno e il
luogo della riunione, se Ned non mi avesse mandato una
relazione, sapendo che mi avrebbe intrigato. Era un fascicolo
intitolato L'Uomo Nudo. Come potevo resistere?
L'Uomo Nudo riparava tetti, un mestiere pericoloso di
cui ero venuta a conoscenza leggendo le norme di sicurezza.
Quando venne fulminato, stava facendo gli straordinari
in casa di sua suocera. Aveva quarantaquattro anni, era
alto centottantacinque centimetri, pesava centodieci chili.
Stava diventando calvo e portava la barba. Al momento
dell'incidente aveva due birre in corpo, ma non era affatto
ubriaco. Lavorava da solo. Non aveva mai vinto la lotteria,
mai posseduto un cane, mai fatto una promessa che
non avesse mantenuto. Fino a poco tempo prima.
Quella sera stava canticchiando Ring of Fire di Johnny
Cash. In seguito si rese conto che la scelta di quella canzone
non era casuale: in quel periodo, infatti, aveva una relazione
con una commessa del centro commerciale Smithfield.
Era stata la moglie di Johnny Cash a scrivere King of
Fire quando si erano innamorati l'una dell'altro ed entrambi
erano gi sposati. Una canzone che traboccava desiderio.
Era probabilmente questo che l'aveva spinto ad
aggiustare il tetto della suocera in una serata cos poco
adatta a quel genere di lavoro. Senso di colpa e desiderio,
una pessima miscela. Le previsioni avevano annunciato
temporali, ma lui contava di avere tempo a sufficienza.
Pensava che una buona azione avrebbe compensato le sue mancanze.
Aveva torto.
A met dell'opera, aveva sentito un sibilo e si era ritrovato
a pensare all'inferno, se sarebbe finito l o meno, sempre
che esistesse un posto simile. Le dita avevano cominciato
a pizzicargli. E poi aveva visto la luna che cadeva dal
cielo, o cos gli era sembrato. Ma la luna aveva una coda e
questo era di sicuro un brutto segno. Era un fulmine a forma
di palla: cadde sul tetto e gli rotol incontro. Pareva
una cometa puntata dritta verso di lui, una cosa nerazzurra,
solida e concreta come un camion o uno stivale o un
uomo vivo che respira. Aveva pensato di trovarsi faccia a
faccia con il diavolo in persona, l'angelo caduto. Aveva
pensato a tutto quello che non aveva fatto nella sua vita.
All'improvviso possedere un cane pareva la cosa pi importante al mondo.
Il sibilo si era fatto pi forte e senza rendersi conto di
nulla l'uomo si era ritrovato in piedi sul prato, completamente
nudo salvo gli scarponi. I suoi vestiti erano un mucchietto
di cenere e la barba era svanita. Nelle fotografie allegate
al fascicolo, l'Uomo Nudo appare davanti a uno
schermo bianco: ha l'aria di un neonato, gli occhi spalancati,
appena arrivato al mondo. Mio fratello sapeva che
avrei fatto di tutto per conoscerlo di persona. In fondo ero
una bibliotecaria, di certo avrei voluto sapere come finiva
la storia. L'aveva preso, poi, un cane? Aveva troncato la sua
relazione? Aveva trovato un altro genere di lavoro, magari meno vicino al cielo?
Non appena entrata nella caffetteria, mi misi a spiare
l'Uomo Nudo. Doveva essere dimagrito da quando era stato
colpito dal fulmine. Usava un bastone, come me. Di sicuro
pure lui aveva un folletto nel sistema, un evidente danno
neurologico, ma era del genere silenzioso. Guardava fisso
davanti a s ed ebbi l'impressione che come me fosse stato
costretto a prender parte a questi incontri. Qualcuno
aveva insistito che gli avrebbe fatto bene, che era catartico,
come se qualcosa avesse potuto aiutarlo.
Gran parte dei partecipanti era ben contenta di illustrare
gli effetti riscontrati su se stessi, cos venivano definiti
i sintomi. L'Uomo Nudo rimase in silenzio, mentre gli
altri si analizzavano come se ciascuno di loro fosse un particolare
esperimento chimico non riuscito. Dopo tutto quello che avevano passato, chi avrebbe osato biasimarli? Non
si lamentavano n protestavano; parlavano usando un tono
oggettivo. Quasi tutti soffrivano, come me, di emicranie,
di nausee e di senso di disorientamento. Alcuni avevano
subito dei danni che impedivano loro di lavorare, di
dormire, di pensare in maniera coerente, di avere rapporti
sessuali. Circolavano leggende secondo cui le persone folgorate
acquistavano grande potenza sessuale, si elettrizzavano,
per cos dire, ma nella maggioranza dei casi era vero
l'opposto: diventavano impotenti e depressi. Alcuni del
gruppo tremavano a causa di spasmi muscolari, altri balbettavano,
altri ancora sembravano del tutto normali, e
forse lo erano. I ricordi fallaci abbondavano, spesso i pensieri
svanivano e il senso dell'identit si annebbiava. Un tipo
non riusciva a rammentarsi dove era nato. Una ragazza
non ricordava pi il suo secondo nome. Per quasi tutti,
gli istanti che avevano preceduto la fulminazione erano i
pi limpidi e chiari della vita. Come avrebbero ricordato
per sempre, se le avessero viste, le stelle che cadevano dal
cielo, cos, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a liberarsi
del ricordo di quel luminoso istante.
Accanto a me sedeva un uomo, anzi era solo un ragazzo
poco pi che ventenne. Alto, sgraziato, occhi nocciola.
Stranamente, portava i guanti. Quando si accorse che lo stavo osservando, mi venne vicino.
Vuoi vedere?.
Il ticchettio in testa batteva forte, forse annuii. Dovette
considerarlo un cenno d'assenso, come se volessi vedere
che cosa c'era sotto quei guanti. Come se m'importasse. Il
ragazzo si chiamava Renny, era al primo anno, all'universit
di Orlon, e stava per iniziare i corsi estivi, volendo recuperare
il semestre perduto a causa dell'incidente. Quando
si tolse i guanti vidi che, al momento del fulmine, portava
un anello su una mano e un orologio all'altra. Entrambi
gli oggetti avevano lasciato profondi segni sulla pelle,
come se il metallo rovente lo avesse marchiato. Non aveva
bisogno di spiegare quanto le sue mani lo facessero soffrire:
era evidente dalla profondit dei solchi, dal modo esitante in cui le muoveva.
Peccato che non si possa leggere l'ora, scherz Renny.
E si rimise i guanti. Trasal. Mi trovavo su un campo
di golf. Lo sai che il cinque per cento delle persone fulminate
erano su un campo di golf?.
Davvero?. Quella gente non avrebbe mai smesso di parlare delle proprie esperienze.
C'erano tutti i ragazzi della mia associazione studentesca,
eravamo quasi una cinquantina; era una festa, una specie
di colletta per ristrutturare la nostra sede. Ci stavamo
divertendo un sacco e poi zacchete! Fui l'unico ad essere
colpito. Mi entr proprio dalla testa e usc dal piede. Fulminazione
diretta. Da qualche parte ho ancora il buco. Si
tast in cima alla testa finch lo trov. Eccolo.
La conversazione stava prendendo una piega troppo intima.
Ancora un po' e mi avrebbe chiesto se dormivo senza
camicia da notte. Se sognavo il fulmine che mi aveva
colpita. Se mi prendeva il panico e mi chiudevo a chiave alle prime avvisaglie di pioggia.
E continuava a guardarmi con un sorriso. Gli dovevo qualcosa in cambio.
Ero in salotto. L'acchiappamosche che avevo in mano prese fuoco.
Questo sembr soddisfarlo. Quasi gli stessi facendo delle confidenze.
Per ! Chiss come ci sei rimasta.
Era cos interessato e cordiale che decisi di concedergli
qualche altra briciola di storia.
Era un acchiappamosche di plastica e cominci subito
a sciogliersi. L'avevo comprato dal ferramenta Acres'. 
stato un caso di fulminazione a schizzo. Tentavo di assumere un tono molto tecnico.
Meno male che non stavi usando un giornale arrotolato. Potevi anche prendere fuoco.
Mi piaceva quel suo modo di parlare, minimizzando le
cose. D'ora in poi, se mi avesse sorriso, forse lo avrei ricambiato.
Quella sera eravamo in otto: vecchi e giovani, uomini e
donne, nulla che ci definisse, nulla che ci accomunasse.
Un'infermiera, un neurologo (palesemente pi giovane del
dottor Wyman) e un terapista sovrintendevano l'incontro,
forse per guidare le nostre discussioni. Ben presto venni a
sapere che, in Florida, due terzi della totalit dei casi documentati
di fulminazione erano accaduti nella contea di
Orlon. Che fortuna. Eravamo nell'epicentro della zona con
le peggiori condizioni climatiche dello Stato. Non c'era da
meravigliarsi che mio fratello fosse felice di abitare qui.
Ci costrinsero a fare un giro di presentazioni: bastava il
nome, ovviamente. Se volevamo, potevamo anche raccontare
agli altri come ci sentivamo. Non fiat pi nessuno. I
disturbi fisici erano una cosa, ma questo era tutto un altro
capitolo. Che effetto ha avuto il fulmine sulla tua anima?
Sulla tua vita sessuale? Ora che il fuoco ti ha attraversato, il
tuo io  ancora intatto? O  tutto preso a ticchettare, a tremare e a rabbrividire?
Nessuno apr bocca. L'Uomo Nudo si affrett ad armeggiare
con i suoi scarponi. Una ragazza adolescente, dalla
splendida chioma riccia e dai calzini spaiati, chiuse gli occhi
e cominci a canticchiare a bocca chiusa. Aveva il volto
sfregiato e in seguito venni a sapere che a ustionarle la
pelle perfetta erano state le gocce di pioggia, trasformatesi in
vapore dal fulmine che l'aveva colpita.
Non avevamo alcuna intenzione di parlare del nostro
stato emotivo. Nessuno voleva scendere cos sul personale.
Ci lanciavamo occhiate, ridacchiando imbarazzati.
Prossima domanda?, disse un pollicoltore di nome
Marv; ricevette un applauso generale.
Passammo a trattare ci che davvero interessava ai sopravvissuti.
Gli aneddoti sui fulmini avevano grande successo
in questo gruppo. Pi grande di, peggiore di,
avete mai sentito parlare di... insomma, quel genere di
storie. Ascoltai la storia di un uomo che era stato ucciso da
un fulmine, poi era volato per dodici metri e infine era
piombato su un covone di fieno. Un'altra storia riguardava
i piatti nella vetrina per le porcellane di una signora che,
quando un fulmine irruppe nel suo condominio, si frantumarono
uno s e uno no. Imparai che gli spazi aperti erano
pericolosi, che a volte i fulmini lasciavano dietro di s
stanze piene di fumo, che le mucche erano bersagli frequenti
e che quelle sopravvissute producevano latte giallo
e cagliato. Ma l'argomento che risultava pi interessante e
il genere di storia pi gettonato riguardavano persone che
dalla morte erano tornate in vita.
C'era una teoria, non dimostrata ma largamente condivisa
dalle persone in quel locale, che si chiamava dell'animazione
sospesa. Poich un fulmine era in grado, pi o meno
come un cortocircuito, di arrestare il metabolismo sistemico
e cerebrale di una persona, questa poteva andarsene
(morire ufficialmente e clinicamente) per un lunghissimo
lasso di tempo, tanto da risultare apparentemente irrecuperabile,
e poi essere riportata in vita. Come fosse possibile resuscitare
tali persone, era un mistero. Eppure succedeva.
Vicino a Jacksonville, per esempio, abitava un uomo ormai
anziano conosciuto come il Dragone, che si diceva fosse
stato ucciso dai fulmini per ben due volte, anche se nessuno
l'aveva mai conosciuto di persona. E, senza andare
tanto lontani, proprio l, nella contea di Orlon, viveva un
uomo che chiamavano Lazarus Jones. Di sicuro era una
persona reale, la sua esistenza era documentata sia all'obitorio
sia all'ospedale. Seth Jones: si chiamava cos prima di
resuscitare.
Sentii che qualcosa mi attraversava il corpo. Una corrente.
Era l'idea di una persona che poteva avere la meglio
sulla morte. All'improvviso provavo interesse per qualcosa.
Non mi succedeva da tanto tempo.
E allora, cosa sapeva fare questo tipo che era stato morto?
Quanto era grande? Quanto era grave? Mi chinai in
avanti per sentire meglio, mi spostai con la sedia pi vicino
al circolo di persone. Dunque, tanto per dirne una, pareva
che potesse far girare come una trottola un uovo appoggiato
su un tavolo. La sua presenza causava strani fenomeni
elettromagnetici: gli ascensori salivano invece di
scendere, le lampadine si bruciavano, gli orologi si fermavano.
Quando era stato fulminato era alto centosettantacinque
centimetri; dopo, centottanta. Il fulmine l'aveva allungato,
l'aveva ricomposto, chiunque fosse stato prima,
rendendolo quasi irriconoscibile. Adesso emanava tanto
calore che poteva mangiare solo cibi freddi: tutto ci che
ingoiava gli si cuoceva in bocca. Se n'era andato per quaranta
minuti, niente battito, niente polso. Impossibile, certo,
eppure era la verit, certificata dai medici del pronto
soccorso. Quando Lazarus si era alzato, i suoi occhi erano
cos neri che era impossibile stabilire se le pupille fossero
dilatate o meno. Non che si sarebbe lasciato esaminare. N
gli occhi, n il cuore, n i polmoni.
Come  riuscito a tornare in vita?, chiesi a Renny. Dopo
tutto quel tempo, non doveva avere danni cerebrali?.
No, se  vera la teoria dell'animazione sospesa.
Parlavamo sottovoce, ginocchio contro ginocchio. Renny
aveva un tremito, lo percepivo. Se non stavo attenta,
presto avrei cominciato a provare pena per lui.
Hanno cercato di esaminare quel tizio, Jones, ma lui
non vuole saperne di parlare con quelli di Orlon. Credo
che sia un iperparanoico. Ho sentito dire che ha cacciato
di casa il dottor Wyman con il fucile.
Wyman, il neurologo che voleva sapere se ero matta
quando avevo attraversato la finestra con la mano.
Non  un'idea tanto malvagia, arrischiai. Wyman 
anche il mio dottore. Forse non ci dovrebbero trattare come cavie.
Oh, a me non importa. Se non altro ci offrono panini.
Mica solo carote.
Renny ghign e poi, alzatosi, punt verso il tavolo del
rinfresco. Mi accorsi che zoppicava anche lui. Il piede che
era stato attraversato dal fulmine era raggrinzito e deforme,
e sembrava esserci una lesione al nervo della gamba.
Ecco l'origine del tremore, del passo barcollante. Distolsi
lo sguardo. Non volevo pensare a Renny con il suo putt, in
fila sul green, in quella che doveva essere solo una bella
giornata e nient'altro.
Volevo il freddo intorno a me, com'era sempre stato. E
invece, inspiegabilmente, provavo commozione di fronte a
queste persone. Forse perch in ciascuno di loro la devastazione
aveva assunto forme tanto singolari, perch ogni
schianto era stato cos improbabile. Mi voltai e vidi che
l'Uomo Nudo era seduto con la testa tra le mani, gli occhi
chiusi. Dormiva. La mia vicina, che era stata colpita mentre potava le siepi, mi fece segno di tacere.
Poveretto, sussurr lei.
Notai che l'Uomo Nudo non portava la fede e che sui
pantaloni c'erano peli di cane, corti e neri, probabilmente di
un labrador. Forse aveva realizzato il suo desiderio, o quello che aveva ritenuto tale. Ma gemeva nel sonno e, sorpresi
da quel rumore, ci voltammo tutti verso di lui. Eccolo l, come
un rospo liberato in giardino. Il dolore.
L'Uomo Nudo non riapr gli occhi che quando il gruppo
fu sul punto di sciogliersi. Ci raccont allora che questo disordine
del sonno era diventato sempre pi frequente; non
riusciva a stare sveglio. Mentre conversava con una persona,
senza nemmeno rendersene conto, crollava addormentato
e si metteva a russare. Non sapeva pi distinguere tra
vita e sogno. Questo era il suo problema. Parlava con la sua
ragazza, Marie, di ci che avevano fatto il giorno prima, e
lei lo guardava smarrita e perplessa. Allora lui capiva: non
era vero niente. La canoa sul fiume, la macchina sulla strada,
il temporale o il cielo limpido di cui era stato cos sicuro,
ogni cosa era svanita non appena aveva aperto gli occhi.
Vorrei riuscire a stare sveglio, disse l'Uomo Nudo.
Non chiedo altro.
Quando cominci a piangere, distogliemmo lo sguardo.
Tra me e me, sperai che in seguito questo gli sarebbe sembrato
solo un sogno. Il sogno sfocato di una stanza piena
di gente sconvolta e silenziosa, abbastanza educata da concedergli
un po' di riservatezza. Di l a poco avrebbe portato
a passeggio il suo cane, dimentico di noi, quegli estranei
che gli auguravano ogni bene, che speravano che si
svegliasse davvero.
Quella sera ci fotografarono tutti quanti. Faceva parte
della ricerca. Assolutamente necessario, ci dissero. Entrammo
uno per volta nella sala visite. Ci spogliammo e ci
mettemmo davanti a uno schermo bianco. Mentre stavo in
piedi, tremante, mi venne in mente una fiaba che si chiamava
Il ragazzo che voleva imparare cosa era la paura. Da
piccola non mi piaceva quella storia che narrava di un ragazzo
tanto coraggioso da giocare a carte con i cadaveri e
da vincere esseri demoniaci senza batter ciglio. Quando
mio fratello me la leggeva, lo supplicavo sempre di passare
alla fiaba successiva. Non mi garbavano le storie che
avevano la Morte tra i protagonisti. Quella fiaba sembrava
assurda persino a me. Chi sarebbe mai capace di guardare
la morte in faccia e non avere paura?
Quando fu il mio turno davanti alla macchina fotografica,
presi posto e feci quanto mi chiedevano. Mi voltai a
sinistra e poi a destra. La schiena sempre appoggiata alla
carta bianca. Le fotografie sarebbero state allegate al mio
fascicolo, come per tutti gli altri. La mia espressione non
sarebbe stata diversa da quella dell'Uomo Nudo: avrei battuto
le palpebre nella fredda luminosit. Forse era questo
che teneva lontano Lazarus Jones. Colui che non aveva
paura, che si era battuto con la morte ed era tornato molto
pi forte di prima. Difendeva la sua privacy; alcuni credevano
che, se un uomo svelava i propri segreti, avrebbe
perduto la forza, e forse parlavano proprio di Lazarus.
Mi rivestii lentamente. Fui l'ultima a uscire. Avevo appena
ripreso a guidare, decisione probabilmente un po' avventata.
Non stavo ancora bene. A volte mi veniva una tale
nausea che dovevo accostare per vomitare. Una volta mi
ero ritrovata sull'autostrada, fuori citt, senza sapere come
fossi arrivata fin l e come sarei riuscita a tornare a casa.
Rientrando dalla riunione dei sopravvissuti, feci due
volte il giro dell'isolato prima di riconoscere la mia casa.
Eccola: il prato meno curato dell'isolato, secco e pieno di
erbacce. Parcheggiata la macchina nel vialetto, entrai di
corsa e m'infilai in camera da letto. Mi spogliai e mi guardai
allo specchio. Davanti al fotografo avevo chiuso gli occhi,
sperando cos di nascondere alla mia coscienza chi ero
e che aspetto avevo. Adesso vedevo. C'era una chiazza un
poco sopra il cuore, il punto di contatto del fulmine, prima
che si riversasse crepitando sul pavimento. Toccai quella
macchia: dentro era duro, come se avessero inserito un piccolo sasso sottopelle.
Le finestre erano aperte e sentivo l'aria che filtrava attraverso
le zanzariere. Per una volta, la fortuna mi assisteva. A
differenza del mitico Dragone di cui parlava la gente, Lazarus
Jones abitava solo a un'ottantina di chilometri da Orlon.
Pensai al ragazzo senza paura che giocava a carte con i morti
e con un ghigno buttava un asso sul tavolo, attraversava
camposanti senza il minimo turbamento e conosceva la morte
per filo e per segno. Volevo un uomo cos: uno che non si
poteva uccidere, che non faceva una piega se gli auguravi la
morte, che l c'era gi stato e ne era tornato.
Avevo portato in Florida una valigia zeppa di vestiti: vestiti
di lana, vestiti del New Jersey, guanti, sciarpe e maglioni.
Per quest'occasione avevo bisogno di qualcosa di
nuovo. Erano anni che non mi compravo nulla, almeno da
quando la nonna si era ammalata la prima volta. I miei erano
abiti all'insegna della praticit, adatti a una donna almeno
dieci anni pi vecchia di me. Non possedevo neppure
un paio di scarpe decenti, solo infradito, scarpe da
ginnastica e un paio di doposc che di certo non avrei mai
pi messo. Ma trovare un vestito a Orlon non era mica una
faccenda semplice. Mi tocc guidare fino al centro commerciale
Smithfield, terza uscita sulla statale.
Avevo lasciato il bastone a casa e gi l'attraversare il parcheggio
sotto una canicola di trentasette gradi mi aveva prosciugato
quasi ogni energia. Ma tirai dritto, lasciandomi alle
spalle il Kmart, che mi era subito parso troppo immenso
e ingestibile. Trovai un negozietto di abbigliamento e vi entrai.
Mi feci portare dalle commesse dei completi da provare
in camerino. Era buio e faceva freddo e credo che facessi
pena a tutti in negozio. Mi avevano preso per una sopravvissuta
al cancro e glielo lasciai credere; era pi facile che accettare
la verit: il salotto, la sfera di fuoco, l'acchiappamosche
in fiamme, il modo in cui il destino mi aveva prescelta.
Mentre ero svestita, una delle commesse capit in camerino
con un mucchio di abiti. Mi diede un'occhiata e si
sedette sullo sgabello nell'angolo.
Scusi. Chiesi scusa per il mio corpo. Afferrato il primo
vestito della pila, me lo infilai.
 stato un fulmine, disse la commessa. Aveva notato
il segno sopra il mio cuore. Lo riconosco. Mio Dio, ci convivo tutti i giorni.
Lei?, le domandai.
No, lui, mi disse. Il mio ragazzo. E mi sta facendo
impazzire con tutti quei suoi maledetti effetti.
Il nome inciso sulla spilla della commessa era Marie. Allora
capii. Il vero amore dell'Uomo Nudo. Era a lei che
stava pensando, quel giorno, sul tetto. Ne sapevo fin troppo
sulla sua amata. Se non fossi stata abituata a quel genere
di situazioni, mi sarei sentita in imbarazzo.
Il mondo  crudele, mi disse Marie. Credi di essere
a un passo dall'ottenere quel che vuoi e ti ritrovi con un
piatto pieno di merda. Marie annu alla mia immagine riflessa.
Quello le sta proprio bene, disse del vestito che
indossavo. Le far il dieci per cento di sconto per tutto
quello che ha passato.
Mi voltai verso lo specchio. Era un semplice abito dritto
e bianco. Non male. Pensai ai desideri dell'Uomo Nudo,
a ci a cui aveva agognato quando sembrava che la morte
fosse venuta a prenderlo.
Ce l'ha un cane?, chiesi a Marie.
Un cane? Ma ho l'aria di una che vuole peli per tutta la
casa? Non ne parliamo proprio. Torn a occuparsi del
suo lavoro. Era fatta cos, tutta concentrata su ci che aveva
davanti agli occhi. Cominciavo a pensare che l'Uomo
Nudo avesse una vita segreta, di cui Marie era completamente
all'oscuro. Non credo trover qualcosa che le stia
meglio di cos, mi disse mentre osservava la mia immagine nello specchio.
Pensai che aveva ragione. Comprai il vestito e un paio
di sandali, e uscii dal negozio indossando i miei acquisti.
Strappai i cartellini in macchina e poi, con l'aria condizionata
al massimo, rimasi seduta a recuperare le forze. Avevo
quella sensazione di formicolio alle dita che il neurologo
riteneva perfettamente normale, dato che ero stata colpita
da una scarica tanto elevata.
Dopo essermi ripresa, tornai sulla statale. L'unica mia
certezza era di avere pneumatici sicuri. Se di recente mio
fratello sembrava fare di tutto per evitarmi, almeno nel New
Jersey aveva studiato a lungo un manuale per i consumatori
prima di acquistare le mie nuove gomme. Non c'era
pericolo di slittare, perci filavo veloce.
Lungo la strada tutto sembrava normale. Aironi bianchi
banchettavano sull'immondizia. L'erba era diventata marroncina
per il caldo. L'estate stava arrivando, la stagione
definita dagli abitanti di Orlon l'inferno sulla terra. Ma poi
ci scherzavano sopra e nessuno pareva intenzionato a trasferirsi
in localit pi fresche. Con il condizionatore acceso,
aprii tutti i finestrini dell'automobile. L'aria fresca, da quelle
parti, era come la vampata di una fornace. Il mio vestito
si gonfi e tutto quel vento smorz il ticchettio nella testa.
Uno degli effetti su di me era che dovevo sempre pisciare.
Anche questo era assolutamente normale, mi rassicuravano.
Mi fermai a una stazione di servizio dove ciondolavano
un paio di ragazzi, intenti a tracannare bibite e a
far passare il tempo. Mi fischiarono dietro. Lo fecero davvero
e non potei trattenermi dal ridere. Risposi con un
cenno di saluto. Dovevo essere entrata nella terra priva di
donne, se persino un esemplare patetico come me attirava
fischi di ammirazione. In bagno, evitai di guardarmi allo
specchio. Pisciai e me ne andai.
Avevo cercato l'indirizzo di Seth Jones sull'elenco telefonico,
poi mi ero procurata una carta dettagliata della contea
di Orlon. La mia meta si rivel comunque pi lontana
di quanto avessi previsto. La Florida era uno Stato pi vasto
del New Jersey e la gente percorreva distanze maggiori.
La cosa pareva non infastidire nessuno, cos come nessuno
era irritato dal caldo, dai fulmini, dalla lucertola anolide
che guizzava veloce tra i bidoni dell'immondizia. Se vi
dicevano che un posto era vicino, in realt poteva trovarsi a
centinaia di chilometri. Decisi di non badare al tempo. Che
cosa aveva mai fatto per me, il tempo? Quando finalmente
uscii dalla statale, c'erano boschetti di alberi da frutta su
entrambi i lati della carrozzabile. Man mano che la strada si
stringeva, i frutteti diventavano pi estesi. Limoni, aranci e
infine il cartello che annunciava la propriet di Jones. Era
qui che era accaduto. Mancavano pochi giorni al primo anniversario
della disgrazia. Avevo trovato un articolo in un
vecchio numero dell'Orlon Journal, ammucchiato nei
sotterranei della biblioteca: era solo un breve resoconto
nella cronaca locale. Molti testimoni che viaggiavano sulla
statale avevano riferito che il lampo sembrava muoversi in
linea retta, da est a ovest, come un razzo lanciato in orbita.
Ne era seguito un tremendo temporale, che aveva lasciato
sul suolo pi di due centimetri di pioggia in meno di un'ora.
Alcune persone che erano passate accanto alla propriet
di Jones avevano notato nel terreno una buca profonda
dalla quale si alzava un fumo nero e umido.
Era stata inviata un'ambulanza e il primo medico ad arrivare
sul posto aveva dichiarato che la vittima era deceduta
alle ore 16,16. Battito assente, e cos il polso e il respiro.
Avevano tentato di riattivare il cuore, ma inutilmente.
Il morto era stato trasferito nel seminterrato dell'obitorio
e, quaranta minuti dopo la fulminazione, il tecnico di
turno si era girato e aveva visto il petto della vittima sollevarsi
e abbassarsi sotto il telo di plastica. Lo avevano portato
di filato al reparto di terapia intensiva. Le dita delle
mani e dei piedi erano nere di fuliggine e il suo corpo bruciava,
tanto che a toccarlo ci si scottava. Poich il suo battito
cardiaco era ancora lento, lo avevano immerso in una
vasca piena di ghiaccio, con la speranza che lo choc avrebbe
fatto ripartire il metabolismo. Aveva funzionato. La vittima
aveva grugnito, era stata scossa da brividi ed era uscita
da sola dalla vasca, chiedendo i suoi vestiti e i suoi scarponi.
Il signor Jones aveva lasciato l'ospedale un'ora dopo,
rifiutando qualsiasi aiuto, e si era incamminato verso una
fermata dell'autobus.
Un altro avrebbe riportato almeno dei danni cerebrali, se
mai fosse riuscito a tornare in vita. Ma Lazarus Jones era salito
sull'autobus ed era andato a casa. Alcuni sostenevano
che era stato il ghiaccio a conservare intatti i suoi organi, altri
gridavano invece al miracolo. O forse era stata tutta una
messinscena. Forse non era nemmeno mai morto, come fanno
quei maghi o yogi di cui si sente parlare; forse era in grado
di rallentare il battito cardiaco e di arrestare il respiro,
mentre vagava tra i due mondi senza un fiato n un suono.
Quaranta minuti, se n'era andato per tutto quel tempo.
Fino a l e ritorno. Ci avevo impiegato di pi a raggiungere
quel posto in campagna.
La prima cosa che notai, dopo aver imboccato la lunga
e sporca strada privata, fu la buca nel terreno. Non solo
era ancora l, ma era molto pi grande di quel che il giornale
riferiva: quasi un metro di larghezza. A causa dello
sgretolamento del terreno, di recente numerosi alberi erano
stati sradicati ed erano caduti. Quelli che si trovavano
vicino al punto in cui si era abbattuto il fulmine e che erano
ancora in piedi, sembravano strani: i frutti sembravano
bianchi, come palle di neve. Immagino che, se non si avevano
i miei problemi di vista, dovevano apparire di un
brillante rosso aranciato. Fermai la macchina, scesi e raccolsi
un frutto caduto a terra. Avevo la vaga sensazione che
sarebbe stato freddo, invece era tiepido, profumato. Lo
aprii e diedi un morso. Mi sentivo come una cieca che all'improvviso
toccava il viso di una persona con cui era stata
a letto ma che non aveva mai visto. L'immenso stupore
di scoprire qualcosa che si conosce benissimo, il gusto familiare
di un'arancia. La divorai fino all'ultimo spicchio.
Mi asciugai le mani sul vestito nuovo e risalii in macchina.
Percorsi un altro tratto di strada e poi mi fermai non
appena si riusc a scorgere la casa. Non era niente di speciale.
Una vecchia fattoria con il tetto in lamiera. La pioggia,
quando scrosciava, doveva risuonare come i pallini di
un fucile da caccia: la grandine, quando cadeva, doveva
martellare forte. Rimasi seduta in macchina per quaranta
minuti, il tempo esatto della sua morte. Volevo farmi un'idea
di quanto fosse lungo, se mai era possibile. Quaranta
minuti potevano essere un'eternit? Potevi addentrarti nella
paura e tornare indietro trasformato in un altro essere
umano, completamente differente? Pensai a quella mattina
in cui mi ero svegliata e mia madre non c'era pi. Il ghiaccio
sul vetro della finestra. Il raggio obliquo del sole. Mio
fratello che rassettava la cucina, dandomi la schiena. Torna
a letto, mi aveva detto.  troppo presto. E cos avevo fatto.
Avevo sognato neve e ghiaccio finch non avevo sentito la
voce di mia nonna che mi chiamava.
Adesso mi trovavo in un luogo dove crescevano arance
bianche. Dove c'erano piccoli ciuffi di nuvole alte. Dentro
di me continuavo a percepire quel desiderio che avevo formulato
tanto tempo prima. Era rimasto l per tutto il tempo,
chiuso nel mio petto, dove sarebbe dovuto essere il
mio cuore, proprio sotto il segno del fulmine.
Tutto quel che volevo era essere qualcun altro. Chiedevo
troppo? Chiedevo tutto? Per questo mi trovavo l. Stava
gi accadendo, era bastato percorrere ottanta chilometri.
La persona che ero stata non si sarebbe mai avvicinata
alla porta di uno sconosciuto e mai avrebbe bussato non
una, ma ben tre volte. Una per il ghiaccio. Due per la neve.
Tre per le gomme sulla strada.
Tutto odorava di caldo: a ogni respiro la polvere si sollevava
e mi bruciava il naso. Ero in un posto che non conosceva
il ghiaccio, dove una giornata di gennaio era uguale
a una di luglio. Come l'uomo dei tetti che piangeva, dovevo
riuscire a distinguere tra cose reali e sogni. Mi pizzicai
per vedere se provavo dolore. Quando mollai la presa
sulla mia pelle rimase un bozzo. Probabilmente era rosso,
pensai. Buon segno.
Ero pronta a ricevere quel che meritavo.
...
.
...
2.
...
.
...
Nella teoria del caos, ha importanza di che colore  la
farfalla? Sarebbe andata in maniera totalmente diversa se
io avessi potuto distinguere i colori? Lazarus Jones avrebbe
aperto la porta se il vestito che indossavo fosse stato
bianco, come credevo, e non rosso, come appariva agli occhi
di chiunque altro?
Questo  ci che aveva visto dalla finestra del primo piano,
come mi raccont in seguito: una donna con un vestito
rosso nella sua veranda. Una persona fuori luogo, fuori tempo,
che bussava con fermezza alla porta. Con tutte le intenzioni
di entrare. Di solito lui chiudeva le tapparelle quando
la gente veniva a cercarlo. Aveva cacciato via il dottor Wyman
con un fucile, era vero. Le visite non gli interessavano.
Non parlava nemmeno con i braccianti che lavoravano per
lui. Ma quel vestito rosso l'aveva colpito. Cos mi disse pi
tardi. Forse gli aveva rammentato la frutta del suo boschetto
quando era stato colpito dal fulmine. Qualcosa che non
si aspettava e che non riusc a fermare.
Quanto a me, ero pronta a tutto. Forse sarei esplosa, come
avevo fatto quando avevo attraversato un vetro con la
mano. Mi ripromisi che, se non fosse uscito entro cinque
minuti, me ne sarei andata. Forse era esattamente quel che
meritavo: nulla. Ancora qualche minuto e probabilmente
sarei stata felice di poter girare i tacchi e scappare, come
avevo sempre fatto fino ad allora. Non avevo ancora pensato
al dopo. Andarmene e poi? Gettarmi in un fosso lungo
la statale? Saltare gi da un burrone? Tornare a casa e
stendermi sul divano a guardare le pale del ventilatore?
Sapevo soltanto che volevo volare via. Volevo essere una
cosa assolutamente nuova. Mi sentivo come quegli esseri
umani nelle fiabe che d'un tratto si trovano nel corpo di
un'altra creatura, intrappolati dentro una pelle di foca, di
cavallo, o coperti di penne.
Lazarus Jones usc in veranda. Abbassai lo sguardo. Se
avesse visto la mia espressione, si sarebbe spaventato. Se
mi fossi guardata allo specchio, avrei spaventato anche me.
Ero proprio disperata. In un pantano di morte e desideri,
ero intrappolata nella pelle sbagliata. Ero il brutto asino
che ragliava, la guardiana delle oche che chiedeva piet, il
mendicante che domandava una briciola di pane. Le spalline
del vestito mi scivolarono gi. Non me ne importava.
Polvere sul mio viso e sulle mie dita. Quaranta minuti in cui
aveva saputo ogni cosa, e tutto quel che volevo era un frammento
di ci che aveva imparato dall'altra parte. Non volevo
dissezionarlo, fotografarlo, n misurare la radioattivit
della sua pelle. Volevo soltanto stare vicina all'uomo che
non si poteva uccidere.
Nel cielo volavano uccellini e ne vedevo l'ombra muoversi
leggera sulle assi della veranda. Respirare faceva male.
Mi sarei dovuta scusare dell'intrusione, o spiegargli che
venivo da lontano solo per chiedergli quanto dovessi temere
la morte. Avrei dovuto dirgli che la cosa peggiore del
mondo  un desiderio che si realizza. Ma, come tante altre
volte, restai in silenzio.
Chi le ha detto di venire qui?, mi domand.
Cosa dovevo rispondere? Il destino? Una farfalla dall'altra
parte della terra? La pelle d'asino che avevo addosso,
che mi pizzicava tanto e mi stava cos male? Una bambina
di otto anni che ha gridato un desiderio e ha cambiato
ogni cosa?
Vuole farmi un'intervista o roba del genere?. Voleva
sapere. Mi si avvicin e mi afferr per un braccio. Era il
suo modo di capire se mentivo? Per lui era facile accorgersi
di un inganno cos come lo era arrestare gli orologi?
Quando mi tocc, bruciava a tal punto che quasi svenni.
Ma forse non c'entrava il fulmine.
Sono solo una bibliotecaria, non una giornalista. Vengo
da Orlon. Volevo soltanto vederla di persona. Nel mio
gruppo di fulminati hanno parlato di lei. Hanno detto che
 morto e poi  tornato indietro e ora non ha pi paura di
nulla. E allora che gliene importa se io sono qui o meno?
Avr mica paura, no?.
Avevo snocciolato pi parole in quel momento di quante
ne avessi dette per anni. Parlare mi costava una fatica
tremenda. Mi pareva di estrarre ogni parola dalla gola, come
se fossero sassi taglienti che avevo ingoiato.
Adesso che aveva capito che anch'io ero stata colpita da
un fulmine, Jones mi scrut con maggiore attenzione. Non
ero una qualsiasi, una ficcanaso che non aveva idea di quello che lui aveva passato. Mi lasci andare il braccio.
Se  questo che dicono di me, sono degli idioti. E lo sarei
anch'io se non avessi paura di niente.
Mi squadr dall'alto in basso. Mi sentii avvampare. Ero
in Florida, ricordai. Qui non nevicava mai, ricordai. Potevo
essere onesta. Fino a un certo punto.
Il fulmine mi ha leso il lato sinistro, dissi. Danni neurologici.
E anche qualche danno al cuore. E non vedo il colore
rosso.
Scoppi in una sonora risata. Per un attimo tutta la sua
faccia mut.
Le pare divertente?, chiesi.
Smise di ridere. Mi fiss. Forse.
Ha intenzione di puntarmi un fucile addosso come ha
fatto con il dottor Wyman?.
Non era mica carico, mi confess Lazarus. E scappato
prima di scoprirlo.
C'era una cosa a proposito di Lazarus Jones che nessuno
aveva menzionato: era bello. Pi giovane di me; venticinque
o trenta anni, non avrei saputo dire di preciso. Occhi pi
scuri dei miei. Mi domandai se quel che aveva visto in quei
quaranta minuti l'avesse trasformato in cenere. Indossava
una camicia bianca a maniche lunghe, un paio di vecchi
jeans, scarponi. I capelli scuri, che non erano stati tagliati da
un bel po', erano pi lunghi dei miei. Quando fissava, nel
suo sguardo c'era qualcosa di incandescente, come se, volendo,
ti potesse bruciare vivo. Se gliene davi motivo.
Be', ora  qui, disse Lazarus. Cosa vuole?.
Mi suon come una domanda trabocchetto. Se avessi
dato una risposta sbagliata, forse anch'io sarei diventata
cenere. Arsa viva.
Ci fissammo negli occhi. Rompere il vetro con la mano
era stato niente al confronto. Ero tutta in quel momento,
non esisteva n passato n futuro. Se pensavo al New Jersey,
era come rammentare un paese che apparteneva alla
mitologia.
Dovevi fare la cosa che pi temevi, vero? Nelle fiabe, la
strada giusta  sempre quella pi irta, l'acciottolato che passa
tra i rovi, che attraversa un campo incendiato. Avanzai di
un passo e circondai con le braccia il collo di Lazarus, in modo
da potergli parlare all'orecchio. Ognuno ha un segreto e
questo era il mio: non potevo iniziare nulla che vagamente
somigliasse a una vita se prima non capivo cos'era la morte.
Lazarus Jones puzzava di zolfo. Chiunque abbia un briciolo
di buon senso fugge dal fuoco. Ma io no.
Adesso che l'ha fatto una volta, ha paura di rifarlo?.
In risposta, mi attir pi vicino, solo per un momento.
Non sentii pi il ticchettio nella testa, neppure un rumore.
Non percepii pi l'odore delle arance n la sabbiosa polvere.
Sono affari miei, disse lui. Non sono sicuro che le
piacerebbe saperlo.
Mi lasci andare e fece qualche passo allontanandosi da
me. Poi si ferm e si volt. Ero ancora l. Non mi aveva
immaginata n si era liberato di me. Non ancora.
Vuole sapere che cosa mi fa paura?.
L'ombra di Jones si allungava sul prato in mezzo a noi.
Un'ombra scura. Il sole non mi accecava pi. Adesso potevo
vederlo bene in volto. Forse annuii. Dev'essere andata
cos, perch allora lui parl.
 vivere che mi terrorizza pi di tutto, disse Lazarus
Jones.
E rientr in casa. Una volta chiusa la porta, udii il rumore
della serratura che scattava. Provai un senso di smarrimento,
l fuori. Boccheggiavo sotto il sole. Il caldo era
cos torrido che in cielo non volava un uccello. Erano tutti
appollaiati all'ombra.
Anche un gruppo di uomini era seduto all'ombra, in
una pausa durante la raccolta delle arance. Mentre tornavo
alla macchina, uno di loro mi si avvicin. Era giovane,
un adolescente alto e slanciato. Aveva un'espressione curiosa
e amichevole e i capelli quasi rasati a zero. Mi ricordava
Renny, ma era sano e forte, con mani ruvide, piene di
vesciche. Mi domandai se le vesciche gli facessero molto
male. Chiss se le curava con la vaselina. Se una ragazza
che lo amava si metteva in bocca le sue dita e le guariva a
forza di baci.
Ma era Jones quello con cui stava parlando?, mi chiese
il ragazzo.
S, ma solo per un minuto, dissi.
Non parla mai con nessuno di noi. Ci lascia i soldi che
ci deve in veranda. Poi quello che distribuisce la frutta ci
manda i camion, e anche quelli l non parlano con lui. Fino
a oggi non l'avevo nemmeno mai visto. Lei gli stava molto
vicino.  tutto deforme, vero?.
Deforme, non direi.  solo bellissimo. Ma pensai che, se
Jones aveva scelto di vivere lontano da tutti, non sarebbe
stato giusto dilungarmi in spiegazioni su di lui.
Non saprei.
Ce lo immaginiamo tutti cos. Un fulmine l'ha preso in
pieno e gli sono rimaste un sacco di cicatrici.
Io non ho visto niente.
Ci faccia sapere se scopre qualcosa. Magari stiamo tutti
lavorando per un mostro del cazzo. A quell'idea, il ragazzo
si mise a ridere. Magari  una creatura succhiasangue
che viene dall'oltretomba.
Non  cos, replicai. Era solo bello, colmo di cenere,
e mi aveva sbattuto la porta in faccia. Solo questo.
Ma come fa ad esserne sicura?, mi provocava il ragazzo.
Come fa?. Gli altri avevano cominciato a fischiare e
a chiamarlo, cos lui si avvi verso di loro. Ci vediamo,
mi url mentre camminava lento verso la zona in ombra.
Salita in macchina, misi subito in moto, ma ero parecchio
scombussolata. Imboccai la statale nella direzione
sbagliata, verso nord, e quando mi accorsi dell'errore avevo
gi superato tre uscite. Orlon era a sud. Finalmente riuscii
a fare un'inversione di marcia e mi fermai in una piazzola.
Andai in bagno e comprai una bottiglietta d'acqua. Fu
quando il cassiere si compliment con me per il mio abito
rosso che capii perch Lazarus Jones aveva riso apprendendo
il mio disturbo alla vista. Ecco perch i ragazzi a quella
stazione di servizio mi avevano fischiato dietro. Pensavano
di avermi sgamata per via di quel vestito rosso. Mi
sentii accaldata e confusa; nel punto in cui Jones mi aveva
afferrato il braccio erano comparse delle vesciche. Il mio
orecchio bruciava dove lui aveva sussurrato.
Tornai a casa, mi tolsi il vestito e lo appesi in fondo all'armadio.
La mattina successiva, quando presi la macchina,
notai che il contachilometri si era fermato. Mi domandai
se il guasto fosse dipeso dalla vicinanza di Lazarus Jones.
Anche in me c'era qualcosa che non andava. Senz'altro
per colpa di Lazarus. Dove mi aveva toccato avevo piccole
ustioni crostolose. Mi recai al Centro Medico dell'universit
di Orlon per farmi vedere dall'infermiera che mi
seguiva per la ricerca sulle vittime da fulminazione. Si chiamava
June Malone e aveva uno o due anni meno di me.
Ha saltato un paio di riunioni, mi disse.
Ah, s?. Come se volessi continuare a frequentarle.
Qui mi fa proprio male, e le mostrai il braccio.
Mi diede una pomata dermatologica, ma aveva l'aria sospettosa.
Forse davo l'impressione di essermi procurata da
sola quelle ustioni, avvicinando un fiammifero acceso alla
pelle.
Sono molto sensibile, le dissi.
Lo vedo.
Davvero, basta niente, le giurai.
Dobbiamo segnalarlo per la ricerca. Ogni nuovo effetto
pu essere significativo.
Senta, non sono il genere di persona adatta a una ricerca.
E poi queste ricerche servono ai medici e agli scienziati,
mica ai pazienti, no?.
Acconsentii a incontrare di nuovo il cardiologo, un tipo
che si chiamava Craven, che si occupava del mio caso ma
non sembrava mai riconoscermi. Per fortuna, per, riconosceva
il mio cuore. Immagino che fosse questo l'importante.
Mi avevano fatto un nuovo elettrocardiogramma e
Craven ne esamin il risultato. Mi chiese se il mio cuore andasse
di corsa. Risposi di s. Mi prescrisse la nitroglicerina
e mi disse che, quando sentivo che il cuore cominciava a far
male, dovevo mettere una compressa sotto la lingua. A causa
del trauma neurologico e cardiaco provocato dal fulmine,
mi poteva anche capitare un attacco di angina. Ordinaria
amministrazione. Zoppicando uscii dallo studio con la
mia pomata e la mia nitro, un relitto molto ordinario.
Mentre attraversavo il campus, intravidi Renny. Era la
prima settimana dei corsi estivi e lui ne frequentava uno sull'architettura
moderna, materia in cui si stava laureando. In
tutta onest, avrei dato chiss cosa per evitarlo: non volevo
un amico. Ma lui mi scorse e url di aspettarlo, e cos feci.
Cercavi di sfuggirmi, eh?. Renny indossava corti pantaloncini
cachi, scarpe da ginnastica, una maglietta dell'universit
e i suoi guanti di pelle pesante.
Mi hanno medicato delle bollicine disgustose sulla pelle.
Gli mostrai il braccio. Ci sedemmo su una panchina
sotto una palma.
Vuoi fare cambio?, mi disse. E poi, quando not la
mia espressione: Scherzavo. Tanto per alleggerire un po'
la situazione. Niente sensi di colpa se i miei effetti sono
peggiori dei tuoi. Siamo oltre quelle cose. Siamo compagni
di sopravvivenza.
Come amici, per uno strano incastro, andavamo molto
d'accordo. Mi raccont della sua vita: i genitori abitavano a
Miami ed erano medici, la sorellina frequentava ancora le
superiori. L'unico interesse che aveva sempre avuto erano
le costruzioni: era ossessionato dall'architettura fin da quando
aveva giocato per la prima volta con i blocchi di legno.
Adesso, con quelle mani doloranti, temeva di dovervi rinunciare.
Renny aveva solo ventun anni, ma a sentirlo parlare sembrava
pi vecchio. Osservava gli studenti che ci camminavano
davanti. Lo vedevo, quel che aveva negli occhi. Gli
altri non avevano idea di ci che aveva passato. Attraversavano
un mondo in cui la gente non zoppica n ha buchi
in testa. Nel loro universo nessuno porta i guanti quando
il termometro si arrampica verso i trentotto gradi. Nessuno
si sveglia nel bel mezzo della notte, dolorante, solo. Straniero
a se stesso.
Credi che ognuno abbia un segreto che lo determina?,
mi chiese Renny.
Mi misi a ridere, cullando il mio segreto pi recente,
Lazarus Jones. Non pensi che siamo pi complicati di cos?
Non abbiamo tutti infiniti segreti?.
Quelli piccoli sono cavolate. Ovvio. Ma non intendevo
quelli. Chi ami? Con chi hai scopato? Questi ce li hanno
tutti. Intendevo un singolo segreto che ti determina.
L'essenza di una persona. Se riesci a scoprirlo, hai scoperto
l'enigma di quel particolare essere umano.
Cos', un modo per convincermi a confidarmi con te?.
Forse. Dai, dimmi uno dei tuoi segreti, delle cavolate.
Ma stai attenta. Potremmo diventare amici.
Rimasi sorpresa. Bench per me lui fosse un estraneo,
credevo che la nostra amicizia fosse un dato di fatto per lui.
Renny, compresi allora, non si lasciava ingannare facilmente.
Probabilmente era abituato al fatto che le persone
cercassero di svicolare da lui. Il sole gli inondava il viso, addolcendogli
i tratti. Tutto sommato, Renny non aveva affatto
un aspetto sgradevole, ma non una delle ragazze che
ci erano passate davanti lo aveva degnato di uno sguardo.
La zoppia, il piede avvizzito, il buco nella testa, i guanti.
Era questo che vedevano.
Che male poteva farmi concedergli qualcosa? Solo una
briciolina?
Sono andata a trovare Lazarus Jones.
Renny mi guard fisso, poi gett la testa all'indietro e
prese a ridere. Mancava poco che sghignazzasse: Questa
s che  una bella cavolata.
Sul serio.  vero.
Una cavolata e una stronzata. Al quadrato.
Va bene. Non credermi.
E allora raccontami.  vero che ha mandato via Wyman
con un fucile?.
Era scarico. Non voleva diventare la sua cavia da laboratorio.
Ah. Simpathy for the devil. Allora forse l'hai visto davvero.
Non  il diavolo. E non provo mai solidariet. Questa
s che era una cavolata. Possiede un boschetto di aranci.
Poteva bastare. Va bene, e adesso dimmi tu uno dei tuoi
segreti.
L ce n' uno, disse Renny con amarezza.
Seguii il suo sguardo. Alcune ragazze si stavano avviando
verso i dormitori. A dire il vero, nemmeno le distinguevo
l'una dall'altra. Erano tutte giovani e carine.
Quella a sinistra.
La bionda.
Iris McGinnis. Era nella mia classe di Storia dell'arte,
questa primavera. Non sa nemmeno che vivo. Sono follemente
pazzo di lei.
Questo non  il tuo segreto essenziale, vero?.
Invece di rispondere, Renny disse: Guardala. Nessuna
ragazza si innamorer mai di me.
Non sei mica l'unico al mondo ad avere una vita sentimentale
disastrosa. Guarda me, per esempio.
Non era necessario che sapesse del poliziotto nel parcheggio,
o dei ragazzi delle mie amiche alle superiori, n del
fatto che mi piaceva la sensazione di bruciato che provavo
sul braccio e quello che mi ricordava. Seduta con Renny, mi
domandai se la scelta del vestito rosso fosse stata del tutto
casuale. C'era ancora un angolino del mio cervello che poteva
percepire il rosso, cos come provava desiderio?
Quando Renny si avvi alla sua lezione, raggiunsi l'automobile
e mi diressi in biblioteca. Avevo deciso di mettere
in ordine le schede. Era il minimo che potessi fare per
compensare le mie assenze. Trascrivevo al computer le annotazioni
che Frances aveva fatto a mano. Sulla scheda di
ciascun utente Frances aveva meticolosamente elencato
tutti i libri presi in prestito. Una donna, per esempio, aveva
letto tutti i volumi disponibili di architettura e ne aveva
richiesti altri. Mi stavo domandando se potesse andare
bene per Renny, quando scorsi la sua data di nascita: aveva
quasi ottant'anni. Come poteva competere con la splendida
Iris McGinnis?
Era gioved pomeriggio e, mentre lavoravo, non potevo
evitare di ascoltare quanto accadeva nel gruppo di lettura
prescolare. Frances stava leggendo Ogni cosa al suo posto
di Andersen, in cui la pia eroina non somiglia nemmeno
lontanamente alla guardiana delle oche dei fratelli Grimm.
In questa fiaba nessuno inchiodava teste alla parete. N
c'erano scambi di identit a cui difficilmente si poteva porre
rimedio. Qualche madre mi teneva d'occhio. Forse perch
alcuni bambini avevano ancora incubi, a causa della mia
gestione dell'ora delle storie. Non c'era da meravigliarsi se
le loro madri mi tenessero a distanza. Se avessi aperto bocca,
dalle mie labbra sarebbe uscito di tutto: sangue, rane,
maledizioni, desiderio.
Non alzai gli occhi dai miei dati. Per tutto il pomeriggio
lavorai sulla A. Non era passato molto tempo quando spunt
fuori il nome di mio fratello. Non lo vedevo da settimane
e adesso era come se fossi incappata in lui, come se mi trovassi
faccia a faccia con lui. Strano che Ned avesse utilizzato
questa biblioteca quando le strutture universitarie erano
di gran lunga migliori. La biblioteca di Scienze nella piazza
centrale a nord era considerata allo stesso livello di quella
dell'universit di Miami, grazie a una cospicua donazione
da parte di un ex studente di Orlon, che aveva inventato un
legamento di plastica per reni difettosi. Eppure mio fratello era schedato tra gli utenti di questa biblioteca e, come risultava
dai dati, l'aveva frequentata. Feci scivolare la sua
scheda nel mio zainetto, per esaminarla in seguito.
Quando tornai a casa, si era levato il vento. Un vento
caldo. Parcheggiai e scesi dalla macchina. Ebbi quella sensazione
di smarrimento che mi prendeva spesso, come se
fossi stata trasportata in Florida in un modo a me misterioso.
Avevo battuto le palpebre e tutta la mia vita era scomparsa.
C'era Giselle, seduta in mezzo alle erbacce, con la
coda che scattava a destra e a sinistra. La mia amica. Mi segu
fino alla porta e, quando mi sedetti sul divano, con un
balzo atterr accanto a me e si mise a fissarmi. Il vento filtrava
dalle zanzariere e faceva girare le pale del ventilatore
spento. Tirai fuori la scheda di mio fratello e Giselle le
diede qualche colpetto con la zampa.
Toc, toc, chi  l?
Non riuscivo a immaginare che mio fratello facesse altre
letture oltre alle riviste e ai testi scientifici. Eppure aveva
preso in prestito l'intera raccolta di fiabe dei fratelli Grimm
e non una, ma ben due volte. Aveva persino dovuto pagare
una penale per aver consegnato in ritardo i volumi. Che
cosa ne aveva fatto, di quelle storie? Perch mai le aveva
prese? Quando eravamo bambini, dovevo costringerlo a
leggermele. Per favore, leggimi questa. Quella. Non una sulla
Morte. Aveva sempre qualche commento pronto: dal
punto di vista genetico,  impossibile che un uomo si trasformi
in una bestia.  ridicolo pensare che una donna
possa dormire per cento anni.  un'assurdit che i morti
possano parlare in rima e che i vivi possano esprimere desideri
che si realizzano. Ma la logica delle fiabe consisteva
nel fatto che erano prive di logica: le disgrazie colpivano
gli innocenti, i bambini venivano abbandonati nel bosco
dai genitori, la paura andava di pari passo con l'esperienza,
un desiderio formulato a voce alta poteva realizzarsi.
Diedi da mangiare alla gatta e poi m'immersi in un bagno
freddo. Avevo ancora le vesciche. Mi parevano fiocchi
di neve. Rabbrividiii nella vasca piena d'acqua e osservai la
luce del giorno che svaniva. Ero andata da Lazarus Jones
con la speranza che mi aiutasse a comprendere ci che era
accaduto quel giorno di gennaio, quando ero ancora bambina.
I suoi ultimi istanti, ecco cosa mi interessava. La vita
scorre tutta davanti agli occhi, tutto ci che lei aveva
avuto e ci che aveva perso? O erano quegli ultimi istanti
a contare pi di ogni altra cosa? Il passato recente durava
in eterno, un nastro che veniva replicato per sempre da qualche
parte nell'universo? L'ultima cosa che vide mia madre
fu il luccichio del ghiaccio? Stava ascoltando la radio e cantava?
In realt, quello che volevo sapere era se mi avesse
disprezzata per quel mio desiderio, se fosse possibile che,
in qualche modo e in qualche mondo, lei potesse mai perdonarmi.
Feci defluire l'acqua dalla vasca, mi vestii e uscii. Era ancora
caldo. Un caldo soffocante. Il vento rovesciava, buttava
gi le cose. Le fronde della palma sbattevano l'una contro
l'altra. Giselle mi segu e and a sedersi vicino alla siepe,
in attesa delle talpe che a volte si spingevano fino al nostro
giardino. Mi domandai se l'avrei mai considerata casa
mia. Se avrei mai considerato qualcosa casa mia. Mi domandai
se quel libro era il segreto essenziale di mio fratello,
o soltanto una minuscola parte del suo vero essere.
Lontano si ud un tuono, un fatto piuttosto normale in
Florida, che la maggior parte della gente ignora. Pensai a
mio fratello e lo vidi circondato da un vortice di vento, come
il nucleo di un atomo, intrappolato in se stesso. Lo vidi
entrare nella biblioteca pubblica di Orlon alla ricerca di risposte,
tentando ancora di capire dove aveva sbagliato.
Volevo telefonare a mio fratello e dirgli: Dimmi la verit. Credi
che un desiderio possa uccidere? Credi che quella notte
avremmo potuto cambiare il corso delle cose, fermare il ghiaccio
che cadeva, fermare la mamma che saliva in macchina? Se
avessimo corso per la strada finch lei non avesse deciso di
tornare a casa, se ci fossimo svegliati e avessimo chiamato la
polizia con un presentimento, sarebbe ancora viva? Dimmi,
fratello, avremmo potuto agire in modo diverso, tu e io?
...
.
...
Capitolo terzo.
...
.
...
Fuoco.
...
.
...
1.
...
.
...
Qual  la differenza tra amore e ossessione? Non vi tengono
entrambi svegli la notte, non vi fanno vagare per la
citt, ostaggio della vostra stessa immaginazione, delle vostre
ansie? Non vi buttate in entrambi a capofitto, in quelle
sabbie mobili? Ogni uomo innamorato non  forse uno
sciocco e ogni donna una schiava?
L'amore era come la pioggia: o diventava ghiaccio, oppure
scompariva. Ora si vede e ora non si riesce pi a trovarlo,
per quanti sforzi si facciano. L'amore evaporava; l'ossessione
era pi concreta: faceva male, come una puntina
conficcata nel sedere, un sassolino nella scarpa. Non se ne
andava nello spazio di un battito di ciglia. N con una telefonata
mattutina piena di rammarico. N con una lettera
che diceva: Caro, addio. L'ossessione aveva un sapore familiare.
Qualcosa che conoscevi da tutta la vita. Si metteva
comoda e rimaneva in agguato; non ti mollava.
Cercavo di dare un nome a ci che mi stava succedendo.
Avevo deciso che non sarei pi andata al frutteto di Jones,
eppure mi bastava abbassare le palpebre per avere
davanti agli occhi il percorso della strada che vi conduceva.
Pranzavo spesso con Renny nella caffetteria dell'universit
e, malgrado il piatto di insalata che avevo davanti,
l'unico sapore che potevo sentire era di arancia, di qualit
dolce con la buccia rossiccia, di quelle che a me parevano
ghiaccio. Le mie labbra s'inturgidivano. Il mio cuore prendeva
a correre. Mi tornavano in mente tutte quelle insulse
ragazze infelici che alle superiori si struggevano d'amore, e
per una volta provai un briciolo di compassione. Sciocche
creature. Sciocca io stessa. La notte i miei sogni erano popolati
di pericoli: serpenti, scale, teste di cavallo inchiodate
alla parete. Quando pioveva mi mettevo alla finestra, a
cercare fulmini. Nella mia stessa strada abitavano alcuni
studenti di musica e la sera, quando si esercitavano, il suono
dell'oboe mi faceva piangere, il pianoforte mi costringeva
a tapparmi le orecchie. Cominciavo a provare qualcosa,
credo, anche se solo un lieve pizzicorio. Una punzecchiatura.
Era questo il problema. Ero a tal punto una
novellina che non sapevo spiegarmi perch non riuscissi a
dormire, n a mangiare, o perch i miei pensieri sfrecciassero
troppo spesso verso Lazarus Jones.
Non credendo nell'amore, definii ben presto il mio stato
come inquietudine maniacale. Ossessione. Un'emozione
che andrebbe legata a doppio filo e portata fuori con la
spazzatura, e sostituita con pensieri pi seri, meno invadenti.
Mi buttai nel lavoro, o su quel poco che c'era da fare
in biblioteca. Ma, anche l, la mia natura ossessiva prevaleva.
Fingevo di essere allegramente indaffarata a inserire
dati nel computer, a spolverare e mettere in ordine gli
scaffali, ma in realt un nuovo interesse morboso mi spingeva
a spiare le abitudini librarie degli utenti. Deplorevole,
davvero. Uno sconfinamento nella vita privata, un meschino
crimine dell'anima. Avevo cominciato curiosando
tra le righe della scheda di mio fratello e adesso non riuscivo
pi a fermarmi. Era la mia natura, prendere una cosa
brutta e renderla peggiore.
Indagai su quali erano i romanzi preferiti del mio fisioterapista,
grossi tomi dell'Ottocento in cui i problemi non
si risolvevano facilmente con l'esercizio e una dieta. Scoprii
che Matt Acres, il proprietario del negozio di ferramenta,
prediligeva le biografie di uomini avventurosi, gente
che voltava le spalle a una vita tranquilla e sicura. La figlia
adolescente del dottor Wyman, che era tornata a casa
per l'estate dalla scuola privata nel New England, aveva
letto tutto D. H. Lawrence. Tra gli anziani dell'ospizio di
Orlon i libri pi richiesti erano quelli di viaggio in cui si
descrivevano luoghi che di sicuro non avrebbero mai visto:
l'Egitto, Parigi, Venezia, il Messico. Il mio postino stava
leggendo poesia: ecco perch le poche lettere che ricevevo
erano tutte accartocciate e macchiate. Il cuoco della tavola
calda, che preparava un'omelette terribile e dei pancake
alle more ancora peggiori, leggeva Kafka in tedesco.
Se Frances York avesse saputo della mia attivit, sarei
stata licenziata su due piedi. Le predilezioni librarie rivelavano
a tal punto la natura di una persona, che Frances considerava
il nostro schedario una preziosa miniera di segreti
confidenziali: ogni scheda conteneva la mappa dell'anima
di un lettore. La conoscevo, la filosofia di Frances. Non
era affare nostro controllare quali libri venivano presi in
prestito dai nostri utenti, cos come non era nostro compito
tentare di modificarne le abitudini. Frances mi piaceva e
la rispettavo, ma mi domandavo se mi avrebbe mai assunta
se avesse saputo chi ero veramente. Ero veleno ben prima
che mi mettessi a spulciare tra le carte. Si sarebbe sentita
al sicuro sapendo di avere una collega che ne sapeva di
pi degli effetti dell'arsenico che del Sistema Decimale Dewey?
Una con un interesse morboso per la morte, una ladra,
una che non distingueva il bene dal male, il bianco dal
rosso? Nel frattempo Peggy era passata a casa e mi aveva
aiutato a codificare i vestiti secondo il colore; ero abbastanza
accorta da indossare camicette bianche e gonne nere
in ufficio e da lasciare i miei vestiti rossi a casa. Ma ero
sempre io, celata dietro le mie scarpe comode, le mie gonne
sotto il ginocchio e le mie camicie ben abbottonate.
Per fortuna Frances non aveva motivo di nutrire alcun
sospetto. Ero un'impiegata modello, cortese con i nostri
utenti, sempre disposta a consegnare libri a coloro che non
potevano uscire di casa o che erano ricoverati in ospedale.
Facevo persino una visita settimanale all'ospizio munita di
uno scatolone pieno di libri di viaggio. Chi avrebbe potuto
intuire che ero una persona di cui non fidarsi? Nessuno al
mondo. Be', forse le madri del gruppo di lettura, loro avevano
l'aria di aver capito, ma non le calcolavo. In realt,
evitavo il settore dei libri per l'infanzia. Le illustrazioni vivaci,
le filastrocche, le grandi speranze, tutte cose che mi
rendevano nervosa. I piccoli frequentatori della biblioteca
volevano sempre qualcosa: indicazioni per il bagno, un
bicchiere d'acqua, il seguito di un libro che non l'aveva.
Il settore dei libri per l'infanzia si trovava sotto le grandi
finestre e il sole che filtrava con i suoi pallidi raggi rivelava
quanto fossero luridi gli scaffali. C'era polvere dappertutto.
Una mattina mi avventurai in quella sezione con
lo spazzolone e una spugna. Se non altro era un giorno di
scuola e non c'erano bambini in giro. C'ero soltanto io.
Per caso notai il libro che mio fratello aveva preso in prestito.
O forse non fu casuale; forse vidi il libro con la coda
dell'occhio e il mio cervello elabor la scoperta in qualche
angolo remoto e impenetrabile. Comunque sia andata, mi
voltai e lo vidi, non riposto correttamente, ma di traverso.
Una vecchia edizione delle fiabe dei fratelli Grimm, caratteri
d'argento su sfondo nero. Le pagine odoravano di umido;
quando mi avvicinai il libro al naso, mi venne da starnutire.
I miei occhi si riempirono di lacrime. E allora? Mi
era capitato tra le mani, tutto qui. Mi era solo capitato di
mettermi seduta per terra a gambe incrociate a sfogliare le
pagine, tutto qui.
Una storia, in particolare, doveva essere tra le preferite,
forse di mio fratello, come s'intuiva dalla presenza di orecchie
e da qualche macchia di caff. Era Comare Morte, una
delle storie che avevo detestato e che saltavo sempre. Ogni
volta che la Morte stava ai piedi di un ammalato, narrava
la fiaba, quella persona diventava propriet della Morte.
Per ingannarla, un bravo dottore, l'eroe buono, fa disporre
l'ammalato all'incontrario in modo che la Morte sia vicino
alla testa e perci non possa portarlo via. Nelle fiabe
la logica pu essere o inappellabile o flessibile e l'eroe non
sa mai che cosa gli capiter. Tanto pi se l'eroe  una persona
razionale. Come questo.
Fallo ancora e la prossima volta porter via te, lo minaccia
la Morte, ma il medico  uno scienziato fino in fondo all'anima,
crede nell'ordine e nella giustizia; non pu accettare
che il gioco della vita e della morte si svolga in questo
modo. Ci devono essere delle regole ed  convinto che sar
sufficiente invertire il sistema della Morte. Ma quando il
dottore salva la ragazza che ama mettendola all'incontrario,
coi piedi sul cuscino, e lei scampa alla sua triste sorte, la
Morte acchiappa lui. Al volo. Nessuna spiegazione, solo un
unico gesto conclusivo. Una vita in cambio di una vita.
La storia finisce davvero cos? Questo non  mica Andersen,
dove il bene e il forte vincono sempre: questi sono
i fratelli Grimm. Nel gioco tra il dottore e la Morte vigeva
un'unica e semplice regola, che l'eroe-dottore ignorava:
quando si tratta della morte, testa o croce non contano nulla.
Alla fine, non c' scampo.
 una storia triste che sfida ogni logica e sbeffeggia qualsiasi
tentativo che un uomo ragionevole pu compiere per
imporre un ordine al mondo naturale. Che, tra tutta la gente,
proprio mio fratello avesse scelto questa storia cupa e
oscura da leggere e rileggere era di per s un mistero. Pensai
a quando mi aveva chiamata mentre dalla veranda guardavo
mia madre allontanarsi in macchina. Girati, era questo
che voleva che facessi. Se l'avessi fatto, la Morte ci sarebbe
passata accanto?
Proprio quando mi ero ormai rassegnata al fatto che
mio fratello mi evitava (da quando ero stata fulminata non
l'avevo praticamente pi visto), ricevetti un invito per una
festa a casa sua e di Nina. Quando Ned aveva chiamato,
mi aveva preso cos alla sprovvista che avevo risposto s,
mentre in realt volevo dire no. Non riuscivo neppure a ricordare
l'ultima volta che avevo partecipato a una festa, a
parte quelle che si tenevano in biblioteca, nel New Jersey,
che poi organizzavo io. Mi ero accorta che mi trovavo a mio
agio a parlare solo con chi aveva vissuto qualche evento catastrofico,
almeno per via indiretta, come Peggy, la mia fisioterapista,
con cui ogni tanto prendevo un caff. E ovviamente
Renny, che certo non era un amico e neppure ci
andava vicino. E ora avevo preso l'impegno di partecipare
a una festa di matematici e scienziati.
Un appuntamento annuale, a quanto pareva, di docenti
e laureati delle facolt di Nina e di Ned. Gi arrivare a
destinazione fu una dura prova: in mezzo a quelle stradine
contorte, apparentemente tutte uguali, che attraversano
il campus, continuavo a imboccare direzioni sbagliate.
Mi resi conto allora che, dal mio arrivo in Florida, mio fratello
non mi aveva mai invitata a casa sua. Strano, pensai.
Chiss se mia cognata ce l'aveva con me. O forse era Ned.
La casa di mio fratello e di Nina era moderna, tutta vetro
e cemento, ed era situata in un vicolo chiuso all'estremit
del campus di Orlon: quanto di meglio poteva offrire
l'universit. Non c'era da stupirsi se alcuni dei migliori
cervelli sceglievano di insegnare a Orlon: la vita qui era piacevole,
cosa che invece a me irritava. Quando parcheggiai,
i miei polpastrelli erano intorpiditi e nella testa continuavo
a sentire quel ticchettio. La tensione acuiva i miei sintomi.
Scesi dall'auto e m'incamminai per il lindo vialetto. Bel
prato. Bei fiori. Pensavo a Lazarus Jones. Dopo una settimana,
contro ogni previsione, mi sentivo ancora bruciare.
Dal bovindo della casa intravedevo gaudenti laureati. Mi
sentii come se fossi piombata l da un universo parallelo.
Chiamatelo New Jersey, chiamatelo disperazione, chiamatelo
come vi pare.
Mi precipitai immediatamente in salotto, al bar. Mi versai
un bel bicchiere di rosso, un vino senz'altro di qualit. A
me pareva fango. Mentre mi procuravo da bere, prima un
bicchiere, poi un altro, mi resi conto di quanto gli studenti
fossero affezionati a mio fratello; ne udii uno pronosticare
che Ned sarebbe diventato il direttore del dipartimento
non appena il professor Miller, l'attuale preside, fosse andato
in pensione. Da pi parti ci si rammaricava che Ned
avesse chiesto l'aspettativa per il prossimo semestre, cosa
che ignoravo, per dedicarsi interamente alla sua ricerca.
Gli studenti di Nina erano pi abbottonati, almeno fino
a quando non cominciarono a sbevazzare; allora si sciolsero
anche loro. Conoscevano una variet di giochi bacchici
basati su regole matematiche a me totalmente incomprensibili.
Anche loro le sembravano molto affezionati, ma
in maniera pi pacata; li vedevo in cucina, dove avevano
circondato Nina che scodellava la bouillabaisse preparata
in casa, come venni a sapere con mio grande stupore. Avevo
dato per scontato che una persona tanto teorica e distaccata
come Nina non sapesse stare ai fornelli. Ma forse
per lei la cucina non era che un'altra equazione: le vongole
stavano al sugo di pomodoro come il basilico al pepe,
come il rum alla limonata. Invece della solita indifferenza,
cominciavo a provare ostilit nei riguardi di mia cognata.
Perch non mi aveva mai invitato e non mi aveva mai preparato
la sua bouillabaisse? Forse mi vedeva come un altro
progetto di mio fratello, uno dei tanti che gli assorbivano
tempo ed energie, senza ripagarlo degli sforzi.
Mi tenni alla larga dalla cucina, rimanendo nei pressi del
bar. Un laureato in Meteorologia si mise a puntarmi. Si present
e per un poco mi segu ovunque. Indossavo di nuovo
il vestito rosso, doveva essere per quello. Paul, il laureato,
aveva sentito dire che ero stata colpita da un fulmine ed
era curioso di parlare con me degli effetti. Mi girava la testa?
Mi sentivo cedere le ginocchia? Soffrivo di emicrania?
Conseguenze durature a livello psicologico? Volevo una
scodella di bouillabaisse, un bicchiere di punch? Le ripercussioni
sulla vita sessuale, ecco cosa bramava sapere. Pi
calda? Pi fredda? Debitamente celebre, circolava pur tra
qualche dubbio il mito dell'ipersessualit. La ricomposizione
dei miei impulsi elettrici toglieva il fiato al mio partner,
lo trascinava ai confini del mondo conosciuto?
Un po' troppo personale. Pensavo che avremmo discusso
del tempo, del caldo, magari dei programmi degli
studenti, non certo del limite estremo dell'universo conosciuto.
Di nascosto, osservai mio fratello dall'altra parte della
stanza. Stentavo a riconoscerlo. Sembrava pi vecchio,
trasandato, dimagrito. Non mi ero accorta che aveva perso
quasi tutti i capelli, che aveva le spalle curve? Eppure
dava l'impressione di divertirsi. Chiacchierava con altri docenti
e rise alla fine di una barzelletta. Chiss se trovava la
sua felicit nella logica, in questo mondo ben ordinato,
frutto dell'immaginazione, in un paese dove non esisteva il
ghiaccio. Forse a Orlon la Morte restava fuori della finestra.
Forse non riusciva ad attraversare il vetro.
Mi congedai dal laureato e lo affidai ai suoi pari. Al bar
c'erano solo birra e vino e per arrivare in fondo a quella serata
avevo bisogno di qualcosa di pi forte. Andai in cucina
e, trovato l'armadietto dei liquori, mi versai un whiskey.
Alla nonna ogni tanto piaceva sorseggiare un whiskey, e a
volte le tenevo compagnia. T e whiskey, il nostro cocktail
preferito. Ci piaceva starcene sedute in salotto a guardare
la neve che scendeva; giocavamo a vedo una cosa di colore...
quando ormai lei era quasi cieca e io ero troppo
vecchia per simili passatempi. Levai il bicchiere in alto e
buttai gi alla sua memoria. Mi aveva amata nonostante
tutto, a prescindere da chi ero e da cos'ero.
Fu perch mi mancava la nonna che mi scolai il whiskey
d'un fiato e poi mi voltai verso la finestra. Fu perch ero un
fallimento sotto tutti i punti di vista, anche come invitata a
una festa, che mi capit di vedere qualcuno che piangeva
nel prato. Era la teoria del caos, o pi semplicemente il
caos? Se bastavano insignificanti mutamenti nell'orbita terrestre
per dar luogo a un'era glaciale, che cosa poteva provocare
una donna in lacrime? Era buio in giardino e in un
primo momento avevo creduto si trattasse di una statua.
Indossava un abito bianco ed era immobile. Ma era Nina,
la moglie di mio fratello, la matematica, che singhiozzava.
Dopo un attimo, Nina mi scorse alla finestra. Apr la
bocca, credo. Respirava in maniera affannata, in preda al
panico. Pensai alla Morte che non poteva ghermire coloro
che erano girati dall'altra parte. E cos feci. Le voltai rapidamente
le spalle. Forse potevo fingere di non averla notata.
Forse anche lei poteva fingere la stessa cosa. Non era
in questo modo che viveva la maggior parte della gente?
Ficcalo in una scatola, legalo ben stretto, lasciatelo alle spalle.
Per favore, oh, per favore, facciamo cos.
In salotto gli studenti stavano spazzolando via tutto il
buffet. Chi l'avrebbe detto che sarebbero stati cos affamati?
Baguette, formaggi, frutti bianchi come la neve che
erano probabilmente fragole, punch, champagne e birra a
fiumi. Gli ospiti erano allegri, tutt'altro che cupi e seriosi
come li avevo immaginati. Non stavano forse studiando il
confine dell'universo conosciuto, il termine del continuum
numerico, tentando continuamente di trovare un senso a
colonne di cifre che poco collaboravano? Non avrebbero
dovuto essere tetri, disperati? Non si rendevano conto di
quanto fosse privo di senso questo mondo?
Le feste di tuo fratello sono sempre le migliori, mi disse
uno. Suppongo che fosse un complimento. A me sembr
surreale. Non avevo mai visto mio fratello parlare a lungo
con qualcuno che non fosse Nina o il proprietario delle
pompe funebri nel New Jersey, quando avevamo organizzato
il funerale della nonna. Cassa di pino, piccola cerimonia,
fiori bianchi che parevano un cumulo di neve. Era un
lato che non gli conoscevo, cos come non avevo mai sospettato
che gli interessassero le fiabe.
Te ne vai?, mi chiese Ned, beccandomi mentre mi avviavo
verso l'ingresso.
Forse non lo conoscevo affatto, mi ero solo illusa di conoscerlo.
Una festa stupenda, ma mi sento fuori luogo.
Guardali, tutti quanti. Quasi non conosco la loro lingua.
Matematica e scienze. Non c'entro con loro.
Biblioteconomia, mi ramment mio fratello.
Ci mettemmo a ridere entrambi. Ci era mai capitato
prima di allora?
Sembri molto migliorata. Ned aveva un tono fiducioso.
Lo detestavo quando faceva cos.
Cos pare.
Mio fratello mi scrut attentamente. Che significa?.
Significava, avrei voluto rispondere, che la Morte non
era ai miei piedi, almeno non in quel preciso istante. Pensai
al volume di fiabe sullo scaffale. Avrei voluto chiedere
a Ned che cos'altro non conoscevo di lui. Invece dissi: Significa:
s. Certo. Sono migliorata. Ma tu sei uno straccio.
Mio fratello si pass una mano sui pochi capelli rimasti.
Sar un regalo di nostro padre. La calvizie.
Secondo me, quel gene l'hai ereditato da tua madre,
dissi. Sei anche tanto magro. Forse dal medico dovresti
andarci tu.
Sai, sono contento che sei venuta alla festa. Mio fratello
sembrava davvero felice della mia presenza. Lo so
che non ti piace questo genere di cose.
Non volevo essere scortese.
Davvero? Non  mai stato un problema per te.
Guardando oltre la confusione di persone, riuscivo a intravedere
la cucina. Nina era rientrata. Scrollatasi di dosso
quel che l'aveva posseduta in giardino, stava distribuendo
punch agli studenti.
Ringrazia Nina da parte mia, per favore.
Lo far. Mio fratello guard dietro di s. Nina gli faceva
cenno con la mano dall'altra parte della stanza. Come
sono fortunato, disse e rispose al cenno.
Guidai fino a casa, se cos si poteva chiamare quella villetta
affittata. Feci uscire la gatta, bevvi un bel bicchiere di
whiskey e crollai sul divano. C'era un'opprimente sensazione
di quiete. Mi piaceva stare da sola, o almeno cos avevo
sempre creduto. Mi addormentai subito; ero ubriaca,
suppongo, e profondamente esausta. Sognai che mia cognata
era una farfalla. Sognai che mia nonna stava spazzando
il pavimento. Sognai di immergere le mani in un secchio
scuro di acqua e di sentire i pesci che nuotavano tra le
dita; il freddo di quell'acqua si trasform in calore e risal
sulle mie braccia, attraverso le vene, fino al petto.
Qualcuno buss alla porta, e nel mio sogno feci un movimento
brusco e rovesciai il secchio. L'acqua si sparse sul
pavimento, una goccia alla volta. Trasparente, poi bianca
e infine rossa. E cos che la verit viene a galla nelle fiabe,
scritta sul vetro, nella neve, nel sangue. Mentre riprendevo
conoscenza mi colse il terrore, come era successo la
mattina dopo l'incidente di mia madre. Ti possono tradire
nel sonno. Il mondo intero pu ribaltarsi mentre tu sogni farfalle.
Quando raggiunsi la porta, vagavo ancora nel mondo
dei sogni. Ratti, gatti, pipistrelli, chiunque di loro poteva
trovare la strada per il sentiero. Ero in preda al panico.
Una sensazione che ricordavo perfettamente. Torna a letto,
 troppo buio, fa troppo freddo,  troppo tardi.
Scoprii con sollievo che il visitatore era un fattorino che
mi consegnava una confezione di fiori. Mi misi a ridere e lo
feci aspettare mentre cercavo la mia borsetta. Gli diedi
una mancia di dieci dollari, cosa per me stravagante.
Giselle entr di corsa tenendo qualcosa in bocca.
 un piccolo cacciatore, dichiar il fattorino.
S, un tesoro.
Due zampette sporgevano dalle fauci della gatta.
Un'assassina, pensai. La bestiolina ideale per me.
La gatta trotterell in casa lasciando dietro di s una
scia di sangue. Non distinguevo il colore, ma lo ricordavo.
Avevo sperato di vedere le penne di qualche odioso corvo
o i baffi di un ratto, invece Giselle deposit una delle talpe
a cui da tempo tendeva agguati accanto alle siepi. Cieca,
morbida come un guanto, inerme. Catturata, finalmente.
Prima di mettermi a pulire, tolsi il coperchio della scatola
dei fiori. Rose. Chiamai subito il fattorino per farmi
dire di che colore fossero.
Si mise a ridere, poi cap che dicevo sul serio.
Non distinguo i colori, spiegai.
Il fattorino era giovane e dispiaciuto. Mi scusi. Pensavo
che scherzasse. Sono rosse.
Ma per me erano bianche e il mio ammiratore lo sapeva.
Il duplice significato del regalo mi divert e insieme mi
inquiet. Mi aveva vista una volta sola e Lazarus Jones credeva
gi di conoscermi. Le fiabe sono enigmi e le persone
pure. Scoprine il mistero e quella persona sar tua per
sempre, che le piaccia o meno.
In un angolo Giselle gironzolava intorno alla sua preda.
La scacciai con un giornale.
Vai via! Lasciala in pace!.
La gatta aveva solo fatto la sua parte, era il gioco che
sembrava tutto sbagliato. La talpa era arricciata come una
foglia. Mi sedetti sul pavimento e, quando vidi che quella
poveretta non si muoveva pi, la raccolsi con un foglio di
giornale. La talpa era priva di vita. La portai ugualmente
vicino al mio orecchio, un po' come si fa con le conchiglie
quando si vuole sentire il rumore di un mare lontano.
Dopo qualche minuto presi una scatola di scarpe dall'armadio,
la riempii di fazzolettini di carta e vi deposi il
cadavere della talpa. Non appena avessi avuto tempo, l'avrei
seppellita vicino alla siepe, al suo posto. Adesso mi
dovevo occupare del sangue sul pavimento, una scia che ai
miei occhi pareva neve.
Giselle aveva risolto l'enigma della talpa: stai acquattato
accanto alla siepe finch lei apparir e sar tua. Cieca e
gentile, arranca nel buio, non vede n le stelle n i denti, e
immagina che se oggi una strada  sicura lo sar anche domani.
Era cos che si catturavano le prede, facile come bere
un bicchiere d'acqua, in un sol boccone. E cos ero stata
catturata anch'io. Misi le rose nel congelatore per la notte.
Un posto freddo per un cuore freddo. Non sapevo se le
volessi o meno. La mattina, quando le tirai fuori tra i cubetti
di ghiaccio e le lattine di succo surgelato, le rose scintillavano.
A chi  prigioniero di un'ossessione basta questo:
una sola possibilit che il desiderio sia reale, un minuscolo
frammento a prova del fatto che non sei solo nel
buio. Pensai al povero Jack Lyons, che mi offriva fiori di
campo nel parcheggio, in New Jersey. In effetti, pensavo
troppo spesso a Jack. Comunque, non aveva la minima
idea di chi io fossi veramente. Ma queste rose inviate da
Lazarus Jones erano cos acuminate che ti potevano tagliare
e farti sanguinare. Ecco la chiave del mio enigma. Quel che
meritavo, per tutto ci che avevo fatto e desiderato, era esattamente
una rosa di ghiaccio.
Mi misi al volante la mattina presto, quando il cielo era
ancora scuro e l'afa crescente gravava sulla terra. Le previsioni
avevano detto pioggia e io percepivo dentro di me il
cambiamento di clima. La notte avevo sognato di avere
lunghi capelli scuri. Il mio corpo era coperto di ghiaccio.
Nel sogno avevo cos freddo che mi ero svegliata tremando.
Adesso, nel caldo feroce della mattina caliginosa, mi fermai
a una stazione di servizio, comprai una Diet Coke e feci il
pieno. Sgranocchiai il ghiaccio. Odore di benzina, di arance
e di caldo. Questa volta avevo scelto con cura i vestiti: maglietta
nera, jeans, sandali, niente che potesse attirare l'attenzione.
Quel giorno impiegai quasi un'ora a raggiungere
il frutteto, tempo a sufficienza per cambiare idea. Non pensavo
a nulla di preciso. Non speravo seriamente in nulla di
preciso. La radio era accesa e a un certo punto mi accorsi
che stavo ascoltando Johnny Cash. Pensai all'uomo che riparava
i tetti che era stato colpito mentre stava facendo penitenza
per l'amante; quando aveva sentito Ring of Fire
avrebbe dovuto capire subito che il suo destino era segnato.
Ed eccola di nuovo, trasmessa dalla stazione radio AM su
cui ero sintonizzata. A Orlon era una canzone molto gettonata.
Ricevuto l'avvertimento, con lucidit e insieme dabbenaggine,
si buttavano dritti nel cerchio ardente.
Avevo tutti i finestrini aperti e il cielo andava schiarendosi.
Se avessi avuto un incidente in quel momento, l'ultima
cosa che avrei sentito sarebbe stata la voce di Cash. L'avrei
continuata a sentire per sempre, quella melodia profonda
e scura, quel grumo di dolore? Se si confrontavano
le nostre et, avevo otto anni pi di mia madre quando era
accaduto. Ora, quando pensavo a lei, mi sembrava cos
giovane, quasi fosse lei la figlia che era andata a una festa
una notte di gennaio, i capelli scialbi appena lavati, la sciarpa
azzurra piena di speranza, pronta per la vita. Io ero la
piccola vecchietta rimasta sola in veranda, la strega che
batteva i piedi sul ghiaccio.
Arrivata al frutteto, parcheggiai e dal sedile posteriore
presi il bouquet di fiori surgelati, infilato con del ghiaccio
in un sacchetto di plastica. Era un esame, ovviamente. Ero
ansiosa di vedere come se la sarebbe cavata. Mi conosceva
davvero, o aveva scelto le rose rosse per puro caso?
Era ancora presto, ma Lazarus Jones era gi sveglio.
Sentendo arrivare la macchina, aveva dato un'occhiata dalla
finestra, aveva aperto la porta e adesso era l che guardava
fuori. La porta mezza aperta, mezza chiusa. Dal parapetto
della veranda la vernice si stava scrostando. Una
manciata di uomini era al lavoro nei campi. Alcuni di loro
volsero lo sguardo verso di noi, ma non credo potessero
distinguere alcunch. La luce del sole, poi, era abbagliante.
Faceva apparire chiazze di luce davanti agli occhi.
Lazarus indossava un paio di vecchi jeans e un'elegante
camicia azzurra; i capelli erano ancora bagnati dalla doccia.
Faceva gi un caldo torrido. Pensai che non avevo mai
visto un uomo cos bello in tutta la mia vita. Tutto sembrava
irreale: le arance bianche, il rumore dei camion nei campi,
il modo in cui lui mi guardava.
Mi sa che ho una visita, disse lui.
Te la sei voluta. Li ho interpretati come un invito. Gli
mostrai i fiori: il ghiaccio ricopriva i petali, i gambi erano anneriti
dal freddo. Nessuno mi ha mai mandato delle rose.
Jones apr un po' di pi la zanzariera. Mi sa che ho superato
l'esame, disse. Sapevo quel che volevi.
Non era il genere di uomo che mi sarebbe mai toccato
in sorte. Era di quelli che solo una splendida donna sarebbe
riuscita ad accalappiare, magari dopo essere stata la fidanzatina
alle superiori ed essere rimasti fedeli l'uno all'altra
dal giorno del loro primo incontro. Due persone
straordinarie, fatte l'una per l'altro. Tutto il mio lato sinistro
era sciancato, perdevo capelli a chiazze, la mia pelle
era macchiata, avevo dieci anni di troppo per lui. Ma ero l
alla sua porta. Ero quella a cui aveva mandato le rose.
Entrammo in casa e ci fermammo nell'ingresso. C'erano
un portaombrelli e un appendiabiti carico di giacche e
di cappelli. Una panca di legno dove sedersi per infilare gli
stivali. Il corridoio era buio, polveroso. Tutto era buio, polveroso.
Le finestre non erano state lavate da molto tempo,
tanto che dall'interno era difficile stabilire che tempo facesse
fuori. C'era una atmosfera particolare, come distaccata
dal resto del mondo. Un ronzio ovattato, un'aria calma,
quasi esanime, che attribuii all'influsso di Lazarus. I sopravvissuti
del mio gruppo giuravano che poteva influire
su qualsiasi cosa, o quasi.
Perch rimasi l? Perch per una volta c'era qualcosa di
pi rumoroso del continuo ticchettio nella mia testa. Perch
lui apr la porta. Con stupore mi resi conto quanto fossi
consumata dal desiderio. Mi passavano per la testa pensieri
che non avevo mai avuto prima. Dunque, era questo.
Ci che spingeva la gente a compiere gesti stupidi, ridicoli;
c'era solo questo, l nel buio corridoio.
Passammo in cucina. Sul tavolo c'era la sua colazione: un
bicchiere di acqua ghiacciata, una scodella di cereali freddi,
un tovagliolo, un cucchiaio. Mi accorsi che i fiori si stavano
sciogliendo e li misi nell'acquaio.
Il peggiore dei miei sintomi  che non riesco a vedere
il rosso. Mi manca, e pensare che nemmeno mi piaceva. La
mia solita fortuna.
E tu saresti sfortunata? Ci scommetto che ho pi guai
io di te. Lazarus mise la mano sopra il cucchiaio sul tavolo.
Questo balz in avanti. Prese a girare su se stesso. Quando
si ferm si sent un rumore metallico.
 un trucco, dissi.
Una cosa elettromagnetica o roba del genere. Chiamiamolo
disturbo.
Che altro puoi fare?.
Avevo lo stomaco in gola. Stavo precipitando. Su qualcosa
di duro. Se restavo, mi sarei spezzata le ossa; mi sarei
sfracellata ai suoi piedi. Stupida ragazza. Stupida. Non ero
diventata ghiaccio per niente, per questo qui, uno sconosciuto
che non c'entrava nulla con me. In un attimo avrei
potuto percorrere il corridoio e infilarmi in macchina e se
avessi guidato oltre il limite di velocit sarei stata di ritorno
a Orlon in meno di un'ora. Ma sapevo benissimo che
non sarei andata da nessuna parte.
Pensi che sia un mago?. Lo disse con disprezzo. Come
se fosse abituato ad essere guardato dall'alto in basso
e se l'aspettasse.
Sollevai il mento. Lo guardai dritto in faccia. Forse.
Vuoi che venga a divertire i tuoi bambini alla festa di
compleanno:  cos? Io e un pony e qualche coniglio. Mi
devi pagare e non sono mica a buon mercato.
Non mi piacciono i bambini, dissi.
Rise, sorpreso.
E non ho nessuno.
Lui cap. Nella mia vita non c'era nessuno.
Vorr dire che far divertire soltanto te.
Si avvicin al tavolo e prese un tovagliolo di carta. Per un
attimo pensai che volesse mostrarmi un trucchetto da festa.
Giusto per farmela pagare. Per orgoglio. Un coniglio di carta,
un uccellino che poteva girare in tondo e svolazzare in
aria. Invece si mise il tovagliolo davanti alla bocca e soffi.
Il rubinetto dell'acquaio perdeva; il rumore copriva il ticchettio
nella mia testa. Osservai la carta che prendeva fuoco.
La fiamma tanto era calda da risultare azzurra. Quando
divent troppo alta e gli bruciacchi i polpastrelli, Lazarus
lasci cadere il pezzo di carta nella scodella dei cereali, dove
si consum fino a diventare cenere. Non sapevo che il fuoco
emettesse un suono simile a un sospiro, a un lamento, a
qualcosa di vivo.
Sai fare di meglio?, chiese.
Potevo esprimere un desiderio e trasformarlo in sangue
e ossa. Ne valeva la pena? Nelle mie vene scorreva ghiaccio;
ero pi fredda e remota di un pianeta oscuro, privo di sole.
Se era questo che voleva, allora forse ero davvero la sua
donna ideale. Mi avvicinai al tavolo e presi il bicchiere di
acqua ghiacciata. Mi riempii la bocca di ghiaccio. Una donna
ferma in un posto, con gli occhi sempre puntati verso il
cielo, immobile, un corpo congelato. Se era questo che voleva,
l'avrebbe avuto. Lo baciai con la bocca aperta. Sentii
il calore struggente che promanava, ma non mollai. Era per
questo che mi trovavo l, adesso lo sapevo. Non riuscivo a
smettere di baciarlo. Sentivo me stessa, il mio desiderio e
non potevo credere di essere proprio io. Un gemito. Come
prima il fuoco, emisi un sospiro, un lamento. L'enigma che
conservavo dentro di me: come si scioglie il ghiaccio? Come
puoi muoverti se sei congelata dentro?
Quando i cubetti di ghiaccio si trasformarono in acqua
e l'acqua fu sul punto di bollire, mi staccai. Andai a sputare
nell'acquaio, prima di bruciarmi. D'improvviso capii
in cosa consisteva il mito dell'ipersessualit dei fulminati.
Semplicemente in questo: sapevamo che potevamo andarcene
in qualunque momento. Vicino a una finestra, sul tetto,
giocando a golf, al telefono. La possibilit che un soffio
ci spegnesse come un fiammifero ci faceva ardere.
Bene. Lazarus pareva sorpreso di quel che gli era capitato.
Per, ne sai anche tu, di trucchi.
Ero attratta da lui come un passerotto da un falco, un
falco da un passerotto. Non c'era nulla di razionale nei
miei passi che lo seguirono in corridoio fino al bagno. Non
avevo alcun motivo di fare ci che feci. Salvo il fatto che
sentivo qualcosa. Non credevo che ci sarei mai pi riuscita.
N allora n mai. E questo sembrava sufficiente a giustificare
quasi tutto.
Riemp la vasca. Il rumore dell'acqua era tutto ci che
udivo. Era l'unico modo per stare insieme: gli elementi che
pi si attraevano erano quelli che si distruggevano a vicenda.
Mi chinai e immersi una mano nell'acqua, facendola
schizzare. L'acqua pareva ghiaccio. Sentivo il gelo penetrarmi
nelle ossa. Lazarus disse che era nulla in confronto
al bagno di ghiaccio in cui lo avevano gettato in
ospedale, quando stava bruciando vivo e bisognava fargli
scendere la temperatura perch il suo cuore non si arrestasse.
Probabilmente quel bagno gli aveva salvato la vita.
Ghiaccio puro. Adesso lo bramava. Una donna fredda come
me. Credo che mi avesse sognata a lungo e alla fine ero
apparsa, col mio vestito rosso.
Era una giornata umida e aveva cominciato a piovere.
Sentivamo la pioggia che batteva sul tetto. Tuoni. Potevo
essere in qualsiasi luogo. Non potevo andarmene.
Ho bisogno del buio, mi disse Lazarus.
Non m'importava. Volevo qualsiasi cosa volesse lui. Chiuse
le tapparelle della finestra, spense la luce sul lavandino.
Ci vedevamo a malapena. Poi l'ultima luce. Spenta anche
quella. Brancolavamo nel buio, seguendo le nostre mani, i
nostri cuori, la nostra pelle. A dire il vero, ero contenta di
essere al buio. Non ero bella. Ed ero pi vecchia di lui di
dieci anni. Mi sfilai i vestiti ed entrai nella vasca, rabbrividendo
per l'acqua fredda. Lui entr subito dopo, desiderandomi
disperatamente; dev'essere stato cos. Percepivo
l'alone del calore nell'acqua. Mi aggrappai ai bordi arrotondati
della vasca. Pensai ai pesci in un secchio. La Morte
ai piedi di un letto. Quando si stese sopra di me, pensai
che sarei affogata. Forse era questo che mi aspettava. Chiss,
forse questa era l'altra met del mio desiderio di morte:
mezzo fuoco, mezzo acqua. Mi spinse gi e mi baci profondamente,
sott'acqua, senza fine. Quando riemergemmo
per respirare, scottavo. Aprii il rubinetto e lasciai scorrere
l'acqua fredda. Sulle mie spalle, sul petto, al buio cui
ero grata. Potevo essere in qualunque posto, invece ero l.
Avrei potuto prendere una strada verso est o verso ovest,
invece ero andata da lui. Chiusi gli occhi. Bruciami. Affogami.
Fai quello che vuoi. Appena entr dentro, lo spinsi pi in fondo.
Quando uscii dalla vasca, mi tremavano le gambe. Sul
pavimento si era rovesciata dell'acqua. Ogni passo era freddo,
pericoloso, si rischiava di scivolare. Devo fare una cosa, dissi.
Mi avvolsi intorno un asciugamano e andai in cucina dove
aprii il congelatore. Mi tremavano le mani. Era una vera
follia. Presi un cubetto di ghiaccio e lo infilai dentro di
me, dove stavo bruciando. Non m'importava. Ne valeva la
pena. Dubitai di aver mai provato nulla prima di allora.
Ti ho fatto male, disse Lazarus.
Si era infilato i vestiti e mi aveva seguita. Dopo quella
notte sulla veranda, nulla mi aveva pi fatto male, neppure
lontanamente. Bagnata, tremavo tutta e lui mi circond con
le sue braccia. Percepivo il calore attraverso i suoi vestiti.
Udivo il battito del suo cuore, quel cuore forte che aveva
sconfitto la morte, che si era fermato ed era tornato a vivere.
Nulla poteva renderlo pi desiderabile ai miei occhi.
Non ero molto cambiata dalla ragazza avida, egoista che
ero stata in passato. Con la differenza che adesso non volevo
l'universo, il mondo tutto intero. Volevo solo questo,
niente di pi: fammi sentire qualcosa, qualsiasi cosa, nell'acqua
fredda, su un letto di ghiaccio, in una notte cos nera
da non poter distinguere la terra dal cielo. E che accada
di nuovo e poi un'altra volta, e ancora, ancora: Fammi male
cos sapr che sono ancora viva.
...
.
...
2.
...
.
...
Le persone si attraggono per le storie che portano dentro
di s? In biblioteca non potevo fare a meno di soffermarmi
su coloro che prendevano in prestito lo stesso libro. Sembravano
non avere nulla in comune, ma chi poteva dire quale
fosse la vera natura di una persona? La parte sconosciuta,
l'enigma, la verit pi profonda. Le osservavo tutte, quelle
persone: alcune avevano smarrito la via, altre vivevano la
propria vita col capo cosparso di cenere, altre ancora dovevano
mettersi alla prova... poi c'erano quelle che, come me,
avevano perduto la capacit di provare un sentimento.
Continuavo a recarmi al frutteto. Non aveva alcun senso
e non c'era alcun bisogno che ne avesse. Era come se
avessi impressa nella testa una cartina stradale che mi conduceva
dall'uomo che mi stava aspettando. Un uomo solo
come me, e forse anche di pi; uno la cui storia si combinava
perfettamente con la mia: lui arso vivo, io intrappolata
nel ghiaccio. Pensavo a Jack Lyons: avrei potuto imparare
ad essere umana con lui, ma a che sarebbe servito?
Da Lazarus c'era molto di pi da imparare. Dopo le prime
volte, mi ero fatta coraggio e gli avevo chiesto com'era stato
essere morto. Nonostante le mie suppliche, non aveva
voluto raccontarmi nulla. Ma non avevo intenzione di lasciar
perdere. Lo tormentavo con le mie domande. Era doloroso,
era paradisiaco, c'era una luce bianca o la pi cupa
agonia? Lazarus si rifiutava di rispondere. Aveva un
bellissimo sorriso, che lo rendeva ai miei occhi ancora pi
desiderabile. Quel desiderio, avevo scoperto, era un paese
a s stante. Ogni altra cosa scompariva dalla carta geografica:
gli oceani, i continenti, gli amici, la famiglia, il prima,
il dopo. Tutto svanito.
Per tutta l'estate, l'unico pensiero che mi girava per la
testa fu la strada che conduceva alla casa di Lazarus. La sognavo:
i segnali stradali, la riga bianca, l'uscita, la veranda,
la porta. Di tanto in tanto mio fratello telefonava, lasciando
anche qualche messaggio, ma non mi presi mai la briga
di rispondere.
Sei viva?, chiedeva la voce di mio fratello un giorno
in cui ascoltai i messaggi della segreteria telefonica.
A dire il vero, s, volevo dirgli. In modo sorprendente,
alquanto incredibile, pareva proprio di s. Ma non avrebbe
capito. Come spiegargli che nelle notti di pioggia Lazarus
e io stavamo seduti, al buio, in veranda, trascinati l da
qualcosa che ci portavamo dentro, dei fenomeni atmosferici
rimasti intrappolati e riflessi in noi, nella carne e nelle
ossa. Non potevo pi farne a meno, del pericolo, della frenesia
che mi dava la sensazione di essere viva, del rischio.
Facevamo l'amore all'aperto, nel buio, sotto la pioggia.
Scendevamo fino allo stagno e, dopo esserci allontanati di
qualche passo l'uno dall'altra, ci spogliavamo. Non avevamo
bisogno di vederci per sapere quel che volevamo. Era
una storia che nessuno conosceva.
Adesso, quando mi trovavo in mezzo al gruppo dei sopravvissuti,
non provavo nulla, nessuna affinit. Volevo
fuggire dai loro tristi racconti di vite finite male. Arrivavo
in ritardo, andavo via in anticipo, quando per strada scorgevo
la ragazza con le calze spaiate, la evitavo. Presto sarebbe
arrivata la stagione degli uragani, un periodo che le
persone fulminate vivevano con particolare apprensione.
Poteva accadere di tutto in qualsiasi momento. Alle riunioni
ci illustravano le norme di sicurezza. Tenetevi lontani
dalle finestre; organizzatevi una cantina antiuragano.
E nelle notti in cui il vento quasi ci spazzava via, io stavo in
veranda. La sicurezza non era tra le mie preoccupazioni.
Dove sei finita?, mi chiese Renny dopo una riunione
dei sopravvissuti, al tavolo del buffet. C'erano biscotti di
avena e brownie al formaggio e una cosa grigia che doveva
essere la torta vellutata rossa, una specialit locale, a
quanto pareva.
Negli ultimi tempi ero stata pi egoista che mai. Avevo
un mondo oscuro e segreto, e mi andava benissimo. Nella
mia avidit, mi ero dimenticata di Renny. Ero quel genere
di amica, un brutto genere, e il totale disinteresse che provavo
per gli altri imbarazzava persino me. Renny sembrava
nervoso e denutrito. Non che io fossi responsabile di lui.
In giro, risposi.
Ci scopi?, disse Renny. Proprio cos. Come se potesse
leggermi nella mente. Si vedeva? Di sicuro non avevo alcuna
espressione sul volto. Non ne avevo mai.
Dio mio, come sei sospettoso. Presi un biscotto, bench
detestassi l'avena. E antipatico.
Renny non era il tipo da lasciarsi ingannare facilmente.
Vorrai dire perspicace.
In effetti, volevo dire proprio quello.
Scoppiammo a ridere.
Tu, invece, mi disse, sei molto stupida.
Perch tu hai una vita sentimentale di cui andar fiero?.
Iris McGinnis. La ragazza che nemmeno sapeva della
sua esistenza.
Ben detto, replic Renny. Colpito e affondato.
La mia amicizia con Renny si basava sul fatto che per
entrambi valeva una certa regola sulla sofferenza. Era una
regola generale, il principio guida per tutto ci che doveva
accadere: Stai attento a ci che provi. Ancora meglio,
non provare nulla. Con i suoi guanti, Renny aveva una sensibilit
molto ridotta e aveva difficolt ad afferrare una cannuccia
o un sassolino. A mani nude la percezione degli stimoli
esterni era eccessiva, stordente, devastante. Da quando
avevo cominciato a frequentare il frutteto, vedevo pi
raramente Renny e perci, prima di quella sera al gruppo,
non avevo capito quanto fosse aumentata la sua sofferenza.
Pareva pi ansioso del solito; il semestre estivo volgeva al
termine e Renny aveva pochissima fiducia in se stesso.
Il giorno successivo mi trovavo in biblioteca quando
Renny pass a salutarmi. Di tanto in tanto dovevo farmi vedere
al lavoro, ma me la prendevo comoda e rimettevo pigramente
in ordine i volumi sugli scaffali, con quell'aria
sognante che mi veniva non appena pensavo a Lazarus.
Ero la Regina di Ghiaccio che voleva essere arsa viva. Volevo
incamminarmi sul sentiero di sassi che conduceva alla
foresta di cenere. Alla fine di quel sentiero avrei trovato
ci che ogni creatura fiabesca agogna. Non perle, n regni,
n oro. Cercavo qualcosa di meglio. Un vero tesoro. La pura
verit.
Mi devi aiutare, mi supplic Renny.
Si tratta sempre di Iris?. Iris McGinnis, la ninfa del
dolore, tanto remota che avrebbe potuto abitare persino
sulla luna. Renny adorava parlare di lei. Di solito spegnevo
l'audio e lo lasciavo alle sue elucubrazioni, ma la mia pazienza
stava arrivando al limite.
Questa volta non  Iris.
Stava per essere bocciato al corso di Architettura; doveva
consegnare il progetto finale del semestre estivo e non
poteva lavorarci perch le mani gli facevano male. Prendeva
il Demerol, insieme al Tegretol per il tremito. Sentii il
senso di colpa crescere dentro di me come una creatura viva.
Volevo dirgli di no. Il mio programma dopo il lavoro
consisteva nel saltare in macchina e raggiungere il paese segreto
dove le arance erano bianche. Volevo affondare i piedi
nello stagno freddo dove Lazarus e io nuotavamo nelle
notti limpide, quando i braccianti avevano lasciato i campi
e i camion con il loro carico erano partiti, appena era
sceso il buio. Il fango tra le dita dei piedi sotto un cielo nero
e privo di stelle. Me l'ero pregustato fin dalla mattina,
mentre mettevo i libri negli scaffali. Volevo essere trascinata
sotto e dimenticare tutto il resto dell'universo.
Ma, come potevo rifiutare un favore a Renny, al mio
amico, Renny l'infelice? Come potevo confessargli ci cui
agognavo davvero? Vattene, vattene. Adesso vivo in un altro
paese dove nessuno mi pu trovare, dove non c' differenza
tra il fuoco e l'acqua.
Avrei dovuto consigliargli di scegliere un altro corso di
laurea. Invece no. La solita crocerossina: mi offrii di
costruirgli il suo progetto, a patto che lui mi istruisse. Quella
sera Renny venne a casa mia. Era disperato, lo capii subito.
Eravamo cos simili. Il tremito era peggiorato. Aveva
i capelli lunghi, arruffati. Non si era lavato. I segni della disperazione.
Quando mi sentivo cos, il ticchettio ci dava
dentro. A volte non riuscivo a sentire il televisore, tanto
era forte quel rumore nella mia testa.
Sei sicuro di farcela?, gli domandai.
Aveva bevuto, fumato erba? I suoi occhi erano arrossati.
E poi pensai: Oh, no. Aveva pianto.
Renny si guard i guanti; a giudicare dalla sua espressione,
pareva stesse osservando piedi forcuti o zampe di leone.
Forse  arrivato il momento di rinunciare all'architettura.
I simili si attraggono, storie simili si attraggono. Avrei
dovuto rispondere: S, rinuncia; mettiti a studiare letteratura
o storia dell'arte... qualsiasi disciplina in cui avrebbe
avuto qualche possibilit di successo, invece di una materia
in cui era destinato a fallire. Ma non era cos che andavano
le cose. Salta nel pozzo, dormi per cent'anni, legati a
un albero ai piedi di una montagna, dove la neve scende
tutti i giorni e il ghiaccio  spesso tre metri.
Non essere sciocco. Ed ecco che lo stavo gi spingendo
nel pozzo. Gli architetti mica le costruiscono le case.
Loro danno l'ispirazione, creano. Sono i muratori che
sgobbano.
Sarebbe meglio rinunciare a tutto. All'architettura e a
Iris. Sogni ridicoli.
Se ci rinunci, non succeder mai.
Sembravo un personaggio delle storie di Andersen, tutto
dalla parte della ragionevolezza e della bont. Ero la sostenitrice,
l'amica, la sorella, la bugiarda. Alzati e spicca il
salto. Non ti preoccupare del casco o delle misure di sicurezza.
Puoi farcela, se ci provi! Cammina sul vetro, estrai
la scheggia di ghiaccio dal tuo cuore, affrontalo. Superalo.
Mi sentivo tanto ipocrita, ma Renny sorrideva persuaso.
A volte c' bisogno di storie come quelle di Andersen. La
storia su come dovrebbe essere, la fiaba su come potrebbe
essere. Renny si pass una mano guantata tra i capelli
spettinati. Non ho alcuna possibilit, disse, ma dalla sua
voce si capiva che aveva riacquistato fiducia.
Dai, al lavoro. Esageravo sempre. Non avevo nemmeno
voglia di essere l e ora mi impegnavo a realizzare un
complicato progetto. Prima il tempio e poi Iris. Ispirami.
Dammi ordini. Trattami come un muratore.
Renny aveva portato colla, bastoncini, legno di balsa,
bamb, plexiglas, carta. Srotol i disegni sul ripiano della
cucina. In realt, ero terrorizzata da quel che mi aspettava.
Non avevo mai costruito nulla. Distruggere era il mio forte.
Renny not la mia espressione spaventata.
Vaffanculo, esclam. Forse  destino che mi boccino.
Sgomberai la tavola della cucina e vi stesi un gran foglio
di plastica trasparente che Renny aveva portato come base
del progetto. Dovevamo costruire un tempio dorico, sempre
che riuscissimo a liberarci della gatta. Alla fine lasciammo
una scatoletta di tonno in veranda e lei usc. Dovevo
cominciare con i bastoncini sottili di bamb. Mi guidava
Renny, ma il timore di rovinare il progetto mi faceva sudare.
Non avevo mai fatto nulla di giusto e adesso perch presumevo
di poterlo aiutare?
Fantastico, continuava a ripetermi Renny ogni volta
che riuscivo a legare un bastoncino di bamb con il filo
sottile. Perfetto.
Tuttavia, quando completai la cosiddetta struttura, essa
somigliava piuttosto a un tempio di ossa. Sei sicuro che sia
giusto cos?. Esaminai i disegni. Questo progetto avrebbe
inciso per il sessanta per cento sul voto finale di Renny.
 solo lo scheletro, mi rassicurava. Il resto lo facciamo
la prossima volta.
Al telefono ordinammo una pizza e chiudemmo a chiave
la cucina in modo che Giselle non potesse abbattere il
tempio. Avevo acceso il ventilatore ma, in ogni caso, il ticchettio
in testa era meno forte.
Quando sar finito, lo regaler a Iris, mi confess Renny.
L'avevo gi deciso all'inizio dell'estate.
Davvero, replicai. Mi vennero i brividi: era una storia
che poteva andare a finire male. Iris si era almeno accorta
che Renny esisteva?
Renny apr il portafoglio e tir fuori un piccolo ciondolo d'oro con il nome di Iris. Era triste e bello e minuscolo
nella sua enorme mano guantata.
L'ho ordinato al gioielliere del centro commerciale
Smithfield. Lo appenderemo sopra la porta. Scommetto che
nessuno ha mai fatto nulla di simile per lei.
Renny. Ossessione o amore, o entrambi? La pena e i
dubbi che avevo mi si leggevano in faccia.
Pensi che sono un idiota. Pensi che non ho nessuna
possibilit.
Temo che nessuno abbia una possibilit, ammisi.
Quando consegnarono la pizza, volle pagare Renny che
ci teneva a ringraziarmi della mia disponibilit. Mentre lui
porgeva il denaro, il fattorino scrut i guanti, sospettando,
probabilmente, qualche malattia contagiosa.
 un idiota, commentai quando il fattorino se ne fu
andato. Non ci badare.
Renny rimise il ciondolo d'oro nel portafoglio; maldestro
e pieno di cautele, ci impieg un'infinit di tempo. Di
solito non facevo caso ai guanti di Renny pi di quanto
non ne facessi alle zampe di Giselle. Adesso invece li notai.
Pensai a Iris McGinnis che, libera da ogni preoccupazione,
viveva la sua vita di studentessa universitaria, del tutto
ignara di amori oscuri, di pegni d'oro e di templi dorici.
Percepii un cambiamento nella pressione atmosferica;
mi affacciai alla porta d'ingresso e chiamai la gatta. Giselle
si precipit dentro e trotterell verso un angolo, senza
degnare di uno sguardo la nostra cena sul tavolino davanti
al divano. Strano. Aveva catturato un'altra preda. Zampette.
Un'ombra grigia.
 vivo?, chiese Renny.
Uccide tutto ci che le capita tra le grinfie. Mi scusai
per Giselle.  nella sua natura.
Renny raggiunse l'angolo e ingaggi un duello con la gatta
per questa seconda talpa. Giselle affond i denti nel suo
guanto. Ges, che perfida. Molla!, le ordin.
Poich la gatta non mostrava alcuna intenzione di obbedire
agli ordini, Renny l'afferr per la nuca e la scosse un poco.
Immagino che Giselle si sia sentita mortificata: io la trattavo
da pari a pari. Brontolando lasci la presa, poi si allontan,
soffiando. Assassina, le gridai. La mia piccola, il mio
tesoro. Stavo cominciando ad affezionarmi a lei. Mi preoccupavo
quando la sera non rincasava, l'aspettavo con ansia
in giardino finch non compariva, lenta e distratta, a suo comodo.
Allora mi squadrava per bene. Poi si strofinava contro
le mie gambe. Avevo cominciato a comprarle la panna.
Brutto segno. Mai affezionarsi, questo era il mio motto. Mai.
Ci sono le impronte dei denti. Renny aveva preso in
mano la talpa.
 morta?.
La pizza stava diventando fredda, ma andai a esaminare
la talpa. Non si muoveva.
Ne ho un'altra fuori in veranda.
Sul serio? Un'altra talpa?.
Condussi Renny dove avevo lasciato la scatola di scarpe.
Sollevai il coperchio. Questa  decisamente morta.
Le collezioni?.
Ridemmo, ma non faceva ridere. Nella scatola c'era la talpa,
simile a una foglia caduta, arricciata, ormai tutta pelle e
ossa. Possibile che mi fossi affezionata anche a questa poveretta?
Odorava di terra e polvere, un profumo triste, amaro.
Be', questa  viva, disse Renny. S'infil la talpa nella
tasca della giacca. Scommetto che anche quella era viva.
Faceva solo finta di essere morta.  difficile da capire, sai.
Ero ancora la bambina che augurava la morte. Se ti tocco
una volta, diventi ghiaccio. Se ti tocco due volte, forse
sparisci.
Hai controllato bene prima di buttarla via?, chiese
Renny.
Dopo tutto ci che avevo fatto per lui quella notte, Renny
sembrava volermi accusare di omicidio o, quanto meno,
di superficialit. Stessa cosa. Avevo colla sulle mani e mi ero
scorticata i polpastrelli insensibili attaccando quei maledetti
bastoncini di bamb. Non avrebbe mai funzionato, n la
mia vita, n la sua. Ero seccata e non potevo nasconderlo.
Forse dovremmo lasciar perdere il progetto, dissi.
Se tutto quello che faccio  sbagliato, come potr mai costruire
un tempio?.
Allora, adesso vuoi scaricarmi? E cos? Perch no? Tutti
quanti vogliono liberarsi di me.
Era cos sensibile che bastava una goccia di veleno per
ferirlo, una parola, uno sguardo, una scheggia di ghiaccio.
Aveva chinato la testa. Stava osservando la talpa. Vidi quel
che non volevo vedere: Renny aveva il cuore a pezzi. I simili
coi simili. Sapevo come si sentiva.
Non intendevo questo, Renny. Mi misi al suo fianco,
vicina. Il mio unico amico. La talpa, mi accorsi, stava respirando
piano. E poi notai che una delle orecchie era tagliata
a met.
Raccontai di Lazarus a Renny, non tutto, ovviamente,
n di quello che sentivo, ma solo che mi alzavo dal letto a
ore strane, spinta dal bisogno di andare da lui; gli rivelai alcuni
aspetti di quel che stava accadendo. Nonostante ci,
parlai troppo. State attenti a chi raccontate la vostra storia.
Mentre eravamo seduti in veranda, entrambi consapevoli
del tempo che stava cambiando, mentre eravamo ginocchio
contro ginocchio, feci l'errore di dire che Lazarus e io
stavamo insieme sempre al buio. Suppongo che la cosa un
po' m'infastidisse. Appena lo dissi, capii che avrei dovuto
tenere la bocca chiusa.
E questo non ti turba? Sei sospettosa di tutto il resto
e di questo no? E evidente che c' qualcosa che questo Lazarus
non vuole farti vedere. Cristo, vorrei poter fare la
stessa cosa con Iris. Ma neanche al buio potrei ingannarla.
Servirebbe solo a rendere pi visibili le mie magagne.
Il buio le aggrava.
Renny decise che voleva mostrarmi il segno definitivo
che il fulmine aveva lasciato su di lui. Quello che teneva
nascosto a tutti. Forse era il suo segreto profondo, pensai,
l'enigma della sua esistenza. Non ero sicura di volerlo conoscere.
Ma non c'era modo di fermarlo.
Era tutto decisamente troppo intimo. Volevo chiamarmi
fuori. Volevo la mia solitudine. Volevo dirgli di non mostrarmelo.
Volevo dirgli che il mio interesse e la mia preoccupazione
erano solo apparenti. Ma restai seduta accanto
a lui. Raggelata.
Renny si tolse i guanti. Lo sentivo, sentivo i suoi grugniti
di dolore, il guanto che strofinava la pelle devastata.
E poi li vidi. Incredibile. Pezzettini di giallo e di verde brillare
sulla sua pelle. Era molto strano e in un certo senso assai
bello. Si vedeva solo al buio, l'oro era intessuto nella sua
pelle, come un arazzo, e non era tutto concentrato nella zona
marchiata dall'orologio e dall'anello, ma pareva schizzato
su tutte le mani. Capivo perch Renny temeva l'amore
almeno quanto lo desiderava: il suo aspetto non era del tutto
umano.
Mi hanno fatto una biopsia per vedere se lo potevano
togliere, ma l'oro  mescolato al grasso e al tessuto sottocutaneo.
Non lo eliminer mai.
Gli presi dolcemente le mani tra le mie. Mi veniva da
piangere. Chiss se gli invalidi riuscivano mai a superare la
causa della loro invalidit.
Dunque, sei fatto d'oro. Molto meglio che di semplice
carne.
S. Giusto. Sono un mostro. Renny si alz per accendere
la luce della veranda. Dandomi le spalle, s'infil i
guanti. E anche lui, ci scommetto. Il tuo amico Lazarus.
Il simile comprende il simile. Ci credevo. Renny si volse
verso di me.
Ti nasconde qualcosa, disse il mio amico.
Non avrei mai dovuto dirglielo. Non avrei mai dovuto
parlargliene. Non avrei mai dovuto lasciarmi coinvolgere.
Be', allora spero che sia qualcosa di bello come le tue mani.
Renny mi lanci uno sguardo come se fossi un'assoluta
cretina. Non capisci? Non nascondi una cosa se pensi che
sia bella. Nascondi quel che  guasto. Ti nascondi quando
sei un mostro.
Lasciammo cadere l'argomento, ma era troppo tardi.
Certe idee, una volta seminate, crescono tuo malgrado.
Avevo cominciato a pensare alle cose guaste.
Secondo te, cosa mangiano le talpe?, mi chiese Renny
mentre lo riaccompagnavo in macchina all'universit.
Naturalmente aveva intenzione di tenere la talpa, di trasformare
quella creatura ferita e cieca nel suo animaletto
domestico. E poi? La talpa si sarebbe messa a parlare?
Avrebbe chiesto a Renny di esprimere tre desideri? Strappa
l'oro dalla mia pelle, l'anello dalle mie dita, l'orologio dal
mio polso?
Larve?, tirai a indovinare. Mio fratello lo saprebbe,
ma  troppo occupato per parlare con me.
Stufato di larve. Renny ridacchi. Torte di larve.
Probabilmente vendono cibo per talpe nel negozio di
articoli per animali. Oppure prova dal ferramenta Acres. Sembra che l abbiano di tutto.
Pensavo a quando Ned lasciava del cibo per i pipistrelli che avevano fatto il nido sotto il nostro tetto. Metteva
nelle grondaie un misto di grasso di bue, miele e frutta. Io
nascondevo la testa sotto il cuscino, mentre lui osservava dalla finestra.
Lo trovano senza vedere dove vanno, mi spiegava mio
fratello. Hanno i sensi molto sviluppati. Ciechi, volano attraverso il buio.
Di notte la piazza centrale dell'universit di Orlon era
tranquilla. Avevo quasi l'impressione di accompagnare Renny
nel luogo sbagliato. Era distrutto. Il campus era cos lindo
e curato, cos perfetto, e lui stava crollando a pezzi. Una
vera amica sarebbe stata capace di tessere guanti di canne e
pelle di talpa per Renny e, dopo averli portati per tre giorni
di fila, Renny sarebbe guarito. La prima ragazza che gli fosse
passata accanto nella caffetteria si sarebbe innamorata di
lui, e sarebbe stata Iris. Iris McGinnis l'avrebbe guardato,
proprio cos, avrebbe guardato dentro di lui e, comprendendo
quanto lui l'amava, si sarebbe sciolta in lacrime per la
commozione.
Renny infil la mano in tasca per controllare come stava
la talpa. Aveva ragione su di me. Dopo aver pensato che
non c'era nulla da fare, probabilmente l'avrei buttata nella
scatola di scarpe con l'altra e sarebbe diventata pelle e
ossa, un'altra foglia accartocciata. Non mi sarei nemmeno
data la pena di verificare se si sentiva battere il cuore.
Ancora viva, disse Renny.
 tutto ci che possiamo domandare, vero?.
Dimentica quel che ho detto su Lazarus. Forse ero geloso
perch tu hai trovato qualcuno.
Come se potessi dimenticare. Se c'era una nota negativa,
mi ci aggrappavo. Un salvagente di dubbi e paure.
Certo. Non ti preoccupare. Cercavo di apparire tranquilla
e allegra. Non ho mica intenzione di farmi portare
subito all'altare. Non  amore, Renny. Non  nulla del genere.
Sono felice per te. Qualsiasi cosa sia. Lo dico davvero.
Era cos. Per quanto a pezzi, riusciva lo stesso ad essere
felice per un altro.
Voglio dimenticare Iris. Era un'idea stupida quella di
regalarle il tempio. O addirittura di pensare che potesse
volermi. Che cosa se ne faceva di un mostro?.
Non sei un mostro.
Sentivo qualcosa di umido negli occhi. Compassione.
Un sentimento che non volevo provare.
Senti, Renny, anche se non  Iris, prima o poi qualcuno
penser che sei perfetto cos come sei. Mi guard e io
capii che, malgrado le sue parole, nutriva ancora speranze.
Voleva crederci. Fidati, dissi.
Forse hai ragione, replic.
Lo sai che  cos.
Ero quasi riuscita a convincere anche me stessa. Renny
scese dalla macchina e, camminando all'indietro, mi salut con la mano.
Mostri di tutto il mondo, unitevi. Alz il pugno guantato.
Vai a studiare, fa' qualcosa, gli gridai.
Entr nel suo dormitorio. Sparito, ma non del tutto,
perch con me era rimasto qualcosa di lui: la sua idea che
mi girava in testa, sempre pi invadente. E se Lazarus stava
nascondendo qualcosa? E se era davvero un mostro?
L'uomo che credevo di conoscere poteva benissimo essere
un'invenzione della mia fantasia, un orso, un serpente, un
rospo spinoso. Pi ci pensavo e pi ero assalita da dubbi.
Era possibile conoscere veramente una persona? La conoscenza
poteva ferire, strapparti il cuore, spezzarti le ossa?
Invece di tornare a casa, mi recai in biblioteca. Al diavolo
gli esseri umani. Mi ero sempre sentita pi al sicuro
tra le storie che tra la carne e il sangue. Entrai dalla porta
sul retro, poi chiusi a chiave. L'aria era calda e umida in biblioteca,
non c'era da stupirsi se le pagine delle vecchie
edizioni ingiallivano. Accesi la lampada sulla scrivania. Un
piccolo cerchio di luce chiara. Frances lasciava la scrivania
pulita e ben ordinata, cos feci attenzione a non spostare
niente. In quella sala l'aria era particolarmente pesante;
durante il giorno tenevamo il condizionatore acceso e ora
la polvere si era posata. Mi venne un colpo di tosse e il suono riecheggi.
Frances aveva una serie di fotografie di nipoti e nipotine,
di un cane nero che si chiamava Harry e dei canali di
Venezia, dove era stata in vacanza l'anno precedente. Accanto
alla mia scrivania, il nulla. Nulla di ovvio, quanto
meno. Solo l'immagine invisibile che portavo sempre con
me, che ritraeva me stessa, la bambina che pestava i piedi
in veranda, con il fiato che usciva a ondate, come fumo,
una bestiolina, capelli scuri che cadevano sulla schiena, le
stelle fissate nel cielo nero una volta per sempre, il ghiaccio
che brillava per sempre, pi splendente delle stelle.
Sentivo i coleotteri che sbattevano contro le zanzariere
delle finestre. Poi un sospiro, come se i libri respirassero.
Quello era il mio posto, pensai. Era qui che vivevo. Tutto
ci che era successo o che sarebbe successo fuori di qui,
era una sorta di sogno. Poi udii un colpo. Trattenni il respiro.
Un rumore vero, vivo. Questo mi svegli. Dopo tutto,
forse volevo essere viva. Forse volevo stare nel mondo.
Avevo paura che un ladro cercasse di intrufolarsi nella biblioteca.
Ma qui tutto era a disposizione del pubblico, non
c'era nulla da rubare. Chi era cos pazzo da introdursi di
nascosto nella biblioteca poteva essere abbastanza pazzo da compiere azioni peggiori.
Mi rannicchiai nell'oscurit. Poi ci fu un rumore metallico
e ripresi a respirare. Non era un tentativo di scasso,
era una restituzione. Capii che qualcuno aveva infilato un
libro nella buca notturna. Tutto qui. Mi diedi un pizzicotto
per essermi comportata da idiota e mi avvicinai alla porta.
Non c'era nulla da temere. Intravidi una donna vestita
di bianco percorrere il viottolo. Camminava a piedi nudi
sul cemento. Aveva capelli chiari ed era di corsa. Una macchina
era parcheggiata sulla strada, con il motore acceso.
La notte era scura, nera come i coleotteri. Non riuscii a distinguere
alcun tratto della figura finch lo sportello dell'auto
non si apr e ci fu un lampo di luce. La donna era mia cognata.
Rimasi a osservarla finch la macchina non scomparve.
Il cuore mi batteva. Troppo in fretta. Troppo forte. Per tutta
la vita mi ero sentita come se fossi complice di un crimine.
Non era una novit per me. Auguravo la morte, tradivo,
mentivo, conservavo segreti. Ero l'assistente della
morte, ma priva di grandi doti. Una lacch, una sciocca, la
soccorritrice il cui aiuto causava tragedia. Un passo, un desiderio,
uno sbaglio, una notte ghiacciata. E adesso avevo
visto mia cognata, Nina, che rientrava in macchina di corsa
e partiva nell'oscurit. Mi resi conto che quella cosa
bianca che indossava era una camicia da notte.
Il libro che aveva depositato era nella buca per le restituzioni
notturne; quando lo presi era ancora tiepido delle
sue mani. Uscii con il libro dalla porta sul retro, dove la
mia auto era parcheggiata al buio. Guidai di nuovo attraverso
il campus e probabilmente non fu un caso che mi
trovai a passare nella strada di mio fratello. Forse volevo
accertarmi che non era Nina quella persona in biblioteca,
ma qualcuno che semplicemente le assomigliava. Potevo
scorgere l'interno di alcune case, piene di luce gialla, di vita.
Quella di mio fratello, invece, era buia. Dormivano tutti.
Dentro, erano tutti al sicuro. L'auto che avevo visto dalla
biblioteca era parcheggiata nel vialetto. Forse quella
notte non l'aveva usata, ma in fondo non ero sicura di voler
sapere. Non osavo uscire e toccare il cofano della macchina
per sentire se fosse ancora caldo.
Sopra di me c'era un lampione; quando voltai il libro
che era stato riconsegnato, lessi il titolo: Cento modi di morire.
Era il manuale per i suicidi che consultavo spesso nel
New Jersey, quando Jack Lyons mi chiamava per avere informazioni.
Mi sentii serrare la gola. Credevo che i simili si
riconoscessero sempre tra loro ma, a quanto pareva, con
Nina avevo preso una cantonata.
Osservai i coleotteri volare attraverso il buio nel giardino.
Mi domandai se Nina, rientrata in casa, si fosse rannicchiata
nel letto accanto a mio fratello, che magari non si
era neppure accorto che lei si era alzata, n che i suoi pallidi
piedi erano freddi. Mi venne in mente che mio fratello aveva trascorso il giorno antecedente la morte di mia
madre a confezionarle un regalo. Era un libro fatto di cartoncino,
legato con i lacci delle scarpe. Quando gli avevo
chiesto che cosa fosse, mi aveva risposto che era la storia
della sua vita. Che scemenza, avevo ribattuto. Non l'avevo
nemmeno guardato in faccia per vedere se l'avevo ferito. A
chi vuoi che gliene importi? Ero gelosa. Sapevo che un libro
poteva trasformare in realt le cose. In questo caso, era
il suo amore, proprio l, sulla carta, legato con i lacci, consegnato
in dono a mia madre. Per questo ero stata cos
perfida con Ned. Io non avevo nulla. Non mi era neppure
passato per la mente di farle un regalo. Non ci avevo minimamente pensato.
La nostra casa del New Jersey poteva stare tutta intera
nell'attuale soggiorno di mio fratello. Aveva una splendida
linea, anche al buio. Finora ero sempre stata convinta che
Ned e Nina dormissero bene la notte, un sonno razionale,
senza sogni, dolce. Ora, guardando tra le ombre, mi accorsi
che in giardino c'era una donna. La moglie di mio fratello.La camicia da notte la rendeva quasi invisibile. Ma era
l. Era Nina. Non si muoveva. Cercai di svignarmela velocemente,
prima che mi potesse vedere. Misi in moto con i
fari spenti. Forse non era mai accaduto nulla, forse mi ero
completamente sbagliata ma, quando mi voltai per guardare
dal lunotto posteriore, vidi che mi spiava, anche se non
pareva importargliene. Il suo sguardo mi passava attraverso,
come se questo mondo non la riguardasse pi, come se tutto
ci che contava non fosse pi visibile a occhio nudo.
...
.
...
Capitolo quarto.
...
.
...
Vero.
...
.
...
1.
...
.
...
Tutti nascondono la propria natura pi vera. Lo capivo
bene; lo approvavo, persino. Che razza di mondo sarebbe
se la gente inondasse di sangue tutto il marciapiede, piangesse
sotto gli alberi, schiaffeggiasse chiunque disprezza,
baciasse gli sconosciuti, rivelasse se stessa? Copriti con un
mantello, ecco cosa bisognava fare; esibisci una maschera,
la parte esteriore di te stesso, quello che vuoi far credere di
essere. Mia cognata ne era il perfetto esempio: la matematica
solare, praticamente perfetta, che in camicia da notte,
mentre la maggior parte della gente per bene era gi a letto,
percorreva strade silenziose e studiava i cento modi di
morire. Avevo gi deciso di non raccontare a nessuno di
averla vista depositare il libro. Bugiarda, come per tutto il
resto, pronta a fingere di non sapere nulla delle crepe nella
sua vita vera, delle ore nere, della buca della biblioteca,
del libro di dolore tra le sue mani.
Morte per affogamento, cominciava cos. Anemia causata
dal rifiuto di qualsiasi cibo, anonimato, arsenico, arterie
principali (coltelli, rasoi, penne a sfera), asfissia, assenzio
(ingerito, ovviamente), morte per assideramento,
morte augurata, automobile (incidente, asfissia), bagni pubblici,
barbiturici (sminuzzati in budini o in succo di mela
per renderne pi rapida la digestione), belladonna, cadute
da finestre aperte (ottavo piano e oltre), camere d'albergo,
cicuta velenosa, edera (polverizzata e sciolta in zuppe o nel
t), elleboro nero (sciolto nel t), eroina, ferite da fuoco,
forno a gas, fuoco, morte per ghiaccio, impiccagione, morte
per incidente premeditato con la polizia (si veda inseguimento
di automobili, stato d'ebbrezza in luoghi pubblici,
disturbo della quiete pubblica), menta puleggio, Oxy-Contin,
punture di api (si veda vespe, si veda alveari, si veda
allergie), radice di fitolacca, sacchetto di plastica sulla
testa (si veda doppia morte, si veda overdose sicura), sedativi,
stagni e laghi, stimolanti, stramonio, trovarsi nel posto
sbagliato nel momento sbagliato.
Dopo quella notte in biblioteca, mi capit di vedere Nina
solo di sfuggita: una volta al mercato e un'altra nella caffetteria
dove Renny e io stavamo pranzando. In entrambe le
occasioni mi aveva salutato allegramente con un cenno della
mano. Le avevo risposto ed ero tornata a occuparmi degli
affari miei, come se non avessi sfogliato Cento modi di morire
prima di rimetterlo a posto nello scaffale, come se mia cognata
non fosse stata sui gradini della biblioteca in camicia
da notte. Manuali di autoaiuto: la sezione cui apparteneva.
La verit era che non volevo impicciarmi. Perch proprio
io dovevo intervenire sulla vita degli altri, dire a uno di girare
a destra invece che a sinistra, di cambiare strada invece
che proseguire dritto? Come ti metti in mezzo, sbagli. Inevitabile.
Chi pu sapere dove porter il tuo consiglio, il tuo
interesse, il tuo amore? Se cominci, sar impossibile fermarti.
Era ci che stava accadendo con Lazarus. Avevo colto l'unica
perlina di dubbio che Renny aveva gettato e ne avevo
fatto una collana di perle rosse, che i miei occhi non vedevano,
una collana stretta intorno alla mia gola, soffocante.
Chi era veramente Lazarus? Ecco il problema. Che cosa
voleva dire avere un amante che ti abbracciava solo al
buio? Che voleva nascondere non solo il suo essere pi
profondo, ma anche il suo aspetto esterno? Niente di buono,
di sicuro; niente di cui potersi fidare. Quando meno te
l'aspettavi, ti avrebbe morso e trascinato a fondo. Come
bastava poco per smontare tutto. Bastavano queste cose.
Perle rosse. La verit. Quel che non vuoi sapere, che non
hai bisogno di sapere, che non vuoi tenere in mano. Stringila,
l'ortica pungente, la vespa, la scheggia di vetro. Fallo.E poi sopportane le conseguenze.
Ogni volta che domandavo a Lazarus com'era stato morire,
si metteva a ridere. Te l'ho gi detto, non voglio parlarne.
Aveva le sue regole: questo s, quello no. Al buio, per
tutta la notte; alla luce, mai. Ma io non mollavo. Quando
mai l'avevo fatto? Mormoravo e punzecchiavo come una
moglie noiosa, come un bambino che non voglia rassegnarsi.
Pesta i piedi, bimbetta. Strappati i capelli per la rabbia.
Ottieni quel che vuoi. Non rinunciare. Uno spillo, una
supplica, un grido.
Ti hanno accolto i tuoi familiari? Era un buco nero? Il
tempo si dilatava all'infinito, o era un unico colpo secco, pof
finito, come un mago che passa un fazzoletto davanti a un
coniglio e quello  sparito, sparito per davvero?
Si mise a ridere. Erano trentotto gradi in quel momento
e ci trovavamo in cucina, con le tapparelle abbassate.
Lazarus indossava una camicia bianca a maniche lunghe.
Me ne accorsi allora: ogni bottone era nella sua asola.
Perch non pensi al qui e all'ora?.
Lazarus mi circond con le sue braccia, attirandomi al
suo petto infuocato, e avvicin la sua bocca al mio orecchio.
Anche la sua voce era calda, mi scioglieva. Lo sentivo contro
di me, coscia contro coscia, e in quel momento credetti
di conoscerlo. In un certo senso. Caldo, notte, scopata,
bacio, pelle, muscoli, ardore. L'effetto che facevano le sue
braccia al buio. Ogni costola. Smagliatura, gabbia, suo, mio.
La dimensione e il calore di lui dentro di me. Le parole che
diceva che non erano parole. Il modo in cui mi desiderava.
Non era abbastanza? Non poteva essere amore? I segni c'erano
tutti: il cuore che batteva all'impazzata, la mente desiderosa
di credere a qualsiasi cosa; lei che non vede l'ora
che sia buio, e quando non  con lui ne sente la mancanza,
si precipita in macchina a qualsiasi ora, percorre strade
oscure. Altri sintomi? Un'elevata frequenza del polso, il
centro di se stessa che scivola in basso, verso l'addome, il
sesso, le cosce, l'incapacit di pensare, il cedere, il tu non-
sei-solo, il sei-sparito, il non-c'-differenza-tra-dentro-e-fuori.
Tutti i segni al completo. Prove a sufficienza dell'esistenza
di un attaccamento.
Eppure, eccolo l. Il potere di una singola idea nella
mia testa. La parte nascosta, la parte scoperta. Era un nastro
dentro di me che non potevo riavvolgere. Era la voce
di un uccellino, il sussurro di una talpa: Cerca di scoprire.
Non  forse questo il cuore di ogni storia? La ricerca della
verit. Il bisogno di conoscere. Strappa la pelle di foca, la
pelle d'asino, le piume, le catene. Alla luce della luna, delle
stelle, della lanterna, alla luce azzurra. Non era quello che
tutti volevano: vedere e udire. Toglimi il velo dagli occhi. I
sassi dalle orecchie. Fammi fare due giri. Dimmi. Non importano
le conseguenze. Non importa il prezzo da pagare.
Almeno finch non occorre pagarlo. Almeno finch il prezzo
non ti acceca, non ti assorda, non ti arde vivo.
La volta seguente che andai a trovare Lazarus, mentre
era lui occupato nel suo studio, diedi furtivamente un'occhiata
agli scaffali di libri in salotto. Stava pagando dei
conti e sorseggiava il t freddo che gli avevo preparato.
Era indaffarato. Si fidava di me. Proprio di me. Gli scaffali,come del resto tutta la stanza, erano pieni di polvere.
Luce azzurra, luce della lanterna. Da parecchio tempo
nessuno sfiorava pi quei libri. Da bibliotecaria qual ero,
le capivo al volo queste cose, quali libri venivano letti, quali
cadevano nell'oblio. Lo strato di polvere, il modo in cui
i libri erano disposti sugli scaffali, abbandonati e ignorati.
Passai in rassegna un libro dopo l'altro. Altri viaggi. Guide
della Francia. Musei a New York. Villaggi peruviani.
Un intero scaffale dedicato all'Italia. Tutto cos perfettamente
ordinato, cos polveroso. Un museo di libri.
Lazarus entr nella stanza e mi vide mentre stavo carponi per terra.
Sei gi pronta per me?, disse.
Rise. Anch'io risi.
Poteva essere imbarazzante, ma non per me; buona parte
del nostro rapporto ruotava intorno al sesso. Mi domandai
come sarebbe stato se non avessimo avuto bisogno
di ghiaccio, di acqua, di tutto quel freddo. Se avessimo potuto,
non ci saremmo pi fermati; forse ci saremmo consumati
fino a ridurci in cenere, in polvere, fino a diventare
incandescenti, rosso sangue.
Do un'occhiata ai libri, dissi voltandomi dall'altra parte.
Facevo sempre cos quando non mi fidavo.
Quelli della biblioteca non ti bastano, vero?.
Era pi vicino, le sue mani sulla vita dei miei jeans, le dita
che quasi mi toccano la pelle, tanto da bruciarmi.
Se proprio vuoi leggermi qualcosa, allora che sia una
storia della buonanotte, a letto. Sorrise, furbo. Mi piaceva
quel sorrisetto. Mi piaceva quell'allusione. Forse sar
arrossita.  probabile che il mio viso fosse rosso. Rosa.
Non d'imbarazzo. Di ardore. Non riuscivo proprio a nasconderlo,
tutto quel mio desiderio. Passavamo la maggior
parte del tempo in vasca da bagno; facevamo sesso
come i pesci, tra le onde, al freddo, con la pelle che si rompeva
in scaglie. A letto, ci stendevamo su una coperta di
ghiaccio frantumato. Le dita mi diventavano viola, non
m'importava. Erano comunque insensibili, a meno che non toccassero lui.
Gli brandii un libro davanti. Profumava di campi verdi,
di vino rosso, di sole. L'odore sottile dell'inchiostro. Ti interessa l'Italia?.
Mi interessi tu.
Probabilmente credeva che volessi sentire quella risposta.
Poteva anche aver ragione. Poteva benissimo aver ragione.
Ma non era cos.
Dico sul serio. Hai cos tanti libri di viaggi. Non  che
hai intenzione di sparirmi, vero? Di trasmigrare a Roma o
a Firenze? Potresti trovarti un'altra donna, una carina.
Mi prese il libro dalle mani. Possibile che qualcuno mi guardasse a quel modo?
Sei tu l'unica donna che voglio.
Gli credetti. Mi sarei dovuta fermare. Ma ormai era gi
partito il mio piano, il mio disegno necessario, e con passo
malfermo ci muovevamo in quella direzione, la fase
centrale della nostra storia, la parte pi pericolosa quando
pu accadere di tutto.
Lazarus soffi via la polvere dal libro e lo rimise sullo
scaffale. I libri erano tutti in ordine, citt dopo citt, paese
dopo paese. Lo infil nella sezione del Sudamerica. Non
gli importava dell'ordine. D'un tratto ebbi la sensazione che
non avesse mai visto quel libro prima di allora. N quello
n nessun altro sullo scaffale.
Forse dovremmo fare un viaggio. Lo stuzzicai sperando
di ottenere una reazione. Come i bambini colpiscono
le creature morte con un bastoncino. Vivo o morto?
Cattivo o mansueto? Davvero. Un posto dove non siamo mai stati.
Mi scrut. Dieci anni di meno. Il tipo d'uomo che mai
avrebbe perso tempo con me. Era splendido. Non lo sapeva?
Non si era mai guardato allo specchio? O era me che
non riusciva a vedere? Era una cecit dovuta alle nostre
condizioni? Io non vedevo il rosso; lui non vedeva la bruttezza n l'inganno.
Ma subodor qualcosa di storto. Era nell'aria, come il
pulviscolo o i moscerini. Tra i suoi occhi s'ergeva una cresta,
come se si stesse sforzando di capire perch mai parlavamo
di partenze quando tutto ci che volevamo, in teoria, era proprio qui.
Dai, vieni in cucina. Ti ho preparato il pranzo.
Semplice. Non era interessato. Prossimo argomento,
per favore. Il qui e ora. Il pranzo  a tavola. Come la gente normale.
Lo seguii in corridoio. Mi sentii mancare, come se mi
avessero strappato quella minuscola speranza che custodivo
dentro di me e l'avessero soffiata via. Adesso ne ero certa:
non aveva mai letto i libri dello scaffale.
Mi aveva preparato una zuppa calda di pomodoro. A
lui piaceva fredda, con il ghiaccio. Si vers un bicchiere di spremuta d'arancia.
Vitamina D, annunci.
Era costretto a badare a queste cose. Aveva la carnagione
pallida; non stava mai al sole. Pensai che poteva scomparirmi
davanti agli occhi. Pensai al bracciante che quasi
era sicuro di lavorare per un mostro. Mi sedetti a tavola.
Non avevamo molto da dirci. Fuori il crepuscolo fluttuava,
avanzando tra le nuvole con ondate di luce azzurra. Mi
sentii il cuore spezzato, e pensare che neppure immaginavo
di possedere un cuore da spezzare.
Questo  il pericolo quando si arriva nella parte centrale
della storia. Puoi scoprire pi di quanto non volessi sapere.
Restammo in cucina a guardare la luce che svaniva nel
frutteto. Tutto quell'azzurro, tutta quella luce. Se fossi rimasta
l, avrei sciacquato i piatti e lui avrebbe posato le
sue mani sul ghiaccio del congelatore e poi, avvicinatosi a
me da dietro, mi avrebbe toccata fino a farmi bruciare.
Avrei lasciato aperto il rubinetto dell'acqua. L'avrei stretto
tra le mie braccia fredde, bagnate. Ma quel giorno non
and cos. Stavamo entrando nel dopo; Vallora, Xora e il
ben presto stavano diventando regni distinti.
Questa era la felicit e noi non lo sapevamo. Le passammo
accanto. Non ne avevamo la minima idea. Passo dopo passo.
Sentii qualcosa che mi pungeva, una punta. Stavamo risvegliandoci
dal sogno della cucina, del pomeriggio, del desiderio
che provavamo l'uno per l'altra. Quando si faceva
buio, di solito ci trasferivamo in camera da letto o in bagno.
Eravamo felici che scendesse la notte. Adesso ero stanca.
Era stata una giornata lunga e non era ancora finita. Gli dissi
che non mi sentivo bene. Avevo bisogno di dormire. Non
ero pronta per scoprire alcunch, immagino. Non ancora.
Sapevo che la verit avrebbe cambiato tutto.
Scusa, gli dissi quando mi accompagn in veranda.
Di cosa?.
Di niente. Di tutto. Di tutto quello che stavo per fare.
Perch sono stanca.
Mi afferr e mi baci finch la mia bocca non cominci
a scottare. Niente ghiaccio. Non questa volta. Lasciatami andare, mi guard.
Non voglio farti male, disse Lazarus.
Questo  ci che dicono tutti e poi fanno comunque ci
che vogliono. Guidando l'auto verso casa, mi sentii svuotata.
Avevo perduto qualcosa: lo sentivo con nettezza, come
quando avevo perduto la capacit di vedere il rosso, un colore
che non mi era mai piaciuto, che avevo sempre evitato.
Adesso, senza il rosso, ogni sfumatura era smorta, dissanguata,
non soltanto lo scarlatto, il cremisi, il vermiglio,
ma anche il ruggine sembrava grigio, e il rame e il bronzo,
senza i loro toni rossi, parevano piatti. Senza il rosso, l'alba
era lattea, i rubini privi di valore.
Non avevo pi fiducia in lui. Ecco cosa avevo perduto.
Era caduta come un sasso in uno stagno. Non credevo nemmeno
a una sua parola, a un libro che aveva letto, a una scopata,
a un bacio, a uno sguardo. Neppure a una scodella di
zuppa. A nulla.
Tornai a casa e, accucciata vicino alla siepe, c'era la mia
gatta che dimenava la coda avanti e indietro. I fiori erano
tutti bianchi come gesso. Quando mi avviai lungo il vialetto
la gatta mi ignor, ma arriv di corsa non appena aprii
la porta della veranda. Una vera amica nelle avversit. Era
ora di cena. Sapeva ci che voleva; io, invece, non avrei saputo
dire se quel che sentivo fossero fusa o il suo stomaco
che brontolava, mentre si strofinava contro le mie gambe.
La mia veranda. La mia chiave. La mia casa. Il mio nulla.
La scatola da scarpe era sopra il cartone colmo di vecchi
giornali, di buste della spesa, di ogni genere di carabattole.
Non riuscivo a decidermi di seppellire la talpa e non potevo
certo gettarla via con l'immondizia. Pensai a Renny. La
costruzione del suo tempio dorico era ormai quasi terminata.
Dovevamo per finirla e lui mi aveva telefonato per
stabilire quando avremmo potuto incontrarci. Ma io ero
troppo occupata, troppo indaffarata per ascoltare i suoi
racconti sul corso all'universit o su come la talpa che aveva
salvato andava riprendendosi e ingrassava a forza di gelati
e di larve. Ci eravamo accordati per la domenica successiva,
ma fino ad allora avrebbe dovuto aspettare. Anch'io
avevo dei problemi da risolvere.
Sbirciai dentro la scatola che conteneva la talpa morta.
Alcune formiche erano riuscite ad arrivare fino al mucchietto
di ossa. Si sentiva un odore di pelle umida, di terra, di
marciume. Nulla di piacevole. Nulla da conservare. Osservando
la scatola, mi resi conto che non sapevo separarmi
dalle cose; neppure da questa talpa. Ero sempre stata cos, le
tenevo strette strette. Non potevo lasciare andare niente.
Salvo le cose pi importanti.
Poco tempo dopo mi fissarono un appuntamento dal
mio cardiologo. Craven. L'uomo che sosteneva che avevo
un cuore. Durante l'ultima visita mi ero stupidamente lamentata
di un dolore al petto e adesso mi aveva fornito
un'apparecchiatura per monitorare il cuore, che avrei dovuto
tenere addosso per ventiquattr'ore.
Lei soffre di aritmia e, per quanto non sia inusuale nelle
persone che hanno sperimentato una folgorazione, noi
non vogliamo trascurare nulla.
Non sar qualche difetto congenito che non  ancora
stato scoperto?. Pensavo a quello spaventoso personaggio
di Andersen il cui cuore era trafitto da un pezzo di ghiaccio.
Tenendo conto delle circostanze, lei rientra nella normalit,
disse Craven. Vogliamo soltanto stare in guardia. Non si sa mai.
Alla biblioteca mi ero spesso data malata per poter trascorrere
pi tempo possibile nel frutteto con Lazarus. In
pratica, avevo utilizzato qualsiasi scusa. La nausea, uno
scampanellio nelle orecchie, un dolore al braccio, al fianco,
a tutto quanto. I disturbi erano parzialmente veri, sicch il
senso di colpa non mi affliggeva come avrebbe potuto, o
dovuto. A spingermi era, suppongo, l'ossessione. Il desiderio
impellente di una persona, di una cosa. I rischi che d'un
tratto si era disposti a correre, le bugie che venivano cos facili.
Frances York non mi aveva mai domandato niente, n
si era mai lamentata. La sua generosit avrebbe dovuto rendere
la vita difficile al mio egoismo, ma non era cos. Terminata
la visita medica, mi avviai verso la biblioteca. Parcheggiai
l'auto e, entrando in sala, scoprii che non vedevo
l'ora di tornare in quel luogo. In effetti, mi era mancato.
Qui, tutte quelle parole indegne di fiducia non venivano
mai pronunciate: erano stampate in modo rassicurante e legate ben strette.
Ti senti meglio?, mi chiese Frances quando arrivai direttamente
dallo studio medico. Era tardi, l'orario normale
di ingresso al lavoro era passato da un pezzo. Il tempo
era afoso e neppure il condizionatore poteva fare granch.
Tutto bene.
Oh, certo. Ero soltanto malata di sesso, malata d'amore,
malata di menzogne.
Frances mi osserv. Forse stava perdendo la vista, ma
non l'intuito. Sicura?.
Mi tirai su la camicia e le mostrai l'aggeggio che mi avevano
legato intorno al petto.
E hanno detto che potevi venire al lavoro?.
Era la mia occasione e non me la lasciai sfuggire. Non
tanto. Ho un'aritmia. Vogliono controllare il mio battito
cardiaco. Ma mi sento come un cavallo con il morso. O un mulo.
Devi assolutamente andare a casa e riposare, sentenzi
Frances.
Pensai a Falada, il cavallo leale che non poteva fare a meno
di dire la verit alla guardiana delle oche, anche quando
gli ebbero tagliata la testa. Per un attimo sentii una punta
di rimorso, un lampo di onest. Mi successe mentre mi trovavo dietro lo schedario.
Voglio tornare come prima.
Una cosa stupida da dire a voce alta. Non sapevo nemmeno
cosa significasse. Quella che ero, ma quando e dove?
Ieri? Il giorno prima che mia madre si allontanasse da
noi? Il minuto prima che Renny insinuasse che Lazarus mi
nascondeva la sua vera natura?
Frances era preoccupata. Ci vuol tempo per ristabilirsi. Non aver fretta.
Quel suo atteggiamento premuroso stava rendendo le
cose ancora pi difficili. Non c'era da stupirsi se mi ero tenuta
alla larga dalle gentilezze: da un certo punto di vista,
erano peggio delle bastonate. Contro la crudelt, la zanna
e l'artiglio, ti potevi battere; la compassione, invece, ti avvolgeva,
ti soggiogava, rendendoti consapevole di tutti gli
errori, di tutte le malefatte compiute. Mi accorsi che non
sapevo assolutamente nulla di Frances, salvo quei pochi
fatti che si potevano desumere dalle fotografie sulla sua
scrivania. Forse anche lei credeva di conoscermi. Il mio armadietto
vuoto l'avr indotta a fare delle congetture. Poveretta,
nemmeno una fotografia, n un oggetto personale,
n una vita propria. E adesso pure quell'armatura per monitorarle
il cuore fluttuante che andava ad aggiungersi alle
altre cose patetiche: il taglio alla maschietta, ridicolo per
una donna adulta, il modo in cui s'inginocchia tra gli scaffali,
come se dovesse fare penitenza, e lo spaventoso pallore.
Povera creatura. Povera me.
Continuavo a rimuginare su quegli strani libri di Lazarus.
Prima ero cos sicura che le nostre storie fossero uguali,e adesso non ero pi sicura di niente. Per scartabellare
lo schedario, aspettai che Frances si recasse alla tavola calda,
dove avrebbe ordinato un'insalata anche per me. Pensai
bene di chiederle un piatto complicato, di modo che la
preparazione richiedesse del tempo. Feta e cipolle e una
lattuga particolare e olive. Non del genere piccante, ma di quelle viola scuro.
Sei sicura che ce le abbiano, cara?.
Niente affatto. Ero sicura, invece, che la mia ordinazione
mi avrebbe consentito di passare un po' di tempo da
sola, ci di cui avevo bisogno. Ero pronta a scavare; cercavo
sangue e ossa. Osservai la macchina di Frances che si allontanava
e poi velocemente mi misi a esaminare la scheda
di Lazarus. Seth Jones aveva preso in prestito un bel numero
di guide turistiche. Gli interessavano i deserti, il Sudamerica,
Firenze, Roma e Venezia. Fissavo i titoli dei libri
tenendo la scheda in mano. Una scheda abbastanza normale,
salvo per un timbro stampato in cima. CONTINUA. Non
era l'unica scheda a suo nome.
Tornai allo schedario. Mi cadde l'occhio su una scheda
intestata a Iris McGinnis: doveva essere la Iris di Renny, la
ragazza dei suoi sogni. Che cosa avr trovato qui che non
ci fosse anche nella biblioteca dell'universit? Forse aveva
solo bisogno di pi tempo: i prestiti da noi duravano un
mese, mentre all'universit scadevano dopo due settimane.
Aveva preso l'Odissea e l'Iliade. Si laureava in letterature
classiche? Era una lettrice lenta? Aveva una predilezione
per le creature mitologiche?
Forse avrei dovuto annotare per Renny il numero di telefono
di Iris, ma andavo di fretta. Ben presto Frances sarebbe
stata di ritorno. Era quasi ora di cena. Afferrai una
torcia e scesi al piano inferiore, nel magazzino. Scatoloni di
libri rovinati dall'acqua da quella volta che le tubature erano
scoppiate e Frances aveva coinvolto i suoi concittadini
per mettere in salvo ci che era ancora recuperabile. In fondo
alla stanza trovai finalmente le schede vecchie. Aprii la
prima scatola e passai a setaccio quel guazzabuglio. Molti
dei titolari erano ospiti permanenti dell'ospizio. Dozzine di
schede ingiallite, elenchi di libri in prestito che si riferivano
ad abitanti ultrasessantacinquenni della citt di Orlon. E,
infine, Seth Jones. Tenni alta la scheda perch la luce che filtrava
dall'unica finestra rettangolare la illuminasse. Altri libri
di viaggio, Africa, Hawaii, copie del National Geographic.
E di nuovo, per quanto impossibile: CONTINUA.
Passai allo scatolone successivo, le schede pi antiche.
Gran parte di esse si riferivano a persone che erano gi morte;
deceduto, riportavano molte nella bella grafia di Frances,
poi c'era un'altra scrittura che non riconoscevo, probabilmente
della bibliotecaria che aveva preceduto Frances. Le
passai tutte in rassegna; alla fine trovai Seth Jones. Il giorno
preciso in cui aveva ritirato il suo primo libro dalla biblioteca
era segnato con l'inchiostro azzurro: erano passati
circa quarantacinque anni. Era il nonno di Lazarus, di sicuro.
Seth Jones doveva avere almeno settant'anni, non
poteva essere uno splendido giovane che si allontanava di
rado da casa, pi giovane di me di dieci anni, un uomo che
bruciava con gli occhi di cenere, che nascondeva qualcosa,
tutto, compreso chi era veramente.
Quando Frances torn con la nostra cena, avevo gi rimesso
in ordine gli scatoloni, li avevo impilati uno sull'altro
e mi ero lavata la polvere dalle mani. La scheda della
biblioteca che si riferiva a Seth Jones era nascosta nel cassetto
della mia scrivania. Frances aveva aspettato venti minuti,
il tempo perch Renee Platt corresse da Quickmart
a comprare le olive greche. Ora, dopo tutte quelle fatiche,
non avevo la forza di mangiare. Dissi a Frances che non mi
sentivo bene di stomaco. Forse era la pressione che esercitava
su di me quell'aggeggio per il cuore. Forse era lo stato
confusionale in cui versavo a causa di Lazarus e che non
era mai stato cos grave. Perch continuavo ad avere l'impressione
che mi stesse nascondendo qualcosa? Mogli, cadaveri,
pelle d'asino, soglie da non varcare, scale che portavano
a una cantina colma di diamanti e ossa.
Pensai alla talpa che rufolava ciecamente tra le radici
della siepe prima di quel morso improvviso e della violenta
torsione del collo. Pensai a come avevo bussato alla porta
di Lazarus Jones. Pensai a Ring of Fire, la canzone che
gli abitanti di Orlon ascoltavano contro ogni buon senso.
Cominciavo a provare compassione per le persone che
compivano gesti stupidi. Se Iris McGinnis fosse entrata in
biblioteca, sarei andata di filato da lei, sempre che fossi
stata in grado di riconoscerla, e le avrei mollato una bella
sberla. Non lo sai che stai facendo soffrire una persona che ti
ama? Ecco cosa le avrei detto. Ma chi ti credi di essere?
Vai a casa, mi sugger Frances. La biblioteca rimaneva
aperta anche la sera, ma evidentemente non pensava che le
sarei stata di grande aiuto. Dovevo proprio avere un'aria
inebetita; ero palesemente frastornata. Sperai di aver sigillato
per bene con il nastro adesivo gli scatoloni nel magazzino
e di averli rimessi al loro posto. Sperai che Frances non
scoprisse mai quanto ero infida, o almeno che avvenisse
molto tempo dopo la mia partenza.
Tornata a casa, mi fermai in giardino. In realt, non volevo
pensarci. Le possibilit erano troppo spaventose. Pensai
a tutti quei mariti delle fiabe che al buio non avevano
riconosciuto il loro vero amore. Allocchi che dormivano
con regine cattive o con sorelle assassine, mentre la vera
moglie era in catene nella torre o era stata abbandonata nel
bosco per essere sbranata dalle fiere e dimenticata. Da bambina
non credevo a queste storie. Impossibile farsi abbindolare
a tal punto. Un innamorato avrebbe sempre riconosciuto
la sua amata, di sicuro, di sicuro, senz'ombra di dubbio.
Non avevo capito che l'essere umano era un mistero,
che l'amore poteva assumere molte forme.
Il Seth Jones degli archivi aveva una scheda bibliotecaria
lunga quasi il doppio della vita del mio Seth Jones. Non
c'era da stupirsi se i suoi libri in prestito erano quelli di un
vecchio. Non c'era da stupirsi se la sua casa era piena di
polvere e i suoi scaffali non erano stati toccati da anni. O
il Seth Jones vero era un vecchio o Lazarus fingeva di essere qualcun altro.
Ora volevo sapere con chi avevo dormito.
Avevo lasciato fuori dalla porta Giselle per tutto il giorno
e adesso venne a strusciarsi contro le mie gambe. Chi
l'avrebbe mai detto che settembre potesse essere cos torrido?
Osservai il gatto che bighellonava tra l'erba. Mio fratello,
che non aspettavo, fren davanti a casa mia e suon
il clacson. Stessa auto che aveva guidato Nina qualche notte
prima. Feci appello a tutte le mie forze per sollevare il
braccio e fare un cenno di saluto.
Ho saputo che oggi sei stata dal cardiologo, mi disse
Ned avvicinandosi. Il vecchio Craven mi ha telefonato.
Spioni, replicai. Tutti e due.
Voglio solo essere sicuro che i medici della ricerca ti trattino bene.
Ned, con un bicchiere di polistirolo in mano, and a
prendere delle sedie a sdraio dalla veranda per metterle sul
prato incolto, il peggiore dell'isolato. Probabilmente il peggiore
nel raggio di alcuni chilometri. Ufff, esclam Ned
nell'appoggiare a terra le sedie. Pesano una tonnellata. Hai
addosso il tuo aggeggio?.
Per ventiquattr'ore. Poi me lo strappo via.
Venendo da me, mio fratello si era fermato alla sede dell'associazione
studentesca dove aveva comprato un bicchierone
di t verde freddo. Il progetto di ricerca al quale lavorava
doveva essere molto impegnativo: Ned aveva un'aria
esausta. Prese un sorso del suo t.
Ma non ti piace il t verde, gli ricordai.
Dovevo confessargli ci che avevo saputo? Avvisarlo?
Proteggerlo? Raccontargli di Lazarus Jones? Rivelargli la
mia vita segreta, quella di sua moglie? Avrei dovuto dirgli
Tua moglie non  quella che credi. Se ne va a zonzo la notte,
in cerca di modi di morire. Mica uno solo, o due, sai.
Quello non le basta. Cento modi diversi. Neppure io, l'esperta,
colei che augura la morte, ne conosco cos tanti.
Antiossidante, replic mio fratello. Nina dice che
dovremmo berne tre tazze tutti i giorni. Oh, e poi tofu e
miso,  una grande sostenitrice anche di quelli. Ned sembrava
felice, come alla festa. Gli bastava immaginarla, pensarla,
e si illuminava tutto, si faceva leggero. Appoggi la
testa sullo schienale e alz lo sguardo al cielo. Forse la luna
era rossa, forse era grigia; non ne avevo idea. Lo sai che hai dei pipistrelli?, chiese Ned.
Molto spiritoso.
Mio fratello sembrava pi vecchio da quando aveva cominciato
a perdere i capelli, ma se lo guardavo da vicino
era quello di sempre.
Sul serio. Megachirotteri. Sopra l'ibiscus.
La siepe alta, piena di grandi fiori incolori.
 un ibiscus?. Appoggiai anch'io la testa allo schienale.
Una nuvola nera attraversava velocemente il cielo. Pipistrelli.
Merda. Hai ragione.
Non hai motivo di preoccuparti. Non hai pi capelli.
Cio, capelli lunghi, si corresse quando lo fissai allibita.
E tu, allora?, ribattei, sempre deliziosa. Tu ne hai di meno.
Ned ignor la mia osservazione. L'aveva sempre fatto, ti
lasciava appesa con la tua cattiveria. E non sei vestita di
rosso n di giallo.  quello che li attrae.
Via. Battei le mani. La nonna mi diceva sempre che
questo avrebbe tenuto lontani i pipistrelli. Il rumore si sarebbe
propagato con l'eco e ti avrebbero lasciato in pace.
Ma i pipistrelli del mio giardino, al contrario, vennero pi vicini.
Credono che tu li stia chiamando, mi spieg mio fratello.
Lo interpretano come un canto d'amore. E per questo
che si schiantano contro i motori degli aeroplani. Credono di
essere sedotti da un gigantesco pipistrello lascivo fatto di metallo
e poi bang. Spappolati, spiaccicati e decimati.
La dimostrazione della mia teoria: l'amore ti distrugge.
Non potevo togliermi dalla testa la visione di Nina, quel
libro tra le mani, la camicia da notte, i piedi nudi, il modo
in cui il suo sguardo mi aveva attraversato.
Se io sapessi un segreto, chiesi a Ned, vorresti che te lo dicessi?.
 un indovinello?. Sorrise. Gli piacevano i giochi.
Pi matematici erano, meglio erano.
No. Voglio una risposta seria, Ned. Vorresti che te lo dicessi?.
Mio fratello ci pens su. Indossava una camicia sportiva
e dei pantaloni di cotone. Non ero andata al matrimonio
di Ned e Nina. La nonna lamentava gi qualche disturbo
e non me l'ero sentita di lasciarla sola. Adesso, per,
mi dispiaceva di averlo mancato.
Ned aveva riflettuto abbastanza. I segreti sono soltanto
cognizioni non ancora svelate, mi disse. Perci, in
realt, non sono fatti, ma solo verit non svelate.
Stronzate, sbuffai e volsi lo sguardo verso i pipistrelli.
C'entra la tua salute?, chiese Ned. Se  cos, forse dovrei sapere.
Ci scrutammo a vicenda. Eravamo entrambi molto guardinghi.
Avevamo imparato la lezione della nostra infanzia.
Fai pure domande, ma non tante. Guarda dove vai prima
di spiccare il salto. Compra gomme nuove. Scegli con cura a chi voler bene.
Mi sono messa questo aggeggio solo per tranquillizzare
il cardiologo. Io sto bene. Ogni tanto mi salta un battito.
Chi se ne importa? Domani mattina me lo tolgono,
questo affare.
Ned pareva sollevato. Credo si sentisse ancora responsabile
della disgrazia. Non ce n'era motivo, per era cos.
Adesso che so che stai bene, disse, voglio starmene qui a guardare il cielo e basta.
Seduta accanto a mio fratello, mi resi conto di quanto
poco ci conoscessimo: eravamo come due estranei che, durante
una guerra feroce e sanguinaria, erano finiti nella medesima
trincea, ma non appena terminato il conflitto avevano
preso strade diverse. Per un attimo mi venne da piangere.
Quando mamma usciva con le sue amiche, Ned mi
leggeva una storia. Io lo supplicavo di scegliere una fiaba,
genere che sosteneva di disprezzare. Avevo sempre creduto
che Ned acconsentisse a leggermi i libri solo perch non
piagnucolassi, per farmi stare buona e filare a letto. Adesso
mi domandavo se allora non si fosse sentito responsabile,
se anche lui non avesse avuto bisogno di conforto. Se anche
lui non avesse voluto ascoltare quelle storie.
Se lei tornasse, saremmo in grado di riconoscerla?, mi chiese mio fratello.
Una domanda singolare da parte sua. Non immaginavo che avesse simili fantasie.
La riconosceremmo ovunque, risposi con convinzione.
Ma, in realt, me lo domandavo anch'io. Se nostra mamma
fosse sbucata dalla siepe, in quel momento, avrebbe
avuto ancora trent'anni, la lunga sciarpa azzurra intorno al
collo, gli stivali col tacco alto, i capelli scialbi.
Perch stai seduta al buio? Non starai mica leggendo, vero?
Ti rovini gli occhi. Cos non ti addormenterai mai.
Allungai le gambe sull'erba che pizzicava. Il mio prato
era un disastro ormai irrecuperabile. La riconosceremmo,
dissi. Credo.
Lo credo anch'io, disse mio fratello.
Allora, sei sicuro che non vuoi sapere nessun segreto?.
A cosa mi riferivo? Se conoscevamo davvero nostra madre,
perduta tanto tempo prima, o chi ero io nell'intimo, o cosa
leggeva sua moglie quando tutte le luci erano spente?
E tu?.
Tu hai dei segreti?. Ero sorpresa. Ned mi era sempre
sembrato in un certo senso trasparente, perfettamente decifrabile,
logico, un pezzo di vetro con delle emozioni.
Verit non svelate, scherz mio fratello. Almeno
non a te. Note a me, ovviamente, se non altro in teoria.
Non sono sicuro di poter distinguere ci che so da ci che non so.
Oh, piantala. Ero seccata, come quando eravamo bambini
e lui sembrava nutrire pi interesse per i pipistrelli, le
formiche, le stelle, i mosconi azzurri, i teoremi, che per gli esseri
umani. Mi alzai e chiusi la sedia a sdraio. Grazie della
visita. Il mio cardiologo, che vede tutto nero, mi ha ordinato
di fare una bella dormita. Forse per una volta dovrei dargli retta.
Oggi stavo ripensando al Dragone, continu mio fratello.
Non ho mai avuto modo di intervistarlo.
Il vecchio di Jacksonville? Quello che  morto due volte?.
Provai un senso di colpa per la mia vita segreta con un
uomo morto. Ma, in fondo, mio fratello non voleva sapere
nessun segreto, perci non avrebbe voluto sapere neppure di Lazarus Jones.
Sarebbe affascinante... come caso. Per tre volte ho cercato
di mettermi in contatto con lui, per la nostra ricerca.
Non ha telefono. Mi sa che dovrei arrendermi, come con
quell'altro tizio, Jones. Ha cacciato Sam Wyman dalla sua propriet con un fucile.
Volevo che la conversazione tornasse a vertere sul Dragone.
Allora, vai a trovare il Dragone. Tu non sei tipo da arrenderti.
Non l'hai mai fatto. Quella sono io, caso mai.
Oh, giusto, ribatt mio fratello. La signorina Pisciasotto.
Il signorino Merdina, controbattei subito. Un tempo
era questo il modo in cui ci parlavamo e mi sentivo molto
pi a mio agio cos che nei panni della persona educata. Il
battibecco mi provoc una fitta di nostalgia, incredibile a
dirsi, per la nostra infanzia. Mi avviai verso la veranda. In
pi, non volevo proprio discutere di uomini morti e tornati in vita. Non con Ned.
Faresti bene a sbrigarti. Ghignando, mio fratello indic
la nuvola di pipistrelli che volteggiava in cielo. Guarda che forse ti inseguono!.
Sei proprio una peste. Allungai il passo, mentre la sedia
a sdraio che avevo sulla spalla mi batteva contro le costole.
D'accordo, i pipistrelli mi turbavano ancora, e allora?
Mio fratello si alz e, ripiegata la sedia, mi segu nella
veranda dove depositammo le sdraio vicino a un mucchio
di oggetti per il giardino. C'era un gran disordine l, come
nel resto della mia vita. Secchi dell'immondizia. Attrezzi
abbandonati dal precedente inquilino. Ombrelli. Una
vecchia cassa da imballaggio arancione appoggiata di fianco,
dentro cui Giselle amava dormire. Mio fratello
adocchi la scatola di scarpe. Ovviamente.
E questo cos'?. Apr la scatola: c'era la piccola foglia,
la talpa. Secca e cinerea, ormai. Ossa e pelo. Hai cercato di salvarla, disse Ned.
Risi. Come si sbagliava, il mio povero fratello. Idiota. Non vedi? L'ho uccisa.
Ned and in cucina e torn con un cucchiaio da portata.
Lo seguii incerta fino alla siepe, dove si accingeva a scavare
una piccola fossa. Volavano insetti. Si sentiva il profumo
degli aranci, persino l, a chilometri di distanza da
qualsiasi agrumeto. Il cerchio di pipistrelli era alto nel cielo.Pareva quasi che potessero raggiungere la luna.
Quando mio fratello si chin per terra, gli scricchiolarono
le ginocchia. Aveva tredici anni pi di mia madre la
notte in cui era morta. Ci mise un attimo a scavare la fossa.
Era efficiente. Lo era sempre stato.
Ned prese la talpa dalla scatola e la pos sulla terra, poi
copr il cadavere con varie foglie di ibiscus. Mi accorsi che
stavo piangendo: neppure al funerale di mia madre c'ero riuscita.
Quando, la mattina dopo, avrei riconsegnato l'apparecchio
per il cuore nello studio del medico, molto probabilmente
il dottore avrebbe notato un picco corrispondente
a quell'ora. L'ora in cui mio fratello e io avevamo seppellito
insieme qualcosa, mentre i pipistrelli volavano sopra
le nostre teste. Il momento in cui avevo sentito qualcosa.
Desiderai che mia madre sbucasse dalla siepe. Desiderai
di poter cancellare tutto ci che avevo fatto o detto o
desiderato. Mi sarei gettata ai suoi piedi e le avrei chiesto
perdono. Sarebbe stata gentile, ne ero certa. Era fatta cos
e mai sarebbe cambiata. Mi avrebbe invitato ad alzarmi,
a perdonare e a dimenticare; mi avrebbe detto che non era
tipo da tenere il broncio. Che il suo cuore era generoso come
sempre; che era quella di allora, non aveva un giorno di
pi; che l'amore non cambiava come la luna e le maree, era
l'unica costante nell'universo.
Ma il problema era un altro: anche se io l'avessi riconosciuta,
non ero sicura che lei avrebbe riconosciuto me. Una
sconosciuta al buio, un'adulta in mezzo al prato, sotto la luna,
sotto una nuvola di pipistrelli, che piangeva al funerale
di una foglia, di una talpa, di un amore perduto, di un'idea.
E questo  fatto, annunci mio fratello.
Batt le mani per pulirle dalla terra e i pipistrelli si avvicinarono
ulteriormente. Cosa ti avevo detto? Poveri
stupidi. Sono attirati dal rumore.
Si era accorto che stavo piangendo, ma era troppo educato
per farmelo notare. Proprio come io ero troppo educata
per insinuare che non conosceva affatto sua moglie.
Be', grazie, dissi. Io l'avrei conservata per sempre.
Scherzammo sulla mia abitudine di attaccarmi alle cose.
Neppure buttare via la spazzatura mi piaceva; in corridoio
giaceva una pila di giornali vecchi di un mese.
Lascia andare, mi disse mio fratello.
Prima tu.
Come quando entrambi volevamo la stessa cosa: l'ultimo
biscotto della scatola, l'ultima bottiglia in frigo.
Guardammo la luna.
 rossa?. Volevo sapere.
I colori che vedi sono riflessi dalle molecole di acqua
presenti nell'aria. In qualsiasi modo ti appaia, bimba, in
realt la luna  color pietra.  grigia.
In ogni caso, era la luna piena pi bella dell'anno. Nel
New Jersey si sarebbe levata sopra betulle, paludi che viravano
al marrone, pezzi di carta che volavano sui marciapiedi.
Probabilmente aveva il colore del cuore umano.
Se tu camminassi l sopra, galleggeresti, mi spieg mio
fratello.
Ci rimuginai dopo che Ned se ne fu andato. Pensai a
come mi aveva richiamato in casa quando mia madre era
ormai partita e io non gli avevo dato retta. Alla fine avevo
lasciato la veranda: per forza, mi si stavano ghiacciando i
piedi; facevano male. Ero rientrata. Quella notte eravamo
come sospesi. Ci eravamo affacciati alla finestra insieme,
un secondo soltanto, fianco a fianco, e per una volta nella
vita avevamo visto la stessa cosa: la lunga strada che portava
lontano da casa, l'orizzonte buio, il futuro e tutto ci che ne poteva venire.
...
.
...
2.
...
.
...
La volta successiva che mi recai al frutteto, portai con
me una candela. Quante donne in quante storie avevano
compiuto il medesimo gesto? Avevano diffidato di un amante,
desiderato una risposta a una domanda ancora non ben
formulata. Se un segreto, come sosteneva mio fratello, era
solo una verit non svelata, che male poteva fare? Quanto
poteva essere pericolosa una piccola briciola di verit?
Non aveva spine, n artigli, n denti, n coda, n pungiglione.
La verit che dormiva dall'altra parte di ci che conoscevo.
Le versioni della medesima storia si contavano,
ovviamente, a centinaia: una donna che deve apprendere
quel che, in qualche modo, dentro di lei sa gi.
Portai anche i fiammiferi. In tasca, premevano contro l'osso
iliaco. Era un piano, nulla era fortuito. Il caso non c'entrava,
n le circostanze. Credevo fosse ci che volevo, ci
di cui avevo bisogno, ci che dovevo avere. Avevo trascorso
la giornata in attesa che arrivasse la sera, non vedendo
l'ora che facesse buio, come i pipistrelli che si consumano
nell'attesa agli ultimi raggi di sole, verdi, dorati, fino a che
svaniscono. Riconsegnato il mio apparecchio cardiaco,
avevo fatto una tappa dal ferramenta Acres' per le candele.
Mi trovavo nel settore dei gadget quando scorsi l'uomo
che era stato attaccato da un bulldog, il paziente di cui mi
aveva parlato la mia fisioterapista. Nonostante i morsi e le
lacerazioni, adesso stava sistemando i barattoli di vernice
su uno scaffale. Anche da lontano si notavano i segni sul
suo viso: denti e unghie.
Ho l'arancione mandarino, grid a un cliente, come
se non fosse affatto sfregiato. Forse non lo era. Al contrario
di quanto accade per la maggior parte delle persone, in
lui l'enigma oscuro, profondo, era ben visibile; dentro, poteva
essere trasparente e puro come l'acqua.
Tornai a casa e attesi la fine della giornata. Avevo lo stomaco
irritato e non riuscii a cenare. Il progetto di Renny
troneggiava ancora sul mio tavolo. Renny aveva telefonato
per confermare l'appuntamento e gli avevo giurato che
avremmo terminato il tempio domenica; luned era l'ultimo
giorno per la consegna e senza quel tempio sarebbe
stato di sicuro bocciato. Sapevo bene cosa volesse dire un
fallimento, una bocciatura. Cos glielo promisi, lo promisi
al mio unico amico. Lo rassicurai che il tempo ci sarebbe
bastato. Era solo venerd. Io avevo tutta la notte a mia disposizione.
Tutto il giorno dopo. Tempo in abbondanza
per verificare se i miei dubbi fossero fondati.
Il cielo era ancora pi scuro del solito, nuvoloso, la luna
era nascosta. Mi diressi fuori citt, il piede premeva forte
sull'acceleratore. La Florida sfrecciava rapida accanto a
me, come un globo confuso. Caldo e buio, insetti che sbattevano
contro il parabrezza. Nel New Jersey di solito rincasavo
a piedi dalla biblioteca e, bench conoscessi a menadito
la citt, provavo un senso di smarrimento. Adesso
mi sentivo sicura. Superavo uscite dai nomi sconosciuti, citt
dove non avevo mai messo piede, ma sapevo esattamente
dove stavo andando. Oro e verde e nero, come un pipistrello
nell'oscurit attratto contro ogni logica da un battito
di mani, un canto d'amore impossibile da comprendere.
Mi stava aspettando. Ne fui sorpresa. Non riuscivo a immaginare
che a qualcuno potesse importare qualcosa di
me. C'era un che di sospetto nel desiderio che provava per
me. Lo notai subito mentre scendevo dall'automobile, poi
sbattei la portiera e sentii il profumo delle arance. Nella
notte, oltre ai coleotteri, volavano tarme, piccoli moscerini
e zanzare. Qualcosa mi punse facendomi male. Corsi verso
la veranda. Avevo fretta di concludere questa faccenda.
Ehi. Si alz dalla vecchia panchina di legno, abbandonata
nella veranda da oltre cinquant'anni. Indossava
una camicia bianca a maniche lunghe, jeans, vecchi stivali.Lo vidi brillare, come una stella.
Ehi, gli risposi.
Sei in ritardo. Pensavo di prepararti la cena.
Come la gente normale. Questo voleva.
Mi avvicinai a lui e, sollevandomi sulla punta dei piedi,
lo circondai con le braccia e cominciai a scottarmi.
Si tir indietro e mi scrut in volto. Ero io, soltanto io.
Sollevai il viso e lo baciai. Una volta, due, poi dovetti fermarmi.
Mi sei mancata, mi disse.
Mi baci di nuovo, forte.
Ogni fiaba aveva un risvolto crudele. Tutti avevano zanne
e artigli.
Piccolo, dissi. Lo chiamavo cos. Era tanto bello: le
mani, gli occhi di cenere, la gola, tutto.
Posso ancora preparare una zuppa. Aveva aperto la
porta a zanzariera per me. Non avrei mai pi dimenticato
quel rumore, pensai. Si apriva sul dopo. Pareva un alito di
vento in una notte di quiete.
Non ho fame, dissi come avrebbe potuto dirlo una
donna affamata che non volesse darlo a vedere.
Percorremmo il buio corridoio, superando l'attaccapanni,
le giacche, gli stivali da pioggia, tutte cose che appartenevano
a Seth Jones, chiunque egli fosse; Lazarus si ferm,
fece scorrere le sue mani su di me perch percepissi quanto
aveva sentito la mia mancanza. Era tutto cos forte, com'
sempre il prima. Il ticchettio della grandine sul tetto di
plastica della veranda. Il dolore ai piedi che avevano battuto,
nudi, sul pavimento.
Lo sai cosa voglio, dissi. Glielo dissi in faccia. Non ne
aveva la pi pallida idea, ovviamente, ma lui credeva di s.
Lo sperava. Mi baci per dimostrarmelo. Dammi un minuto,
gli chiesi.
Entrai in bagno. Mi mancava il respiro. Il fiato corto di
tutti i bugiardi, anche quando cercano la verit.
Aprii il rubinetto dell'acqua fredda e mi spogliai. In piedi,
mi guardai allo specchio. Non avevo pi il taglio alla maschietta,
i miei capelli erano cresciuti. La carnagione era pallida.
Spensi la luce, chiusi il rubinetto. Volevo che niente lo
turbasse, non un filo di luce sotto la porta, n la vasca vuota.
Sulla mia pelle, i segni lasciati dall'apparecchio. Il mio
cuore saltava un battito, ma il cardiologo mi aveva spiegato
che adesso quello era il suo ritmo normale, anormale.
Lo chiamai: Puoi entrare. Lo dissi come sempre, come
se lo desiderassi, non importava chi fosse veramente o
cosa stesse nascondendo. Ormai nel sesso avevamo raggiunto
un livello perfetto, almeno per noi. Caldo ma senza
bruciare, o meglio bruciava quel tanto che bastava. Sapevo
che dovevo versare aceto sulle mie vesciche, sapevo
quanto fredda doveva essere l'acqua per offrirgli la mia
bocca senza scottarmi, sapevo riconoscerlo anche al buio,
le parti che si incastravano perfettamente, l'uomo che aveva
camminato con la morte ed era tornato da me, per me,
con tutti i suoi segreti.
Ecco cosa conoscevo di lui: la gabbia delle sue costole, le
sue vene incordate, la durezza del suo addome, la sua durezza
dentro di me, come combaciavano le nostre bocche, il
calore bruciante delle sue parole, il ritmo del sesso, rorido,
straripante, non ti fermare, non ancora, e infine ora. Che altro
c'era da sapere? Per un attimo tentennai. Pensai a tutte
le donne che al buio facevano sesso con mostri. Uomini
senza nome che erano orsi o orchi, uomini sotto incantesimo
o asserviti a qualche strega. Uomini coperti di pelle di
foca o di cervo, uomini con artigli, uomini che non potevano
mentire, uomini che non potevano dire che la verit, a
costo di dannarsi. Angeli camuffati, angeli svelati; uomini
che erano stati morti ed erano tornati cambiati per sempre,
alterati per sempre, nascondendo quel che sapevano, chi
erano, il cuore profondo, dentro. Il sempre del dopo.
Entr nella stanza gi nudo. Non potevo vederlo, ma ne
percepivo la presenza. La sua carne che ardeva. Il suo passo
sul pavimento. Ero in piedi con la schiena appoggiata alla
parete di mattonelle. Pronta. Credo si fidasse di me come
la talpa di una gatta, scambiando quell'essere in attesa
per un'ombra e non per una predatrice che vuole ci che
vuole, ha bisogno di ci che ha bisogno e deve averlo. Entr
nella vasca. Sentivo l'acqua, sentivo che lui si appoggiava
contro la porcellana. Fredda contro la sua schiena ardente.
Piacevole, probabilmente, come la pioggia nella notte
in cui era accaduto, la pioggia che scrosciava a torrenti.
Intorno a lui l'acqua sciabordava contro la vasca. Le mattonelle
sotto i miei piedi nudi erano fredde. Era cos buio
che dovetti procedere a tastoni. Non faceva parte della
storia? Non  tanto ci che vedi o senti, ma quel che sai nel
profondo del tuo cuore? Ma il mio cuore era anormale, il
ritmo era sbagliato. Mi batteva dentro come un sasso contro
un osso. Una cosa fredda, una cosa di pietra, una cosa
che, se l'avessi strappata dal mio petto, non sarebbe stata
rossa. Un pezzo di ghiaccio. Pulito. Trasparente.
Presi la candela e l'appoggiai sul bordo, accanto agli
shampoo, ai saponi. Tastavo le bottigliette con le mie lunghe
dita goffe. Le mie unghie rosicchiate. Le bottigliette si
rovesciarono una sull'altra. Il tempo passava lento. Ero ancora
nel prima e mi apprestavo a lasciarmelo alle spalle.
Avevo la sensazione di costruire il mio futuro, come un ragno
che tesse la sua tela. C'era un disegno preciso che credevo di conoscere.
Quando accesi il fiammifero, il bagliore fu cos luminoso
che per un momento non vidi niente. Pensavo che
sarebbe stato pi facile cos, meno violento che accendere
la luce, ma mi ero sbagliata. Accesi la candela e la fiamma
cominci a bruciare. Azzurra. Gialla. Ne rimasi quasi accecata.
Cosa fai?.
Percepii il suo panico prima ancora che i miei occhi si
abituassero alla luce. Era arrabbiato. Sconvolto. Dovevo
guardare. Non era quello il piano? Lo vidi in piedi sgocciolante,
proteso in avanti nel tentativo di afferrare la candela.
La cera gli col sul petto, non sembr accorgersene.
L'afferr all'altezza della fiamma, la spense tra le dita. Lo sentivo bruciare.
Allora  questo che vuoi, disse.
L'uomo ardente adesso era freddo. Il tradimento. Eccolo.
Cosa mi ero aspettata? Cosa avevo fatto?
Adesso che avevo visto quel che lui nascondeva, continuai
a vederlo attraverso il buio. Marchiato, si dice cos?
Quel ricordo che  pi forte del presente, che ti resta impresso
negli occhi, che si stende su tutto ci che vedi nel
presente, nel qui e ora. Lo vedevo ancora nel buio.
Lazarus era stato marchiato nell'istante in cui era stato
colpito, era coperto dalle cosiddette figure della fulminazione.
Avevo letto qualcosa in proposito in un libro che mi
aveva dato mio fratello. Di solito a rimanere incise sul corpo
dei fulminati erano immagini simili a un albero. Impossibile
stabilire con certezza se fossero davvero immagini di
alberi, o se non raffigurassero piuttosto qualche ramificazione
interna delle vene e delle arterie. Alcuni esperti ritenevano
questi disegni ombre causate da una luce estremamente
luminosa: forti scariche di elettricit potevano produrre
immagini simili sul vetro. Sugli alberi apparivano impronte
di una mano, o sulla parete esterna di un fienile poteva
delinearsi l'ombra perfetta di un cavallo; l'ultima immagine
che una persona aveva visto prima di essere colpita
da un fulmine veniva incisa sulla sua pelle, sulla sua anima.
Tutto questo restava.
Vuoi vedere meglio? Volevi vedere, no? Guarda! Dai!.
Gocciolante, era uscito dalla vasca. Accese la luce. Battei
le palpebre, un freddo, infido pesce. Potevo vedere anche
me stessa. Il mio riflesso nello specchio, una donna
pallida che rivelava un notevole talento a distruggere a ripetizione
la propria vita. Afferrai l'asciugamano e mi coprii.
Mi veniva da piangere. Fai una cosa e poi non puoi
pi tornare indietro, non puoi riavvolgere il nastro. Lo sapevo,
no? Ghiaccio nella veranda, ruote sulla strada, esprimi
un desiderio, accendi una candela, rovina la tua vita.
C'erano i segni degli alberi, ombre che si ramificavano
in alto e in basso sulle braccia di Lazarus. Le braccia che
conoscevo. L'incordatura delle vene.
Su un braccio c'era un merlo, colto alla sprovvista, pronto
a spiccare il volo. E dappertutto un intrico di rami, come
se Lazarus fosse in parte umano e in parte fatto di corteccia e foglie.
Mi dispiace, dissi.
Non era abbastanza. Quasi nulla. Puttana sleale e indegna
di fiducia, adesso tremavo, rabbrividivo al pensiero di
quel che avevo fatto a noi due. Mai una giusta.
No, davvero. Finisci l'opera. Guardami.
Allora mi afferr. Ma non fu la cosa peggiore, quella
presa furiosa, quelle mani bollenti. Molto peggiore fu quel
tono di voce che non avevo mai sentito, salvo nei nostri
momenti pi oscuri e profondi. Niente balle, n convenevoli
per me, erano parole per se stesso. Solo per se stesso.
Chiunque fosse. Chiunque.
Guarda bene.
Suonava come una minaccia. Suonava come la fine. E
qualcos'altro. Forse fu un sollievo alla fine mostrarsi a un'altra
persona. Voltarsi e farmi vedere. Quando mi mostr la
schiena feci la cosa peggiore, un suono, un respiro trattenuto,
malgrado mi fossi ripromessa di non avere reazioni.
Il suo essere pi profondo: non era questo che volevo? Il
vero essere, l'essere reale, quello che si tiene celato al resto del mondo.
Sulla schiena c'era la radiografia di una faccia. Grigio e
nero, l'impressione prodotta da un uomo pi anziano, la
bocca semiaperta, gli occhi terrorizzati.
Da esperta qual ero, capii immediatamente di cosa si
trattava. C'erano centinaia di modi e questo era uno. La
radiografia ritraeva il momento della morte di un uomo.
Contenta?, mi chiese Lazarus.
Lo ero stata tanto, senza nemmeno rendermene conto.
Il prima, ovviamente. Il tempo in cui non sapevo era il prima,
quando avevo una cosa preziosa, desiderata, una cosa
che poteva diventare cenere con un solo fiammifero. Quante
fiabe avevano cercato di mettermi sull'avviso? Spegni la
luce, abbi fede, fidati di ci che senti e non di ci che vedi.
Lascia a casa i fiammiferi. Lascia che sia.
I meteorologi, pensai, sarebbero stati felici di mettere le
mani su Lazarus. Come sarebbero stati eccitati di sbatterlo
contro lo schermo bianco e di fotografarlo, destra, sinistra,
nudo, un pezzo unico, un'opera d'arte, un capolavoro,
un uomo d'ombre, un uomo di morte, il mio Lazarus, o il
Lazarus che era stato mio. Un momento terribile per venire
a sapere la verit, non quella che riguardava lui, oh, no.
La verit che riguardava me. Ma eccola l. Sul pavimento.
Uno schizzo d'acqua fredda, un rimasuglio, un pezzo di filo rosso che non riuscivo a vedere: non avevo capito che era
amore finch la luce non venne accesa. Non avevo capito
quel che provavo finch non era stato troppo tardi.
Ora ce l'hai davanti, disse Lazarus. Il vero me stesso.
Usc dal bagno sbattendo la porta. Sentivo l'acqua nella
vasca, il vento fuori. Sentivo il raspare del mio respiro.
Mi vestii. Stavo ancora tremando. Lo seguii. Non riuscivo
pi a pensare. Tanto, non era servito a nulla. Fuori, in
veranda dove era lui, faceva caldo. Troppo umido per vedere
le stelle. L'odore delle arance rosse. Ne ricavano un
profumo? Dovrebbero. Io lo comprerei, e pensare che non
possiedo neppure un'acqua di colonia. Una bottiglietta di
arance, una di ghiaccio azzurro, una di lacrime, e una colma
di una pozione cos incandescente che, se la versavi sulla
pelle, quasi crepavi. Ma non per davvero, in realt vagavi
sospeso su tutto ci che bruciava, che era vivo.
E adesso vattene e non tornare pi, disse Lazarus.
Raccontaglielo, se  questo che vuoi. Chiama i giornali.
Non posso impedirtelo. Dillo a tutti, di questo dannato marchio che ho su di me.
 un'ombra come una radiografia. Ho letto degli articoli
in proposito. Pu essere causata da un forte lampo di luce.
Ah, davvero?. Lazarus si mise quasi a ridere. Ma si
blocc. Cristo, pensavo che fosse il mio castigo.
Forse sono io il tuo castigo, dissi.
Gi,  il tuo vestito rosso la causa di tutto quanto.
Tutto quanto, come si dice alla fine? Tutto quanto, come
si dice all'inizio? Non pareva tanto in collera. Triste, caso
mai. Smarrito. Conoscevo quello stato d'animo. Gli alberi
neri, il sentiero perduto. La grandine che cade dall'alto come sassi.
Anche i coleotteri producevano un ticchettio, come la
mia testa. La mia perenne missione: distruggere ci che
era stato costruito. Volevo riavvolgere il tempo all'indietro,
via i vestiti, spente le luci, aperta la porta, l'automobile
ancora sulla strada.
Me lo sento sulla schiena ogni secondo che passa, disse
Lazarus. Io lo so cos'. Tu chiamalo come ti pare. E il mio castigo e basta.
Nella fiaba del ragazzo senza paura, lo stolto eroe giocava
a carte con i morti e attraversava impavido camposanti,
ma neppure lui avrebbe potuto portare sulle spalle
un uomo morto. Un fardello impossibile da sostenere. Sapevo anche questo.
Lazarus si volse verso di me. Era scalzo e ci trovavamo
nella veranda. Ce n'era abbastanza da terrorizzarmi. L'allora
e l'ora sbattuti insieme. La sua camicia bianca si era
bagnata a contatto con la pelle gocciolante.
Non mi chiedi nulla? Volevi sapere, no? Dai, avanti con le domande.
Le cose andavano sempre cos, vero? Ogni storia, ogni
vita, ogni coincidenza. Una svolta a sinistra invece che a destra.
Un piede che batte per terra. Un desiderio detto a voce
alta. Un ramo che cade da un albero. Un temporale che
avanza da est. Una farfalla. Una candela. Un fiammifero.
Quando vide che non chiedevo nulla, decise di raccontarmi tutto lo stesso.
Forse non dovresti, dissi.
Se si trattava di affrontare la verit, a quanto pareva, non
ero poi cos diversa da mio fratello. Mi sentivo a un passo
dal precipitare in un tunnel dal quale non c'era ritorno. Lo
so che te l'ho chiesto io, ma rispondimi dopo, rispondimi domani
o anche mai. E anche allora sar troppo presto.
Lazarus si sedette in cima ai gradini della veranda. Nel
frutteto qualcosa volava intorno alle cime degli alberi. Pipistrelli
pure qui. Poi la mia macchina sporca, polverosa,
i chilometri che si accumulavano da quando avevo cominciato
a fare avanti e indietro. Se fossi rimasta l, mi avrebbe raccontato tutto.
Mi sedetti al suo fianco. Mi si infil una scheggia, la mia
solita fortuna, ma non dissi nulla.
Seth Jones, il vero Seth Jones, quello della scheda bibliotecaria,
aveva lavorato nel frutteto per tutta la vita. Era
nato l e quei campi, prima di lui, erano appartenuti a suo
padre. Era stato un bravo figliolo e aveva fatto quel che ci
si aspettava da lui, anche dopo la morte del padre, quando
aveva ormai superato la mezza et. Era stato tanto prudente
che la vita gli era passata accanto quasi senza che se
ne fosse accorto. Quale era il risultato di tutti quegli anni
di lavoro? Le arance che coltivava erano deliziose, il terreno
non aveva ipoteche, i braccianti che ingaggiava erano
onesti e lui stesso si svegliava la mattina, con le braccia e le
gambe doloranti, ma vivo e vegeto. Forse poteva bastare.
Ma non gli bastava.
Seth Jones, quello vero, desiderava, pi di ogni altra cosa
al mondo, scambiare la propria vita con quella di un altro.
Non voleva essere se stesso. Voleva visitare paesi che
aveva visto solo nei libri, che sognava da sempre.
Un anno e avrebbe rinunciato a met dei suoi beni.
E poi era accaduto come accadono le cose, quando meno
te l'aspetti: un dipendente temporaneo del negozio di
ferramenta, un giovane di venticinque anni, forte, sano,
un'anima smarrita che per tutta la vita aveva vagato da un
posto all'altro. Un ragazzo adottato, sempre precario, sempre
sul piede di partenza. Le scarpe del giovane erano consumate;
non aveva mai messo da parte pi di cento dollari,
quanto bastava per raggiungere il prossimo paese. Venticinque
anni ed era gi esausto. Troppi Stati, troppe strade,
troppe donne. Era stanco della vita. Sognava di fermarsi,
sognava la stabilit, alberi con le radici, terra che non diventasse
sabbia sotto i piedi e che non gli scivolasse via.
Un pomeriggio di un giorno come un altro era andato
a consegnare un carico di pacciame, uno dei tanti lavori.
Temporaneo, ovviamente, e gi stava per finire. Ma quella
volta non era risalito sul camion dell'emporio, non se
n'era andato. Attirato dal profumo degli aranci e dall'acqua,
si era incamminato verso il frutteto. Si era fermato sul
bordo dello stagno. Aveva pensato di annegarsi, ma sapeva
che nell'ultimo istante l'istinto si risvegliava e lottava
per vivere. Era stato in viaggio tutta la vita, combinando il
meno possibile, cercando di cavarsela come poteva. Eppure
era ancora giovane, aveva un bellissimo viso, era forte.
Di sicuro questo sarebbe dovuto bastargli.
Ma non gli bastava.
Seth Jones aveva visto lo sconosciuto cadere in ginocchio.
Pareva che pregasse, invece malediceva il mondo. Doveva
essere un brav'uomo, aveva pensato Seth Jones, forse
era stato mandato dal cielo. Di sicuro era un segno, un uomo
che pregava perch gli mostrassero il cammino. Seth Jones
aveva puntato dritto verso quello sconosciuto e gli aveva
proposto un affare che nessun uomo con al massimo un
centinaio di dollari in tasca avrebbe potuto rifiutare. Un anno,
non un giorno di pi, e in cambio la met di tutto. Si
erano accordati subito.
Lo sconosciuto si era licenziato. Nella sua camera di
motel aveva preparato i bagagli. Non possedeva molte cose,
sicch non ci aveva impiegato molto. Il giorno stabilito,
aveva preso un taxi fino al frutteto. Era stato organizzato
tutto: chi doveva chiamare per ingaggiare i braccianti. Dove
era nascosto il libretto degli assegni e come imitare la
firma di Seth Jones. Qual era il prezzo ragionevole di un
bushel di arance, di una cassetta, di un carico. Nessuno
doveva vedere lo sconosciuto, che per tutti sarebbe stato
Seth Jones, mentre il vero Jones si trovava in Italia. Era l
che avrebbe iniziato il suo viaggio. Quanto allo sconosciuto,
gli pareva di avere anche lui un padre. Forse era quello
il suo sogno: essere il figlio che ereditava met di tutta la
propriet, fin dove lo sguardo poteva giungere.
Era una giornata umida e le nuvole annunciavano un
temporale. La terra era bagnata. L'aria quasi immobile. Tanto
meglio, aveva pensato chi stava partendo. Tanto meglio,
aveva pensato chi rimaneva.
Stavano camminando nel frutteto quando accadde. I
merli gracchiavano. L'aria era fragrante. Entrambi gli uomini
pensavano di avere davanti a loro un anno di tempo
per fare ci che volevano, il contrario della loro vita ordinaria.
L'ultimo sigillo di questo patto: si erano scambiati le
scarpe. Il nuovo uomo aveva indossato gli stivali da lavoro,
vecchi di quindici anni, cos comodi che poteva calzarli
dall'alba a mezzanotte. Seth Jones si era infilato le scarpe
leggere da citt dell'uomo pi giovane, scarpe che l'avrebbero condotto lontano.
Il temporale sar stato a pi di centocinquanta chilometri.
A ovest. A nord. Lontano. O cos era parso. Poi era accaduto
come accadono sempre le cose, quando meno te le
aspetti. Un fulmine. Aveva strappato una zolla di terreno.
Aveva colpito in pieno lo sconosciuto, il cui cuore aveva cessato
di battere. Aveva fluttuato sopra se stesso e l era rimasto,
sospeso nell'aria, finch non aveva ripreso conoscenza
nell'obitorio dell'ospedale. Quando aveva cercato di parlare,
di chiedere notizie dell'altro, dalla sua bocca era uscito
fumo. Era incredibile che non fosse arso vivo, sentiva dire
dalle infermiere. Quali che fossero le opinioni degli esperti
sugli stivali di gomma, lui era convinto che quegli stivali,
scambiati con le sue scarpe, gli avessero salvato la vita. Ma
le sue convinzioni finivano l. Era ancora sospeso nell'aria.
In ospedale aveva visto sulle sue braccia le macchie scure
a forma di rami. Doveva andarsene, era tutto ci che sapeva.
Quando si era alzato dalla vasca, gocciolando ghiaccio,
li aveva sentiti restare senza fiato per il marchio che recava
sulla schiena. Una scottatura a forma di faccia, avevano
pensato. Un'ustione a forma di uomo. Ma non era
cos. Lui sapeva benissimo che cosa si portava sulla schiena:
l'uomo a cui doveva un anno.
Si era vestito e aveva rifiutato ogni cura. Aveva inteso le
infermiere chiamarlo Lazarus. Poich ricordava a malapena
il proprio, aveva deciso di adottare quel nome. Com'era
la morte? Per lui, era una nuvola e quando si era risvegliato
la sua mente era ancora annuvolata. Dove era stato?
Si era perduto e poi era tornato. Se si concentrava, forse
riusciva a vedere una battaglia. Aveva il vago ricordo di un
combattimento nel bagno di ghiaccio, dove lottava per
tornare indietro, e sprofondava e si rialzava.
Non appena aveva potuto,, aveva lasciato l'ospedale: loro
non avevano alcun diritto di trattenerlo, non mostrando
lui alcun segno di pericolosit, n verso se stesso n verso
gli altri, e lui aveva un patto da mantenere. Appena tornato
nel frutteto, aveva riconosciuto subito il punto preciso
in cui era stato colpito. La buca nel terreno. Le arance
diventate rosse. E poi l'aveva scorto, quello che stava cercando.
Un mucchietto di cenere. Lazarus si era messo carponi
per sentirne l'odore. Zolfo e carne. Il suo socio d'affari
era stato fulminato ed era arso vivo. Questo era tutto
ci che ne restava: un mucchietto di cenere e di minerali, e
la faccia stampata sulla sua schiena.
Lazarus aveva raccolto la cenere in una paletta e poi l'aveva
versata in una scatola di legno trovata sullo scaffale
dei libri. Non aveva mai pensato di andarsene, ci teneva a
restare fedele alla parola data. Gli amici di Seth Jones erano
quasi tutti defunti e Lazarus, servendosi del telefono
per ingaggiare braccianti e per sbrigare le pratiche con la
banca, evitava le persone con cui Jones aveva avuto contatti
diretti e rapporti di lavoro. Ogni notte tornava al frutteto
nel punto in cui le arance erano diventate rosse. Aveva
stipulato un accordo per un anno; adesso era costretto
a portare con s il suo socio per sempre. Nell'anniversario
di quel giorno, Lazarus aveva provato il desiderio di ripartire.
Ce l'aveva nel sangue, aveva scoperto. Stabilirsi in
un luogo non era nella sua natura. Ma ora, incastrato dalle
circostanze, stava vivendo la vita di un altro. Quando si
esauriva una promessa? Per il senso di colpa che Lazarus
provava, la risposta sembrava essere: mai.
Rientrai con Lazarus in casa e lo seguii fino alla libreria.
La scatola di legno era l: intagliata in Marocco, una scatola
di morte, un fardello pesante da portare.
Secondo te, l'ho ucciso io?, mi chiese Lazarus.
Chiunque avrebbe potuto consegnare il pacciame quella
mattina, ma era toccato a lui. Chiunque avrebbe potuto
pestare i piedi sulla veranda, ma era toccato a me.
Presi in mano la scatola di legno: era sorprendentemente,
incredibilmente pesante. La portammo con noi nel frutteto;
ci sembrava il minimo che potessimo fare, portare
Seth Jones con noi. L'oscurit filtrava attraverso gli alberi.
Giungemmo allo stagno, dove Jones aveva scorto Lazarus
la prima volta, il momento in cui aveva creduto che il suo
sogno si fosse avverato. Posata la scatola di legno sul mucchio
dei nostri vestiti, avanzammo lentamente nell'acqua.
Era fredda e profonda. La notte in Florida non era pi piacevole
del giorno, solo pi bagnata, umida, avvolgente,
spingeva a stare insieme. Stringevo Lazarus tra le braccia.
Non importava quale fosse stato il suo nome, adesso era Lazarus.
Potevo sentire ogni luogo dov'era stato, tutti i paesi,
le donne, la sua vita. Sentivo che era pentito di quel desiderio
che aveva espresso, che avrebbe dato qualsiasi cosa
per avere indietro le sue scarpe, la sua vita.
Per una volta, non mi soffermai a meditare su ci che era
accaduto o su ci che sarebbe stato. Nemmeno per un attimo.
Il presente, l'oscurit ci accerchiavano. Due persone
sul punto di annegare che amavano la sensazione dell'acqua.
Baciami sottacqua. Baciami finch non ci sar pi. Sentivo
che un brivido percorreva Lazarus. Come era strano
che la verit fosse l con noi, proprio l nell'acqua nera, alla
deriva. Notte torrida, coleotteri che volavano basso,
lampi lontani. Vagavo lontana sopra me stessa. Fluttuavo
nell'oscurit. Per una volta nella vita, senza paura. Non era
affatto quel che mi ero aspettata. Quel momento privo di
paura. La salvezza che giungeva imprevista.
Sentivo Lazarus rabbrividire tra le mie braccia. Non  colpa tua, gli dissi.
E poi ci che non avrei mai creduto possibile. Le parole,
le mie parole, pronunciate a voce alta, quelle che dissi
per recargli conforto, per infondergli speranza, tutte quelle
cose a cui io non avevo mai creduto, quelle parole mi trassero in salvo.
...
.
...
Capitolo quinto.
...
.
...
Oro.
...
.
...
1.
...
.
...
Sulla via del ritorno, dopo un intero fine settimana passato
al frutteto, ero in pensiero per Giselle. Era luned, tardo
pomeriggio, quasi l'ora di cena. La gatta mi stava probabilmente
aspettando alla porta, con un disperato bisogno
di uscire; forse aveva gi snobbato la sua lettiera, preferendo
una delle mie scarpe per defecare, come faceva
spesso per manifestare la sua collera. Per quanto le avessi
lasciato una ciotola piena di cibo, il mio senso di colpa aumentava
a ogni chilometro. Mentre guidavo, mi parve di
sentirla miagolare, cosa del tutto impossibile. Quando varcai
il confine della citt, segnato dal cartello azzurro BENVENUTI
A ORLON, decorato con arance e palme, credetti di
sentire Giselle che ululava. L'aveva fatto un paio di volte,
quando aveva intravisto dalla finestra un altro gatto, un
presunto nemico o amante.
Era soltanto una sirena, vidi l'ambulanza nello specchietto
retrovisore, ma quel suono aveva ottenuto il suo effetto.
Il cuore irregolare mi martellava contro le costole.
Mi fermai davanti casa e scesi dalla macchina. Era quasi
bel tempo, per essere in Florida, l'aria era frizzante, non
c'era traccia di umidit. Nessun temporale in vista. Eppure
avevo la pelle d'oca sulle braccia. Un brutto presentimento
mi saliva e scendeva lungo la spina dorsale. Ero una
banderuola segnavento specializzata in tragedie umane. In
bocca avevo quel sapore acido senza aver nemmeno espresso
un desiderio.
Corsi alla porta e lasciai uscire Giselle. Era arrabbiata
con me, aveva quell'aria altezzosa, la coda sollevata in alto;
mi super e saltell in giro tra le erbacce. Pisci dandomi
le spalle. Era una creatura riservata e io la rispettavo. Mi
tenne il muso e rispettai anche questo.
Volevo entrare in casa, farmi una doccia, infilarmi dei
vestiti puliti e riconsiderare la mia vita. Forse avevo scoperto
la differenza tra amore e ossessione, pensai. Solo uno
dei due ti mette in pericolo. Mi sentivo come un giocatore
d'azzardo che avesse appena realizzato quanto aveva da
perdere. Tutto mi appariva sotto una luce diversa. I passi
che facevo, le erbacce che graffiavano la pelle nuda delle
mie gambe, la gatta che miagolava.
Giselle mi oltrepass trotterellando verso la porta di casa.
Stringeva qualcosa in bocca. Sperai che fosse un uccellino
e non un'altra povera talpa. Mi misi a seguirla. Scuoteva
la sua preda a destra e a sinistra. Qualsiasi cosa avesse
catturato, era marrone: piume o pelo, non avrei saputo
dire. Giselle si strofin contro le mie gambe e poi deposit
la preda ai miei piedi. Non era pi arrabbiata per essere
stata lasciata sola tanto a lungo, adesso era orgogliosa di
se stessa. Mi aveva portato un regalo. Immagino che si sentisse
la mia adorata bestiola e io ero la sua... cosa? Di sicuro
non ero la sua padrona. Forse ero anch'io la sua bestiola
adorata. La sua piccola assassina. Il suo tesoro.
Mi chinai con cautela. La cosa ai miei piedi non aveva
un aspetto familiare. E poi lo riconobbi.
Un guanto di pelle. Quando ci guardai dentro notai dei
frammenti d'oro.
Mi precipitai in giardino e trovai l'altro guanto sotto la
siepe. Era accartocciato come una cosa rotta, una foglia,
un uccellino, una talpa, un cuore.
Luned. Il giorno successivo all'appuntamento con Renny
per portare a termine il suo progetto di architettura.
L'avevo dimenticato.
Rientrai in casa, attraversai il soggiorno e andai in cucina.
Il tempio dorico, incompiuto. I guanti sul prato. Il mio
cuore irregolare. La mia natura ingorda. Il mio desiderio
che lui scomparisse.
Sentii una voce che mi chiamava. Non mi era familiare.
Attraversai di corsa la casa e vidi una giovane donna nella
mia veranda.
Salve, disse.
Mi affacciai dalla porta con la zanzariera.
Ho ricevuto un messaggio da parte di Renny Mills,
disse la donna. Era giovane, bionda, indossava jeans e maglietta.
Aveva un'aria familiare.
Ha un messaggio per me?.
No. Per me. Renny mi ha lasciato un biglietto in cui mi
dava appuntamento qui. La scorsa primavera abbiamo frequentato
lo stesso corso di storia dell'arte.
Iris McGinnis.
Rise, nervosa. Era magra e pallida, con un'espressione
dolce. Ha detto che aveva un regalo per me. Non so come
mai volesse darmi qualcosa.
Perch  perdutamente innamorato di te, idiota, volevo
risponderle. Aprii la porta con la zanzariera. Era molto
giovane. Diciannove anni, forse. Ebbi la terribile sensazione
di sprofondare.
Ti stava costruendo una cosa, le spiegai.
Per me?. Iris fece una risata che suonava come acqua
di fonte. Forse era questo che l'aveva fatto innamorare,
quel suono.
Ma lui non  qui.
Va bene, pu dirgli di chiamarmi?.
Iris scrisse il proprio numero di telefono sul retro di un
foglietto.
Sar a casa tutto il giorno. Devo studiare. Non sono intelligente
come Renny. Lui ha preso il massimo dei voti nel
nostro corso e io sono stata fortunata ad aver preso la sufficienza.
Aspetter che mi chiami.
Certo, replicai.
Non posso crederci che abbia un regalo per me. Aveva
gli occhi verdi, notai. Era carina, del genere pallida e dolce.
Una volta che Iris se ne fu andata, telefonai al dormitorio
di Renny. Quando chiesi di parlare con lui, mi risposero:
Ma non ha saputo?.
Panico. I guanti erano sulla mia cassettiera. Avevo i capelli
dritti come per uno choc.
Cosa ha fatto?, chiesi. Ero certa che fosse una cosa
brutta, disperata, il tentativo di un mostro di strapparsi la
pelle, il tentativo di un angelo di levarsi in volo.
Ricostruii la storia completa componendo la telefonata
iniziale con quella che feci a mio fratello. Al Centro Scientifico
ne erano tutti al corrente. Renny era entrato dal ferramenta
Acres' e aveva afferrato un'accetta appesa al muro.
Era calmo e di buonumore; non lo aveva notato nessuno.
Adesso c'era cos tanto sangue sul pavimento del negozio
che il parquet di quercia era da buttare. Renny sarebbe
senz'altro morto dissanguato se il direttore del settore
vernici, l'uomo che era stato attaccato da un bulldog,
non avesse frequentato un corso di pronto soccorso. Il direttore
era un tipo sveglio e rapido nelle decisioni; l'aggressione
lo aveva reso tale. Era saltato dall'altra parte del
bancone e aveva usato i lacci del suo grembiule di lavoro
per fermare la perdita di sangue.
A causa dell'incidente, e del fatto che l'universit venne
ritenuta responsabile dell'accaduto, la ricerca sulle folgorazioni
dovette essere abbandonata. Gli psicologi non avevano
tenuto sotto controllo la situazione, sosteneva la famiglia
di Renny, e circolava la voce che volessero intentare causa.
L'universit di Orlon non aveva particolare interesse per la
ricerca. Dodici anni di studi stavano per essere buttati alle
ortiche; tutte le nostre fotografie, i grafici delle nostre cattive
condizioni di salute, sarebbero diventati coriandoli.
Tutti si domandavano perch mai una persona volesse
commettere un gesto tanto orribile, proprio l nel negozio
di ferramenta, in una normalissima giornata. Ma io capivo
perch Renny aveva voluto mozzarsi la mano. Quando all'uscita
passava sorridendo davanti alle cassiere, ero sicura
che nessuna di loro si desse pena di ricambiargli il sorriso;
come tutti gli studenti di Orlon che gli scivolavano
accanto, molto probabilmente non l'avevano neppure mai
notato. Renny, l'uomo invisibile, aveva attraversato il negozio
con un unico pensiero in testa. Lo conoscevo abbastanza
da esserne certa. Un unico desiderio, il suo segreto
essenziale: voleva essere umano.
Mi precipitai in clinica e, trovato il reparto di terapia intensiva,
mi trascinai in sala d'attesa. Conoscevo qualche infermiera.
Ero visibilmente agitata e coinvolta. Non essendo
un familiare, non potevo vedere il paziente, ma mi consentivano
di aspettare. Cosa, non sapevo. Mi sedetti su una
delle sedie di plastica rigida.
Immagino che, avendo sentito parlare di me, non fosse
difficile riconoscermi: vittima di un fulmine, amica sconvolta,
compagna di mostruosit sotto mentite spoglie. Un'adolescente
si sedette vicino a me. Sei l'amica di Renny, disse.
Si present: era Marina, la sorella di Renny.
Guarir?, domandai.
Non  cos tragica come sembra. Marina aveva una
voce dolce come quella di Renny. Un nastro di velluto nero
le teneva indietro i capelli. Doveva averli rossi, anche se
a me parevano bianchi. Una piccola donnina, preoccupata
per il fratello. Secondo Renny, era lei quella intelligente.
La preferita. Gli hanno ricucito la mano e hanno riattaccato
tutti i nervi. Potrebbe perdere la sensibilit, del
tutto o forse solo in parte. Ma il fatto grave  che ha perso
tanto sangue.
Dovevo aiutarlo a realizzare un progetto.  per questo
che  successo. Mi  completamente passato di mente.
Mi sarei dovuta mettere in ginocchio e supplicare il perdono di Marina.
Avrei dovuto strapparmi il cuore e lasciarlo
sul pavimento a mattonelle di vinile.
Il tempio dorico? Non era mica per il corso. Quando
ti ha chiesto di aiutarlo sapeva gi di essere stato bocciato.
Voleva costruire una cosa per una ragazza di cui era innamorato.
Iris, dissi.
Se lo merita?, chiese Marina.
Non lo so. L'ho conosciuta solo oggi.
I genitori di Renny erano andati a ritirare i suoi effetti
personali al dormitorio. Avevano gi fissato un appuntamento
con l'avvocato per quando sarebbero rientrati a Miami.
Forse non avrebbero gradito la visita di una persona
coinvolta nella ricerca sulle vittime da fulminazione, ma
Marina mi condusse ugualmente da lui.
Non  che tu non piaceresti ai miei genitori,  che vogliono
proteggerlo dal mondo. I genitori, sai.... Marina si
strinse nelle spalle. Hanno le migliori intenzioni e ottengono
il peggior risultato. Conto i giorni che mancano a
quando potr vivere da sola.
Raggiunta la camera di Renny, sbirciai dalla porta. Eccolo
l. Sotto le lenzuola. Occhi chiusi. Da un macchinario
proveniva un rumore simile a quello della neve che cade.
Toc, toc, disse Marina. Nessuna risposta. Demerol,
mi sussurr. E stato fuori gioco per un po'.
Mi fece entrare per vederlo da vicino. La camera era oscurata
e si scorgevano i frammenti d'oro sulle sue mani. Non
aveva idea di quanto fosse bello, non ne aveva la minima idea.
Ci avvicinammo al letto.
Tutto a posto, disse Marina. Puoi parlargli.
Ciao. La mia voce flebile riecheggi come se fossi
molto lontana, mentre ero proprio l. Sono io.
Renny socchiuse gli occhi. Non si gir dall'altra parte
per non guardarmi, come temevo. Era gi qualcosa.
Notai una riga rossa intorno il suo braccio sinistro: la riga
dove gli avevano cucito la ferita. Lo vidi, quell'incredibile,
vivace e doloroso rosso. Era passato tanto tempo da
quando avevo visto quel colore che quasi rimasi abbagliata.
Avevo dimenticato quanto potesse essere intenso.
Volevo essere normale, disse Renny. Volevo sentire le cose.
Certo che hai scelto un modo curioso per essere normale, ribattei.
I genitori l'avrebbero portato a casa con loro e Marina
gli avrebbe offerto tazze di t e scodelle di brodo finch
non sarebbe guarito. Un giorno una persona l'avrebbe visto
per quello che era e si sarebbe innamorata di lui.
Cosa devo farne, del tuo progetto?, gli chiesi.
Renny sorrise. Aveva un bellissimo sorriso. Non c'
grande richiesta di templi dorici. Butta via quella merda.
In realt, Iris  venuta apposta per prenderlo.
Chi?, disse lui.
Scoppiammo a ridere entrambi. La ragazza dei suoi sogni.
Forse adesso sarebbe stato meglio per lei rimanerci, nei suoi sogni.
Sono stata una pessima amica, dissi.
Renny era un gentiluomo anche in quelle condizioni,
drogato e dolente. C' di peggio, disse.
Un assassino di massa, per esempio?.
Io, disse lui.
Mi chinai a baciare la fronte a Renny. Grazie, mi disse.
Credo che mi disse cos. Era gi sul punto di riaddormentarsi.
 stanco, disse Marina.
Aveva i capelli rossi, adesso lo vedevo. Battei le palpebre,
stupita di fronte a quel colore tanto meraviglioso. Quando
mi ripresi, scrissi il mio indirizzo su un foglio. Mi terrai
informata sulle sue condizioni di salute?.
Renny era tanto onesto e sincero che mi pareva di essermelo solo sognato.
Credi che potr essere felice?, chiese Marina.
Era solo una ragazzina.
Credo che tutto sia possibile, replicai. Si sarebbe quasi
detto che ci credessi davvero.
Fuori, ripiombai nella calura della giornata. Attraversando
il parcheggio alla ricerca della mia auto, riflettevo
sull'amore e sul perch fosse importante. Era solo un'idea,
no? Nulla di reale, nulla di duraturo, nulla per cui valesse
la pena vivere o morire. In tutte le chiacchierate che avevo
fatto con Jack Lyons, non gli avevo chiesto neppure una
volta cosa pensasse dell'amore. Non volevo sapere.
Le nuvole si spostavano veloci nel cielo. C'era tanto azzurro,
e poi quel colore che mi era mancato tantissimo,
che si muoveva attraverso tutto quell'azzurro. Cos stupefacente.
Cos vivo. Un cardinale volava sopra le cime degli
alberi. Rimasi ferma, riparandomi gli occhi dalla luce. Dopo
tutto quel tempo, anche una quantit minima di quel
colore feriva la mia retina. Credo di aver percepito delle lacrime.
Udii qualcosa. La sorella di Renny stava correndo verso di me.
Aspetta, grid lei.
Mi voltai e aspettai che mi raggiungesse.
Renny ha detto che te ne saresti occupata tu di questo.
Marina protese in avanti le mani e io la imitai. Rovesci
nelle mie mani la piccola talpa che Renny aveva salvato
dalla gatta. Sembrava un guanto, una foglia, un desiderio.
Che ne sar di lui?, dissi.
Mi occuper io di Renny. Quando star meglio andr
all'universit di Miami. Storia dell'arte. O ti riferivi alla talpa?.
No, ma probabilmente mi sarei dovuta preoccupare per
la talpa: adesso era sotto la mia responsabilit.
Se non riesci a trovare le larve o i vermi, Renny dice di
darle formaggio e lattuga. Due volte al giorno.
Non l'avevo voluta. Non me ne importava nulla. Eppure
era ugualmente mia. Sollevai la talpa e osservai il suo
musetto cieco. E allora capii cosa faceva l'amore. Ti cambiava
il mondo intero. Anche se non volevi.
Guidando verso la casa di mio fratello vidi lampi rossi
balenare ovunque. Stavo guarendo. O forse erano allucinazioni,
visioni di ci che desideravo vedere pi di ogni altra
cosa. L'insegna del minimarket lampeggiava di un rosso
cremisi cos intenso che mi tolse il fiato. Queste cose ridicole
erano state splendide anche prima e semplicemente
non le avevo mai notate? Mi fermai e, parcheggiata la macchina,
entrai puntando al reparto della frutta. Lattuga
incellofanata, cetrioli, pesche, limoni e poi, alla fine, un'unica
mela pallida, arrossata solo su un lato, come se fosse
piena di vita, di sangue. Comprai la mela, che mangiai in
macchina. Squisita, ancor di pi per via del colore. Nel parcheggio,
seduta in automobile, mi sentii assurdamente sola
senza Renny. Mi ero lasciata coinvolgere, anche se lo sapevo
che era sempre uno sbaglio.
Guidai in maniera distratta finch mi ritrovai nella strada
di mio fratello. Era qui che spesso la storia diventava fiaba.
Il sole e la luna, fratello e sorella, la guardiana e le oche,
opposti che si definivano a vicenda, che si guidavano l'un
l'altro finch, incespicando, tornavano a casa. Ned era all'universit:
era stata convocata d'urgenza una riunione del
gruppo di ricerca sui fulmini. La causa che la famiglia di
Renny minacciava di fare destava grande preoccupazione.
Nessuno degli esperti aveva offerto sostegno a Renny, non
avendone notato la fragilit. Be', non lo eravamo tutti, fragili?
Tutti i membri del nostro gruppo di studio rientravano
in quella categoria. Eravamo stati rivoltati come guanti,
sollevati in aria e mollati gi, schiacciati, feriti, lacerati. Avevo
visto svariate volte l'Uomo Nudo andare a zonzo nel
parco e fermarsi a lanciare palline da tennis a retriever e a
bassotti altrui. Avevo visto la ragazza giovane con le calze
spaiate al caff in centro, la mano sopra il tavolino, mentre
cercava di far girare in tondo un cucchiaio.
A voler essere sincera, pensavo che se mai la famiglia di
Renny avesse dovuto far causa a qualcuno, quella sarei stata
io. Ignorante, egoista, ingorda, cieca, l'amica assente.
Oh, sicuro, ero io, anche se come indennizzo non avevo
molto da offrire: la mia gatta, la mia auto, il mio futuro, il mio passato.
Scesi dalla macchina nella strada di mio fratello e gettai
via il torsolo di mela. Doveva essere stata la sorella di Renny,
con la sua devozione, a farmi pensare a Ned. Ero stata
una sorella orribile; avrei dovuto raccontargli di Nina e dei
Cento modi di morire. Adesso andavo a bussare alla sua porta.
La macchina non era nel vialetto. Forse Nina era andata
a lezione a piedi, il dipartimento di Matematica non era lontano.
Era una giornata cos bella. La sera cominciava a scendere
presto. Questa era l'unica cosa che era uguale nel New
Jersey. L gli aceri avevano probabilmente cominciato a tingersi
di rosso con la prima ondata di freddo. In Florida c'era
solo un lento divenire blu di ogni cosa. Gli uccelli cantavano
nel cielo che si oscurava e qualche foglia di palma, seccatasi
per il caldo, tremava e si agitava nella brezza.
Superai la siepe di gardenie e sbirciai in casa dalla finestra.
Un divano bianco. Un cuore rosso incorniciato alla
parete. Nina apr la porta e rimase l, immobile. Forse l'avevo
svegliata. Aveva i capelli scarmigliati. Gli occhi velati.
Non ero sicura che mi avesse riconosciuta. Anche quando
parl, non sembrava in grado di connettere. Forse avrebbe
persino potuto scambiarmi per il fattorino o per un venditore porta a porta.
Tuo fratello non  in casa. E al Centro Scientifico. C' una specie di crisi, a quanto pare.
S, lo so, un mio amico ha tentato di tagliarsi le mani.
Era uno del gruppo di studio sui fulmini.
Certa gente  causa del proprio dolore.
Nina mi lanci un'occhiata densa di significato. Allora era
vero. Non le piacevo. Indossava un grembiule macchiato di vernice. Notai che non mi aveva invitata a entrare.
Stai dipingendo?.
S. Evidentemente. Il colore era il giallo. Lo vidi sulle sue dita, sui suoi blue jeans.
Hai del formaggio?, le domandai.
Nina rise. Un suono buffo, rotto, ma leggero, come uno
scampanio. Sei venuta qui per il formaggio?.
Estrassi la talpa dalla tasca. Nina fece un passo indietro per lo stupore.
Uuuh. Si mise quasi a ridere.
Me l'ha affidata il mio amico.
Nina apr la porta e io la seguii in casa. Attraversammo
il soggiorno, passando davanti al cuore sulla parete, ed entrammo
in cucina. Si sentiva l'odore di vernice. Quell'odore
mi piaceva: qualcosa che copriva qualcos'altro, qualcosa di nuovo.
Mi sedetti mentre Nina rovistava nel frigorifero. Posai
la talpa e la guardai. Non si muoveva. Sperai che non morisse proprio mentre stava con me.
Per favore, non mettere quella cosa sul tavolo, disse
Nina avvicinandosi con una confezione di formaggio arancione.
Sollevai la talpa, appoggiai il mio zaino sul tavolo e ve la misi sopra.
Certe cose non sono fatte per diventare animali domestici.
Nina si sedette al tavolo. Scrut la talpa. Bella
creatura che non puoi vedere, sentire, volere n avere bisogno.
Mi guard. Non mi pare che le piaccia il formaggio.
And alla dispensa per prendere un po' del cibo che
mio fratello lasciava per i pipistrelli in una ciotola in giardino.
Frutta e verdure passate che conservava in un barattolo.
Presi una cucchiaiata della pappa e la misi su un piattino.
La talpa prese un boccone di quel che sembrava uva
spiaccicata. Il libro era nel mio zaino. Cento modi di morire.
La talpa vi era probabilmente seduta sopra. Vidi la gola
di Nina che pulsava, delicata, rosa pallido.
Che effetto fa amare una persona?, domandai.
Nina rise. In ogni caso, produsse un suono. Che domanda
ridicola. Ci sono innumerevoli modi di rispondere.
Allora, per te. Che cosa vuol dire per te?.
Da dove ero seduta riuscivo a vedere il giardino. Il cielo era salmone, poi grigio, poi scuro e profondo, un colore
bluastro che non avevo mai visto prima. Nel New Jersey
non c'era nulla di simile. Infinito, caldo, lontano.
Nina stava guardando fuori, verso il giardino.
Pensavo che lo amassi, dissi.
Nina si volt verso di me, sorpresa.
Ned, dissi. Pensavo che tu lo amassi davvero.
Nina mi lanci uno sguardo furioso e si avvicin all'acquaio.
Rimase l, in piedi. Nemmeno apr il rubinetto dell'acqua.
Oh, esclam. Credo che abbia detto proprio cos.
Senti, ero in biblioteca, le spiegai.  per questo che
te lo dico. Credi che io voglia impicciarmi degli affari degli
altri? Non volevo vederti, ma mi  capitato. So che hai
restituito Cento modi di morire. Se Ned sapesse che cosa
hai in mente, ne rimarrebbe distrutto.
Nina rise, ma il suono era secco. Non c'era niente da ridere.
Sono io quella distrutta, disse.
Hai intenzione di suicidarti.
Oh, molto peggio.
Voltandosi, Nina usc dalla stanza e io la seguii. Percorsi
il corridoio buio. Nina era nello studio, che era stato
svuotato. Aveva verniciato una parete di giallo. Non aveva
neppure acceso la luce che pendeva dal soffitto e la camera
brillava lo stesso. Per via del giallo. Di quel giallo.
Bella tinta, dissi.
Nina si sedette per terra a gambe incrociate. Aveva
coperto il tappeto con un telo. Mi sedetti di fronte a lei e la
guardai piangere. Quando smise, si asciug gli occhi con il palmo delle mani.
Vuoi proprio sapere che cos' l'amore? E la cosa che ti rovina.
Nina mi fiss dritta in faccia. Allung una mano e per un
attimo pensai che avesse intenzione di picchiarmi. Se l'avesse
fatto non l'avrei biasimata. Ero brusca, facevo troppe
domande, m'insinuavo dove nessuno mi voleva, la spiavo.
Invece, mi prese la mano e l'appoggi sulla propria pancia.
Era molto pi avanti di quanto chiunque avrebbe potuto
immaginare. Aveva custodito bene il suo segreto. Sentivo
il bambino che si muoveva.
Questo non  rovina. Questo  meraviglioso. Perch
mai hai preso quel libro?, esclamai.
Guardai dentro di lei e capii che cosa voleva dire per lei
amare.
Il libro era per lui. Nel caso che fosse troppo dura per
lui e non volesse arrivare fino in fondo. Nel caso che io
non ce la facessi ad assistere al suo dolore.
Non volevo capire quel che mi stava dicendo. Era la rovina,
aveva ragione lei. Voleva dire aprire te stesso per farti
distruggere. Un momento hai tutto. E il momento successivo non rimane pi nulla.
Era giunto questo tempo.
Ha il cancro al pancreas. Vuole lavorare finch  in
grado di farlo, e dicono che regger ancora al massimo un
mese. Il bambino arriver dopo il primo dell'anno. Il libro
l'ho preso nel caso gli servisse. Perch sia lui a decidere come
andarsene. E suo diritto, dopo tutto. E sua la vita. Ma
poi non ce l'ho fatta. Anche un minuto di meno con lui sarebbe
troppo terribile. L'ho restituito.
Nina aveva il viso chiazzato, i bordi degli occhi erano un
po' arrossati. Persino io riuscivo a vederlo.
Posso tinteggiare io la stanza e tu stai a guardare, proposi.
Domani, magari, sugger Nina. Almeno per quello c' tempo.
Rimanemmo sedute al buio, tenendoci le mani. E allora compresi la risposta alla mia domanda.
Era questo.
...
.
...
2.
...
.
...
Non appena fu abbastanza forte, liberai la talpa in giardino.
All'imbrunire la posai sull'erba vicino alla siepe e l
scomparve. Un secondo era l e quello dopo non c'era pi.
Suppongo fosse per lei un territorio familiare, il profumo
dell'ibiscus, la sensazione dell'erba secca. La talpa non lasci tracce: svan.
Pensai alle storie in cui vecchie cieche ritrovavano il loro
perduto amore, riconoscendolo anche dopo cinquanta
o cent'anni, persino se il marito o l'innamorato era diventato
un cervo o un mostro. Pensai a come le cose familiari
s'imprimevano in maniera indelebile su di noi: una siepe,
un profumo, una sensazione. Se qualcuno avesse scattato
una fotografia a me e a Lazarus e l'avesse attaccata alla parete,
chiunque l'avesse vista avrebbe pensato: Non sono fatti
l'uno per l'altra. Non si appartengono. Cos non ci facemmo
alcuna fotografia. Mi ero chiesta come fosse possibile
che quest'uomo amasse proprio me e stavo finalmente cominciando
a intuirne la ragione: io lo conoscevo. Se lui mi
si fosse presentato sotto le vesti di un orso o di un daino,
l'avrei riconosciuto. Se fossi stata cieca, o se fosse stato all'imbrunire,
se fossero passati cent'anni, l'avrei riconosciuto lo stesso.
Niente poteva privarmi di questo, nessuna rovina, nessuna distanza nel tempo.
Quella notte andai al frutteto e camminammo al buio.
Durante il giorno, i braccianti ingaggiati da Lazarus si chiamavano
l'un l'altro e le macchine per raccogliere la frutta
erano rumorose. Ma la notte potevi sentire ogni respiro, ogni insetto.
Raccontai a Lazarus di mio fratello. Cercai la causa ovunque:
se non avessimo mai vissuto nel New Jersey, se avessimo
respirato un'aria diversa, se avesse seguito una dieta
diversa, se non fosse mai venuto in Florida, se avessimo
avuto dei genitori, dei nonni diversi, un corredo genetico
diverso, forse non gli sarebbe venuto il cancro. Mio fratello mi aveva parlato anche di un'altra teoria, pi antica: il
principio dell'incertezza, un teorema che aveva anticipato
la teoria del caos e influito grandemente su di essa. Per illustrarla
si usava un semplice esempio: la vita o la morte di
un gatto dipendevano dal deteriorarsi assolutamente imprevedibile
di un singolo atomo. E cos era per Ned. Una
cellula agiva su un'altra cellula; una maledetta cellula scelta
a caso determinava completamente tutto il resto. Sapere
perch fosse toccato proprio a lui era impossibile. Le risposte
possibili non erano centinaia, ma migliaia. Tutte inconoscibili
e casuali. Fuori della nostra portata.
Cosa posso fare per lui?, chiesi a Lazarus. Pensavo
che un uomo morto conoscesse la risposta.
Lazarus rise. Lo faceva di rado. Devi chiederlo a lui.
Per ognuno  diverso.
Se tu avessi poche settimane di vita, come vorresti viverle?.
Avrei voluto che mi dicesse: Come adesso, camminando
con te nel buio. Avrei voluto che mi aiutasse fino alla fine,
ma Lazarus non era il tipo. Non era colpa sua. Era troppo
inguaiato nella propria vita per pensare veramente a quella di un altro.
Se potessi decidere, vorrei essere libero. Come una
volta. Pensavo che la mia vita non valesse nulla finch non
l'ho perduta. Se la gente sapesse chi sono, vorrebbe sapere
cosa  accaduto a Seth e dubito che mi crederebbe.
Penserebbero che l'ho ucciso e gli ho rubato i soldi. E perci resto qui. Incastrato.
Intrappolato nelle scarpe sbagliate, nel bosco in cui
ogni sentiero riconduceva al medesimo punto. Capivo bene
che Lazarus avrebbe voluto di nuovo la sua pelle. Questa
non era la sua vita. Per ci volevo ricordare ogni particolare
di quella notte. Stavo per perdere tutto quanto, me
lo sentivo. Prima o poi. La rovina. Osservai ogni foglia, ogni stella.
Temo che mi scopriranno comunque, disse Lazarus.
Mi pare che la gente cominci a sospettare che non sono il vero Seth Jones.
L'ultima volta che aveva tentato di trattare un affare al
telefono, all'emporio si erano impuntati. Perch non veniva
mai a fare gli ordini di persona? Era stato costretto a
parlare con il direttore, che aveva conosciuto il vero Seth
Jones, il quale gli aveva detto: Non stai bene, Jonesy? Hai mal di gola?.
Influenza, quasi una maledetta polmonite, aveva risposto
Lazarus. Ma era in ansia. L'anno stabilito da quell'accordo
era trascorso. Venuto e andato. Tante volte aveva
pensato di partire e adesso cominciava a sentirne l'urgenza.
Forse se ne sarebbe gi andato prima se non avesse
fatto la promessa al vecchio. Se non fossi arrivata io, con
il mio vestito rosso. Se non mi fossi riempita la bocca di ghiaccio e non l'avessi baciato.
Considerati fortunato di avere ci che hai, quando ce l'hai.
Non  questo il punto? E da allora vissero felici e contenti
non vuol dire per sempre felici. Da allora in poi, cosa
significava esattamente? I tuoi sogni, la tua vita, la tua morte,
tutto ci che  tuo. Era lo spazio opaco che continuava
a esistere senza di noi? Il per sempre dopo la nostra morte?
E dunque, ora. Qui. Lui. Il caldo, la notte nera, le stelle,
il momento, il da allora in poi che fluttuava dentro di noi.
C'erano dei problemi con il raccolto. Quella era l'altra
ragione per cui non poteva partire a cuor leggero. Mi condusse
nel punto in cui il fulmine era caduto. Qualche automobile
pass sulla strada, ma nessuno fece caso a noi.
Un uomo e una donna che camminano attraverso il passato.
La buca nel terreno si era molto allargata, la terra ricadeva
su se stessa, centimetro dopo centimetro, scoprendo
un nocciolo duro, roccioso. Allontanandosi dal centro, gli
alberi che morivano diventavano pi numerosi. Un giorno
erano carichi di frutta e il giorno seguente erano neri e privi
di foglie. Intorno al cerchio c'era ancora qualche albero
con le arance rosse. Adesso le vedevo. Non erano frutti di
ghiaccio o palle di neve, ma arance di un rosso rubino.
Mondi rossi, globi rossi, splendidi nell'oscurit. Come ero
potuta essere cos stupida da ignorare tutto ci che avevo
avuto nella vita? Il rosso, da solo, valeva quanto un regno.
Voglio raccoglierne qualcuna, dissi.
Prendemmo una scala e l'appoggiammo a un albero; mi
arrampicai e gettai alcune arance a Lazarus.
Basta, disse. Non ce la faremo mai a mangiarle tutte.
Ma non riuscivo a fermarmi. Ancora e ancora. Avevo
sofferto la fame; mai pi.
La notte era fredda, ma le arance all'interno avevano
conservato il calore. Piccoli globi di sole ardente. Portammo
insieme la cesta. Innamorati, innamorati, solo per
quella notte. Ogni cosa sembrava avere un significato per
noi. Cielo nero, alberi neri, arance rosse, dolce odore della
terra, il calore dei suoi sussurri, il rumore dei nostri passi
sui sentieri di terra battuta, il sistema di innaffiamento
che si accendeva, l'acqua che cadeva.
Ci spogliammo nel frutteto e ci mettemmo sotto gli spruzzi.
Nell'aria notturna, sotto l'acqua, potevamo abbracciarci
come volevamo. Non c'era anima viva per chilometri.
Non esisteva nessun altro. Amavo il suo modo di sentire,
cos reale, cos presente. Amavo i suoi muscoli sotto la pelle,
il calore che proveniva dal suo corpo, i suoi baci che bruciavano.
Amavo quel dolore, il modo in cui mi faceva sentire
di essere viva, in quel preciso momento e nel da allora in
poi, vedendo il rosso, desiderando di mettermi gi a carponi,
fregandomene di tutto il resto del mondo. Non c' da
stupirsi se la gente lo faceva comunque e con chiunque: con
gli sconosciuti, nei parcheggi, con disperazione, con ingordigia;
avvinti insieme, ognuno pu immaginare di non essere
solo, l'unico al mondo.  tanto diverso perch quando
sei innamorato,  questo il paradosso, la solitudine che sen-
ti  cos profonda che fa male. Quando non sono con te.
Smettila di pensare, mi disse Lazarus.
Gelavo, nuda, bagnata di quell'acqua fredda, gli spruzzi,
la luce delle stelle, il presente, il presente.
Lo baciai e lasciai scivolare via tutto il resto. Si sedette
per terra e mi tir gi. Mi teneva in grembo ed era dentro
di me, potevo guardarlo dritto nei suoi occhi di cenere. Feci
scorrere le mie mani sulla sua schiena. Sentivo tutto. Non
c'era nessun altro uomo, radiografia o meno. C'era solo lui.
Pelle, muscoli, ossa, cuore, sangue, rosso, calore.
Mi lasciai andare. Mi arresi, cedetti. Smisi di lottare contro il fatto di esser viva.
Era questo che mi sarei ricordata, pi del pesce, della vasca,
del ghiaccio, dello stagno, del veloce, del duro, del piano,
del tesoro; era questo, annegare mentre sapevo che si
preparava a partire. Eravamo un esempio vivente della teoria
del caos che le circostanze avevano unito. Non eravamo
destinati a stare insieme, lo sapevo. Ma per una notte fummo perfetti.
Rientrati a casa, mi feci una doccia calda. Continuavo
ad avere i brividi anche dopo essermi asciugata e rivestita.
Presi un maglione dalla cassettiera in camera da letto, poi
andai in cucina. Lazarus indossava gli stessi vestiti di prima;
era ancora sporco di fango. Era seduto a tavola. Quando
entrai nella stanza mi guard. Dalla sua espressione
compresi che c'era sempre un prezzo da pagare. La rovina.
La sofferenza. Il da allora in poi.
Senza di te sarei stato completamente solo, afferm.
Osservai la sua bocca, le ossa del suo viso, i suoi occhi
cinerei, le grandi mani e le vene che si annodavano lungo
le sue braccia. Rosse e blu. Vivo. Osservai con molta attenzione.
Volevo imprimermi nella mente che una volta mi
aveva desiderato. Collocai questo momento nel da allora
in poi, il cuore di tutto ci che avevo imparato.
Aveva tagliato a met ogni arancia che avevo raccolto.
Sembrava ci fosse sangue sulla tavola, ma era solo succo.
Erano queste le arance che gli avevano procurato i maggiori
guadagni al mercato. Alla gente piaceva che fossero
un frutto raro, piaceva la spruzzata di colore che aggiungevano
in una fruttiera, in bocca. Era riuscito a ottenere il
doppio del loro prezzo, ma ormai quel tempo era passato.
Le arance che aveva tagliato a met erano nere al centro.
Quel dolce frutto rosso che sapeva di sorpresa era
scomparso. Le arance stavano marcendo dall'interno. Avevo
sentito parlare di casi simili. Un albero colpito rimaneva
in piedi per mesi e nessuno immaginava che dentro
stesse morendo, finch non rovinava a terra. Gli effetti venivano
a galla col tempo: guardavi altrove, credevi di essere
salvo e poi tutt'a un tratto comparivano. Prima ancora
di rendertene conto, era cambiato tutto.
Le storie sono sempre una ricerca della verit, costi quel
che costi. Anche quando nulla era quel che appariva, quando
ogni cosa era nascosta, esisteva un centro al quale neppure
io potevo sottrarmi: chi ero veramente, ci che sentivo, ci che ero nell'intimo.
...
.
...
Capitolo sesto.
...
.
...
Speranza.
...
.
...
1.
...
.
...
La famiglia di Renny aveva fatto causa all'universit di
Orlon. Cauta e prudente come sempre, l'universit si proteggeva
come una creatura che possa pungere con il solo
pensiero. La ricerca di mio fratello era stata sospesa. Un
giorno altri avrebbero raccolto informazioni simili e intervistato
vittime da fulminazione, le avrebbero fotografate
contro un muro bianco, ma questo riguardava il futuro.
Non l'ora. Nel tempo in cui vivevamo ogni cosa veniva
passata nella trinciatrice e tornava polvere.
Avevo trovato un modo per offrire a mio fratello un assaggio
di quella vita che avrebbe voluto. Una proposta che
poteva fargli piacere, che l'avrebbe interessato, qualcosa
da ricordare nel da allora in poi. Chiesi consiglio a Nina e
lei approv, cos telefonai a mio fratello che era al lavoro.
Da quando Nina me l'aveva detto, non l'avevo pi visto n
gli avevo parlato. Mio fratello e io non eravamo molto abituati
alla verit. Cos la evitai ancora per un po'.
Prima che lo triturino, prendi il fascicolo sul Dragone, dissi a Ned.
Ero riuscita a ottenere che Craven, il mio cardiologo, mi
mettesse in contatto con il collega che curava il Dragone a
Jacksonville. Quando gli chiesi informazioni, il medico mi
disse che tutte e due le volte in cui era stato colpito dal fulmine,
il vecchietto era tornato in vita ancora pi forte. Era
un toro, quell'uomo, e ancora adesso ogni giorno faceva a
piedi oltre quindici chilometri.
Lo abbiamo sottoposto a vari test. Ha detto di essere
troppo vecchio per concederci pi di un giorno per esaminarlo.
E una perdita di tempo, ha detto. A giudicare dalle
sue condizioni fisiche, non si sarebbe pi dovuto riprendere.
Il battito cardiaco era inferiore a dieci al minuto, pi
lento di quello di un orso in ibernazione. Aveva ottantasette
anni quando venne colpito la seconda volta.  caduto
lungo disteso a terra e ha ricevuto una scarica cos potente
da non essere nemmeno misurabile. Poi si  alzato e
si  messo a mangiare. Ha rifiutato ogni cura e, per quanto
ne sappiamo,  il vecchio bastardo pi sano di tutto lo
Stato. Regolare, no?.
Vuoi che rubi il suo fascicolo?, disse mio fratello
quando lo chiamai. Cio, vai e colpisci?.
Immediatamente.
Ned si mise a ridere, sembrava compiaciuto all'idea di
commettere un piccolo atto criminale contro l'universit.
Se mi beccano, dir che sei tu la mandante.
Il pensiero di incontrare Ned mi rendeva nervosa. Temevo
di uscirmene con qualche stupidaggine. Da me c'era da
aspettarselo. La migliore soluzione, decisi, sarebbe stata di
trovarsi in un luogo pubblico: in presenza di altre persone,
forse mi sarei comportata bene. Forse non avrei pianto.
Lo incontrai per colazione alla tavola calda in paese e
lui mi porse il fascicolo.
Il Dragone  un'anomalia. E un caso unico. Anche se
acconsentisse a parlare con noi, non ne trarremmo nulla di
utile per la ricerca.  quello che i ricercatori chiamano un
aneddoto: una bella storia, ma priva di significato nel
contesto pi ampio della ricerca.  solo un vecchio bastardo
fortunato. E, visto che non esiste pi un progetto di
studio, non ha pi importanza.
Andiamo a conoscerlo, insistetti.
Ned aveva ordinato un uovo strapazzato e del pane tostato.
Non ne mangi neppure met.
Saremo di ritorno stasera, lo rassicurai.
Non abbiamo mai mandato nessuno a esaminarlo. Non
abbiamo neppure la certezza che sia vivo. E poi..., Ned giocherellava
con il suo cibo, e poi non sono in gran forma.
Ho chiesto a Nina e lei ha detto che va bene.
Hai chiesto a Nina? Cosa sono, un bambino di cinque
anni? Ho bisogno del suo permesso?.
Quando c' da dire la cosa sbagliata, lasciate fare a me.
Feci un cenno alla cameriera e ordinai un budino di riso e
un t. Quando mi voltai, mio fratello si stava pulendo le
lenti degli occhiali con la camicia. Mi accorsi che la pelle
sotto i suoi occhi era squamosa e aveva delle macchie rosee.
Te l'ha detto, disse Ned. Non sembrava particolarmente
arrabbiato, solo un po' deluso.
Praticamente l'ho obbligata, Ned. Insomma, sono tua
sorella. Se tu sei malato, io devo saperlo.
Perch, io so qualcosa della tua vita? Ammettiamolo,
noi due nemmeno ci conosciamo.
Ned, dissi. Mi dispiace tanto.
Ecco perch non volevo che andasse cos!. Era davvero
arrabbiato. Non voglio sentire povero Ned. Non
usare quel tono. Niente stronzate. Non voglio nessuno nella
veranda. Davvero, non ce la farei a reggerlo.
Adesso ero io l'incavolata. Cosa vuoi dire?.
Voglio dire che anche io non torner a casa. Non mi
aspettare. Non illuderti che possa andare diversamente.
Non credere di poter fare qualcosa per impedirlo. E, per
una volta nella vita, non pensare che sia colpa tua.
Mi alzai e uscii fuori. Un caldo spaventoso. Mi sembrava
di soffocare, di sciogliermi, ma in cosa? Pensavo di fare
un regalo a mio fratello. Di fare qualcosa che desiderava
da tempo. Una giornata memorabile, unica. La solita
stupida. Un errore, ovviamente.
Dopo aver pagato il conto, mio fratello era uscito.
Evitavamo di guardarci. Alla fine Ned disse: Devo chiedere
scusa perch sto morendo?.
S. Chiedi scusa. Come cazzo ti permetti di fare una
cosa simile?.
La mia voce era troppo alta. Mi bruciavano gli occhi.
Forse stavo veramente diventando matta. Lo guardai fisso.
Odiavo mio fratello. Se venivo di nuovo lasciata sola, questa
volta sarei andata in pezzi. Pensai che le cose arrivavano
tutte troppo tardi.
Mio fratello e io restammo fermi l, nel caldo. Incavolati.
Sudati. Pi vecchi di quel che mai avremmo pensato di
diventare. Questo non era il nostro habitat naturale. Volevo
riavvolgere tutto quanto. Forse anche Ned la pensava
cos. Si era calmato.
Ho sentito che hai dato una mano a tinteggiare la camera
del bambino, disse. Un terreno pi neutrale, pi allegro,
se non fosse stato tanto tragico.
Avrei preferito il rosso. Adesso riesco a distinguerne
alcune sfumature.
Va bene. Scusa, disse mio fratello.  tutta colpa mia.
Vaffanculo a me e al mio maledetto cancro.
Adesso era lui quello che se ne andava. Rovina. La parola
che detestavo. Toccava a lui.
Baster girarti all'incontrario, cos la Morte non star
ai tuoi piedi e non potr portarti via.
Ned rise. Si era ripreso. Mi guardava di nuovo in volto.
Quando lo sai, te ne accorgi. Il suo viso aveva un aspetto
diverso. Affilato. Stanco.
Non c' modo di ingannare quella bastarda. Mio fratello
scosse la testa, divertito. Adoro quella storia.
Perch?  terribile.
 vera.
Ci fermammo entrambi a riflettere.
Be', nella storia la Morte viene ingannata.
Due volte soltanto, sorellina. Poi si piglia quel che le appartiene.
Il Dragone  ancora vivo e lui ha ingannato la Morte due volte.
E allora dobbiamo andare a conoscere il Dragone. 
per questo? Per scoprire i trucchi dello scambio? Non
funzioner, bimba.
Andiamoci, intanto, dissi. Considerala una gita in campagna.
Non sei l'unica a conoscere un segreto. Nina me l'ha detto. Ti vedi con uno.
Cos siamo pari, ribattei.
Davo forse l'impressione di essere disinvolta? Di essere
in grado di reggere la conversazione fino in fondo?
Gi, tu ti innamori e io muoio. Molto pari.
La gente dentro il locale mi pareva vivesse in un altro
universo, dove c'erano sostegno, speranza, salute. Il caldo
poteva disintegrare una persona. Forse non potevo fare
nulla per Ned. Ero sul punto di rinunciare. Poi mio fratello si gir verso di me.
La tua macchina o la mia?.
Dici sul serio?.
Quante altre volte mi capiter di vedere un dragone?.
Impiegammo due ore per risalire a nord; guidavo io e
Ned dorm per tutto il tempo. Nina mi aveva raccontato
che, quando aveva saputo la diagnosi, aveva tentato la strada
della chemioterapia, ma era stato cos male che non riusciva
pi a lavorare; i medici avevano allora concordato
sul fatto che gli faceva pi male che bene. Voleva resistere
fino a gennaio, quando sarebbe nato il bambino. Era poco
probabile che ci sarebbe riuscito.
Ges, sbavo, disse Ned al suo risveglio.
Raggiungemmo la periferia di Jacksonville verso mezzogiorno.
Qui, incredibile ma vero, faceva ancora pi caldo.
Il condizionatore dell'auto, irritato per l'eccessivo lavoro,
cominci a sfrigolare. Ci fermammo a una stazione
di servizio dove scesi per controllare le indicazioni che avevo
ricevuto ufficiosamente dal cardiologo del Dragone. In
pratica, l'avevo supplicato di darmi una mano. Gli avevo
raccontato che come sopravvissuta a un fulmine avevo bisogno
di aiuto. Non aveva motivo di dubitare di me.
C'erano varie stradine sterrate da percorrere, e io temevo
che il viaggio risultasse troppo faticoso per Ned.
Di tanto in tanto gli lanciavo un'occhiata.
Piantala. Concentrati sulla guida. Cazzo, esclam quando
finimmo in una buca. C'era un caravan con un tizio seduto
fuori. Accostati, disse Ned.
Scese dalla macchina e and a parlare con il vecchietto
sulla sedia a sdraio. Sembrava uguale a quella che avevo io.
Ferramenta Acres'. Probabilmente era una catena di negozi
presente in tutto lo Stato. Ned e il vecchio si strinsero
la mano e si dissero qualche parola, poi Ned torn alla
macchina. Ancora otto chilometri. Ma, secondo il signore
sulla sedia a sdraio, il Dragone non vorr parlare con
noi, a meno che qualcuno non ci presenti.
Che ne sa quel testa di cazzo?.
Notai che il tizio, chiusa a chiave la porta, stava venendo
verso di noi.
Quel testa di cazzo  il figlio del Dragone.
Salve, disse il nostro nuovo compagno di viaggio, salendo
sul sedile posteriore. Mi chiamo Joe. Avr avuto
circa settant'anni. Almeno. Vi porto io a conoscere pap.
Noi non abbiamo mai avuto un padre, disse Ned
mentre mi rimettevo alla guida. Cio, uno l'abbiamo avuto, ma se n' andato.
Che figlio di puttana, esclam Joe compatendoci.
Pap abita un po' pi su.
E adesso sto morendo e abbandono mio figlio ancora
prima che nasca, disse Ned.
Mi si stava seccando la gola. Quel genere di conversazione
poteva farti venire i lacrimoni; bisognava concentrarsi
e cominciare subito a contare, o eri perduto.
Ma  diverso. Joe aveva acceso una sigaretta; non protestai
anche se la macchina avrebbe puzzato per settimane.
Mica lo abbandoni. Tu non vuoi andartene, perci probabilmente
continuerai a vivere.
Continuer a vivere?, ripet Ned.
Nello spirito.
Stattene zitto, vecchio, avrei voluto dirgli. Mi sforzavo di
essere gentile. Era troppo difficile. Non poteva essere toccato
a Ned. Noi non crediamo in quelle cose.
Joe si protese in avanti. E in che cosa credete?.
Stavamo ancora riflettendo sulla questione quando Joe
grid: Adesso accosta!.
Obbedii e rimanemmo quasi impantanati in un pratone.
C'erano fango e melma ovunque, ma riuscii a individuare
un fazzoletto di terreno asciutto dove parcheggiare.
L c'era la casa del Dragone, una villetta che somigliava un
po' alla mia. Alla stazione di servizio avevo comprato delle
patatine e una bevanda gassata. Un piccolo spuntino.
Joe ci precedette perch voleva accertarsi che il padre fosse
presentabile, poi fece capolino dalla porta.
Venite, ci chiam Joe.
Hai intenzione di portare una bibita e patatine fritte a
un novantenne?, chiese mio fratello.
Oh, smettila, ridacchiai. Dio, se faceva caldo. Che
cosa dovevo portargli? Un omogeneizzato?.
Mi gioco qualsiasi cosa che non ha l'aria condizionata, disse Ned.
C'era per un ventilatore a pale appeso al soffitto, che
sembrava tuttavia girare al rallentatore. Il Dragone di Jacksonville
non pareva molto pi anziano del figlio. Anzi, era un vecchietto piuttosto arzillo.
Mi avete scovato, disse il Dragone. Spero che mi abbiate
portato qualcosa che mi ripagher della perdita di tempo.
Era seduto su una poltrona di finta pelle. Un bel vecchio.
Aveva ancora molti capelli, bianchi.
Mostrai le patatine e la bibita e il Dragone annu, contento.
Ordin a Joe di servire bevande ghiacciate a tutti.
E tu?, disse a mio fratello. Ned mi lanci un'occhiata.
Non aveva pensato di portare qualcosa. Hai un bell'orologio,
osserv il Dragone.
Sorridendo, Ned se lo slacci e glielo porse.
Misura bene il tempo, disse Ned.
Non c' tempo migliore del presente, ribatt il Dragone.
Era una battuta e noi ridemmo mostrando il nostro apprezzamento.
Ci sedemmo su scomodi sgabelli con una
Coca-Cola con ghiaccio. Stavo soffocando dal caldo. Il Dragone
si tir su la canottiera e ci mostr dove lo aveva colpito
il primo fulmine.
Morto per quattordici minuti e quarantacinque secondi,
disse con orgoglio Joe. Li ho contati io.
Poi Joe tolse le pantofole al padre e ci fece vedere i suoi
piedi. Erano arricciati come unghie di gatto. Artrite,
disse Joe. Ce l'abbiamo tutti in famiglia. Ci mostr i segni
sulle suole.
Il fulmine ha colpito un albero,  rimbalzato ed 
schizzato parallelo al terreno fino a farlo secco una seconda
volta per quarantacinque minuti buoni.
Com' stato?, chiesi io.
Strano. Era come adesso, rispose il Dragone, come
star seduti qui con voi. Presto ve ne andrete. Ecco come 
stato. Un secondo era cos e quello dopo era un'altra cosa.
E come ha fatto a tornare indietro?.
Ned mi diede una gomitata. Forse ero indiscreta e brusca.
Ma non avevamo molto tempo, no? Era per quel motivo
che ci trovavamo l.
Se l'avessi saputo, la settimana dopo non mi sarei comprato
un lotto al cimitero. Era solo un assaggio, mica tutto
lo spettacolo. Sono tornato perch sono tornato. Il
Dragone bevve una sorsata. Adesso vorrei farvi io una
domanda. Magari voi lo sapete: c' una ragione per ogni cosa?.
Tutti gli sguardi conversero su mio fratello, lo scienziato.
Se non conosciamo la ragione, o non la comprendiamo,
non significa che non esista, disse Ned.
Proprio cos. Il Dragone era soddisfatto di quella risposta.
Anch'io la penso cos.
Tese l'orologio verso mio fratello. Era un vecchio Rolex
che Nina gli aveva regalato per il loro decimo anniversario.
Era costato un patrimonio e lei aveva rovistato in tutti gli
antiquari di Orlando finch aveva trovato quello giusto.
Lo rivuole?.
Ned scosse il capo. Non c' tempo migliore del presente, disse.
Allora vi mostrer un segreto. L'avete pagato. Ve lo
meritate. Per non andate a raccontarlo agli amici. Non
sono mica uno spettacolo da baraccone.
Impiegammo un bel po' di tempo a percorrere un pezzetto
della strada in discesa. Un pezzetto della strada in
discesa, come sempre in Florida, significava che era lontano.
Ned era stanco e il Dragone era lento, soprattutto
quando bisognava camminare sul prato bagnato.
Ci beccheremo le zecche, dissi. Le pulci. Qualcosa
di velenoso. Quercia o edera.
Lo senti quell'odore?. Mio fratello si era fermato e
aveva respirato a fondo. E qui che l'acqua salata e quella
del fiume s'incontrano e si mescolano.
C'era un puzzo salato e fetido, che nel sottofondo aveva
un che di dolciastro. Eccoci dunque, con pi anni sulle
spalle di quanti ne avesse avuti mia madre, a vagare in
un pantano, tra la fanghiglia, dietro a due vecchi, un giorno
in cui il termometro superava i trentotto gradi.
Tanto perch lo sappiate: se vedo un alligatore, io giro
i tacchi.
Ned rise. Ma con i serpenti non vale, vero?. Mio fratello
mi fece un cenno con la testa e, quando scorsi una cosa
viscida tra l'erba, mi aggrappai al suo braccio. Innocuo,
disse lui. E un serpente del latte.
Mi accorsi solo allora che mio fratello aveva un'aria felice.
Il posto dove prima brillava il suo orologio adesso rivelava
una pelle bianca, nuda, nuova. I suoi pantaloni color
cachi erano macchiati di fango e di erba.
Ecco, siamo arrivati, annunci il Dragone. Posso
sputare fuoco, questo lo sapete, no?.
Avevo gi visto Lazarus appiccare fuoco a un pezzo di
carta, bruciarmi con un bacio: non sarebbe stata una gran
sorpresa per me. Ma il Dragone sputava veramente e dall'erba
su cui era caduta la sua saliva si levavano fiamme.
Joe si precipitava sui fuocherelli e li spegneva pestandoci
sopra con i piedi.
 impossibile dal punto di vista fisiologico, sentenzi
mio fratello. Ma aveva l'aria eccitata. Seguiva con grande attenzione.
Cos mi hanno spiegato, disse il Dragone. E ho scoperto
come si pu eliminarlo. Il Dragone s'infil una mano
in tasca ed estrasse qualcosa che somigliava a un bulbo
di tulipano. Aglio puro. Tira fuori il fuoco. Ma adesso non
lo far, perch ho intenzione di mostrarvi qualcosa che vale
davvero la pena di vedere. Non avete mica fatto tutta
quella strada solo per guardarmi in faccia. Ma promettetemi che lo terrete per voi.
Mio fratello si mise la mano sul cuore. Mi bruciavano
gli occhi. Pensai a quando nel New Jersey osservava i pipistrelli
nel cielo. Pensai alla colonia di formiche che aveva
dovuto abbandonare quando ci eravamo trasferiti da mia
nonna. A me non importava nulla di ci che non potevamo
portare con noi, ma mio fratello era diverso: di fronte
all'irremovibilit della nonna, Ned era uscito sul retro della
casa e aveva liberato le formiche. Io l'avevo guardato
dalla finestra della camera da letto. Non gliel'avevo mai
confessato, ma mi ero accorta che stava piangendo.
Mettiti la mano sul cuore, m'ingiunse mio fratello.
Lo feci. Non desideravo nulla, non volevo nulla e non
dissi nulla. Ero tutta in quel tempo presente, i piedi nella
fanghiglia, le scarpe rovinate e la pelle che mi pizzicava.
C'era un tronco, no, un albero, quello colpito dal medesimo
fulmine che aveva centrato il Dragone la seconda
volta. Una vecchia quercia drappeggiata di muschio, ormai
morta e di un grigio pallido pallido. Il colore del ghiaccio
in mezzo a tutto quel verde, quel fango, quelle foglie,
quell'acqua, quel caldo. Il Dragone avanz verso di essa.
L'acqua gli arrivava al ginocchio. Si tolse la canottiera e io
vidi la sagoma dell'albero che il fulmine aveva impresso
sulle sue braccia e sul suo torace. Come Lazarus. Provai
una fitta di tristezza. Come se ci che stava accadendo fosse
gi accaduto, ma a un'altra persona.
Il Dragone si gir dall'altra parte e annu. Guardate questo.
Sput sul vecchio tronco e si sprigion una scintilla. Il
Dragone agit la sua maglietta e soffoc le fiamme, ma il fumo
aveva ottenuto l'effetto desiderato. Dozzine di pipistrelli
si levarono in volo dal tronco. All'inizio parevano tutti neri
ma alla luce del sole cominciarono a brillare, un blu scintillante,
e poi viola. Era come vedere la faccia del mondo, come
vedere ogni possibilit che fosse mai esistita. Dal fumo,
dal fuoco, dal legno, dal ghiaccio, si alzarono in una nuvola.
Ned batt le palpebre. Ma guarda un po', disse.
Sono qui in giro tutto il giorno, ma noi non li vediamo.
Vai per la strada e credi di essere solo. Invece loro sono
qui, disse il Dragone. Come tutte le altre cose che non vediamo.
I pipistrelli scomparvero nel cielo: a guardarli da sotto
erano grigio-marrone, come foglie che cadevano verso l'alto,
come il tempo all'incontrario.
Avevo le spalle bruciate dal sole, riuscivo a malapena a respirare
in quel caldo, una zecca scalava la mia caviglia, ma ne
era valsa la pena. Se non fosse stato che avevo gi imparato
la lezione, avrei desiderato restare l per sempre. Ma ormai
avevo capito. Avevamo visto ci che eravamo venuti a vedere.
Come ingannare la morte. Inspira. Espira. Guarda come
tutto vola verso l'alto, nero e blu nel cielo ancora pi blu.
...
.
...
2.
...
.
...
Telefonai a Frances York per scusarmi della mia prolungata
assenza dal lavoro. Nella mia vita precedente, prima di
trasferirmi in Florida, io ero quella di cui ci si poteva fidare,
la collega fantastica, l'organizzatrice delle feste. Qui, invece,
non avevo messo piede in biblioteca da una settimana.
Non mi ero mai fatta viva nemmeno per telefono.
Ma non venire adesso, mi blocc Frances. Vieni a
casa mia alle sei e mezza. Palmetto Street numero 13. La casa con il grande giardino.
Senti, se mi vuoi licenziare, lo capisco benissimo. Puoi
farlo anche al telefono. Va bene. Me lo merito.
Non ho mai licenziato nessuno in tutta la mia vita e non
ho intenzione di cominciare adesso. Volevo invitarti a cena.
Non le credevo fino in fondo. Indossai un vestito adatto
all'occasione del mio licenziamento. Sobrio. Pettinai i capelli
all'indietro con una fascia rossa che avevo comprato al drugstore,
e poi, come ultimo tentativo di corruzione, comprai
una pianta dal fioraio. Una dionea acchiappamosche. Utile
in Florida. Pratica. La me stessa di un tempo. La ragazza di
cui ci si poteva fidare. Forse Frances avrebbe capito che aveva
bisogno di me, anche se la verit era che, per sbrigare il lavoro
in biblioteca, una di noi bastava e avanzava.
Non ero mai stata a casa di Frances, che si trovava nella
parte vecchia della citt dove i giardini erano pi estesi
e si aveva l'impressione di essere in campagna e non in periferia.
La sua casa era in stile Antica Florida, tetto di lamiera,
persiane, palme. Parcheggiai e scesi dall'auto con le
mie eleganti scarpe nere, assai scomode, portando il vaso
con la pianta. Mi fermai sul sentiero. Nella veranda c'era
qualcosa che somigliava a un orso. Stava calando il buio e
i miei occhi non vedevano bene. Ebbi un attimo di panico.
Poi riconobbi il cucciolo delle fotografie sulla scrivania
che aveva raggiunto dimensioni mostruose. Un terranova.
Una razza che non era esattamente l'ideale per la Florida,
e in effetti lo udivo ansimare. Quando la creatura abbai,
Frances fece capolino dalla porta di casa. Indossava blue
jeans, una vecchia camicia, un fazzoletto legato intorno alla
testa. Non somigliava alla Frances della biblioteca.
Buono, Harry, disse al cane. Poveretto, l'avevano
preso degli studenti che poi hanno capito che non potevano
occuparsi di lui e cos, quando sono tornati a casa per
le vacanze estive, l'hanno mollato. Succede tutti gli anni. Li abbandonano.
Meno male che non era un pony, dissi io.
Quando mi avvicinai, Harry mi annus educatamente.
Sbavava un po', ma conosceva le buone maniere. Non era
esattamente l'animaletto che mi aspettavo di trovare a casa di Frances.
Pensavo che avessi un gatto, dissi. Sai com', lo stereotipo.
Tu ce l'hai?.
Non  ufficialmente mio. Apparteneva a una collega.
Pensa di essere mio quando si avvicina l'ora di cena. Avevo
anche una talpa. Anche lei adottata. L'ho appena restituita
alla sua vita selvatica. Alla siepe di fronte a casa mia,
in realt. Mi sono detta che era meglio rimetterla in libert
prima di farla crepare. Ho una sfortuna nera con le creature viventi.
Sono venuti a fare domande su Seth Jones, disse Frances.
Cosa?. Non potevo aver capito bene. Non stavamo parlando di animali?
Entriamo in casa, sugger Frances.
La seguii con il cane al seguito. Aveva detto qualcosa a proposito di Seth Jones?
Ci sedemmo in cucina. Frances aveva preparato una limonata.
Vers nella brocca un po' di succo di ciliegie, un
lieve rossore, un rosa acido. Riuscivo a vederlo sebbene fosse
molto pallido. La cosa si prospettava peggiore del licenziamento.
Voleva parlare di Lazarus, l'uomo su cui ero sempre
stata reticente, l'uomo che sapevo di perdere. Ma non subito. Non ancora.
All'ufficio dello sceriffo di Orlon  arrivata una telefonata
di un tizio dell'emporio.  cos che  cominciato tutto
quanto e adesso sono convinti che sia stato commesso
un crimine. Questo Jones, nessuno l'ha pi visto da quando
 stato colpito dal fulmine e adesso un fattorino dell'emporio
giura che a casa di Jones ha visto uno che non era
Jones. Si tratta di un tipo che tempo fa lavorava per lo stesso
negozio. Cos adesso si sono messi a indagare in giro.
Frances aspett che queste notizie venissero assorbite e poi
aggiunse: Immagino che vorrai sapere come mai so tutte queste cose.
S. Devo essere sembrata piuttosto stordita. Di certo, mi sentivo cos.
Sono venuti a controllare i suoi dati. La sua scheda.
Frances mi vers un bicchiere di limonata.
Nell'archivio non c'era, ma l'ho trovata nella tua scrivania.
Sapeva un sacco di cose. Pi di quanto mi aspettassi. Mi
aveva tenuta d'occhio per tutto il tempo.
Il cane mi si era seduto accanto, con la speranza, immagino,
che insieme alla limonata venissero serviti anche biscotti, e mi alitava sulla gamba.
Meditai su quale fosse il genere di menzogna pi opportuno.
Non ti preoccupare, mi prevenne Frances, prima che
potessi aprire bocca. Non mi interessa come mai sei coinvolta
in questa faccenda. Bruceremo la scheda e, per non
dare adito a sospetti, bruceremo anche tutte le altre.
Andammo nella dispensa, dove erano state stipate le
scatole di schede, comprese quelle che si trovavano in cantina.
C'era l'odore muffito e triste della carta. Frances aveva
portato a casa scatole di schede per tutta la settimana.
Nessuno ha diritto di sapere cosa legge una persona in biblioteca, asser Frances.
Aspettammo che il sole fosse tramontato. Poi trascinammo
le scatole nel retro, gettammo alcune schede sul
barbecue e infine ci versammo del liquido infiammabile.
Ormai era buio pesto, una notte fosca. Avevo con me lo zainetto;
aprii la cerniera ed estrassi le schede di Seth Jones.
Quelle che avevo trafugato.
Ti sono molto grata per il tuo aiuto, dissi. E, tanto
perch tu lo sappia, non c' stato nessun atto criminale. Nulla del genere.
Non dirmi niente. Non ti sto aiutando. Lo faccio per
una questione di principio. Dovranno usare un'altra strada per scovare quell'uomo.
Ci vollero quasi tre ore per bruciare tutte le schede.
Una volta finita la limonata, passammo al whiskey.
Lo sceriffo torner domani. Ho insistito che avevo bisogno
di tempo per rintracciare la scheda del signore in
questione. Gli far sapere che col passare degli anni  andata persa la documentazione.
Ero preoccupata per Frances, che si stava esponendo a questo modo.
Oh, lo so che ci taglieranno i fondi. Se chiudono la biblioteca,
la gente dovr rivolgersi alla Hancock Public Library,
o forse l'universit aprir le porte delle proprie biblioteche
alla cittadinanza. Forse andr a Parigi. In quel caso, puoi occuparti tu di Harry.
Scoppiai a ridere.
Dico sul serio.
E forse era vero. Entrambe avevamo fuliggine sulla faccia,
sotto le unghie, e un discreto numero di tagli che ci
eravamo procurate strappando le schede.
Ti ama, disse Frances.
Il cane, una montagna di pelo, era ai miei piedi.
Sono assolutamente inamabile, ribattei.
Il terranova sospir, strappandoci una risata.
Finito il whiskey, prendemmo un caff per smaltire la
sbornia. Ora che il fuoco era spento, bagnammo la cenere
e la raccogliemmo in sacchi della spazzatura, che portai
via quando me ne andai. Nessuna prova. Harry mi segu fino
all'automobile e mi osserv mentre mi allontanavo. Bel
cane, ma io avevo gi un animale in casa.
Guidai fino a trovare un posto che mi parve sicuro; gettai
il sacco pieno di cenere nel bidone sul retro della tavola
calda. Poi mi affrettai ad allontanarmi dal paese. Non mi
venne in mente di telefonare a Lazarus; credevo avessimo
ancora tempo. Magari l'avessi chiamato dalla casa di Frances.
Non mi aspettavo che la polizia si muovesse tanto rapidamente.
Quando arrivai l, prima ancora di imboccare
la strada privata sapevo gi che c'era qualcosa di storto. Mi
fermai sul ciglio della strada. Da quel punto si vedeva che
le arance rosse erano scomparse. Ogni cosa era diventata
nera. Le arance cadevano dagli alberi come sassi. Attraverso
gli alberi, vidi la lucina azzurra che roteava.
La macchina dello sceriffo era ferma sulla salita della
strada privata e cos tirai dritto; feci un'inversione di marcia
e ripresi la statale. A quel punto tremavo tutta. Non ero
sicura di aver fatto la cosa giusta. Avrei dovuto imboccare
la strada con decisione e pretendere spiegazioni su che cavolo
stava succedendo? Forse ero stata presa dal panico.
O forse era stata una mossa astuta. In ogni caso, ormai ero
diretta a casa. Mi fermai alla stazione di servizio di Lockhold
a riflettere se fosse il caso di tornare indietro per Lazarus.
Rimasi seduta in macchina per circa un'ora, a dibattere
tra me e me, e poi ripartii alla volta di Orlon.
Mi sarei procurata un avvocato, ecco quello che avrei fatto.
Gli sarei stata al fianco anche se erano convinti che aveva
ucciso Seth Jones. Forse mi avrebbero considerata complice
dell'assassino. Forse Lazarus non sarebbe stato accusato
di nulla. Mi fermai a un'altra stazione di servizio. Non
sapevo se proseguire o tornare indietro, cos non andai da
nessuna parte. Questa volta scesi dalla macchina e chiamai
il distretto di polizia di Red Bank, nel New Jersey. Era una
follia e non sapevo bene perch lo facevo. Alcune decisioni
le prendi tu, altre sembrano essere prese per te. Chiamai la
persona di cui mi fidavo maggiormente. Quella le cui opinioni
avevano un peso. Al buio, accanto ai gabinetti, infilavo
monete nella fessura del telefono. I camion rombavano
sulla statale. All'inizio, quando me lo passarono, Jack Lyons
aveva una voce calma. Non ci credeva che fossi proprio io.
Certo che sono io, dissi. Il parcheggio. Tu e io.
Va bene, disse. Tu e io.
Ho bisogno di un'informazione.
Nel nostro paesino, Jack si era occupato di ogni genere
di morte: omicidio, suicidio, omicidio doppio, morte per
disgrazia e morte accidentale, morte per cause naturali. Se
lo vedevano entrare all'ospizio, gli anziani si facevano il segno
della croce e guardavano dall'altra parte, sapendo che
uno di loro se nera andato. Quando aveva illustrato le norme
di sicurezza ai bambini delle scuole elementari (non si
ficcano le dita nelle prese elettriche, non si prendono le
pentole dai fornelli), alcuni bambini avevano avuto una crisi
isterica e avevano dovuto portarli in infermeria. Ogni volta
che Jack mi chiamava per chiedere informazioni, avrebbe
potuto scoprire da solo le risposte. Cominciavo a capirlo.
Sapeva gi tutto, ma forse gli piaceva semplicemente
sentire come pronunciavo asfissia, morella, virus del Nilo occidentale.
O forse voleva soltanto parlare con me nella mia lingua.
Dove sei?, chiese Jack. Sei scomparsa. Ti ho scritto
un biglietto, ma non mi hai mai risposto.
Mi sono trasferita in Florida. Per il clima, migliore.
Che battuta penosa. Sfioravamo i trentanove gradi e l'umidit
era tale che i miei capelli, di solito dritti come spaghetti,
erano arricciati. La notte odorava di veleno.
Lo so che ti sei trasferita. Cosa credi, che non mi sia
dato da fare per scoprire dove eri finita? Volevo dire, dove
sei adesso? Sento rumore di traffico.
Pensai al modo in cui allora mi guardava. Voleva qualcosa
da me che non aveva mai ottenuto. Era stato umiliante
per me, pensai, e forse anche per lui. Mi dispiace, Jack.
Ti dispiace che sei scomparsa e non hai nemmeno fatto
lo sforzo di scrivere un biglietto? O ti dispiace che non
te n' mai fregato niente di me e dei miei sentimenti?.
Non sapevo cosa volevo.
Mentre adesso....
Risi. Forse mi conosceva davvero.
Allora, di che cosa vuoi parlare?, continu Jack. Fammi
indovinare. Che cosa avevamo in comune? Ah, s. La
morte.
Sembrava diverso, o forse prima non lo ascoltavo. Forse
quei nostri incontri nella sua macchina e al parcheggio
erano qualcosa di diverso da ci che pensavo. Forse non
gli erano passati inosservati il ghiaccio, le pietre, la mia
convinzione di meritare ogni male.
Mi prendi in giro?. Non ero abituata a provare queste
emozioni quando conversavamo. Dopo tutto, era passato tanto tempo.
Ehi, piccola, sono il dottor Morte. Avanti con le domande.
L'avevo cercato per chiedergli consiglio su Lazarus, come
aiutarlo se l'avessero accusato di omicidio. Dovevo aiutarlo
a fuggire, o dovevo insistere perch affrontasse la situazione?
Ma alla fine non era questo che volevo veramente sapere da lui.
Esitai. Di solito non mi comportavo cos; ero travolta dalle emozioni.
Dai, spara, mi disse Jack. Ma che sia una buona.
Una del tipo cosa-faresti-se.
E cos fu. Gli feci l'unica domanda possibile.
Cosa faresti se tuo fratello stesse morendo e tu non potessi farci niente?.
I camion erano tutto ci che riuscivo a sentire. Le marce
che grattavano. Una marea di gente che si spostava. Io
ero ferma in una stazione di servizio in Florida a notte fonda.
Come se non avessi mai parlato con nessuno prima di
allora. Sentivo il respiro di Jack. Volevo piangere. Non gli
avevo mai dato nemmeno una possibilit. Occupandosi
cos tanto di morti, era diventato abile nel rintracciare una
logica in un mondo irrazionale.
Aiutalo a trovare qualcosa che gli faccia sentire ancora
il desiderio di essere vivo. Non c' altro da fare.
Forse ci dovevi stare tu, al banco delle informazioni.
Potevo essere in qualsiasi posto del mondo. Ero completamente persa.
Io no, disse Jack. Ci sei sempre stata tu.
Quando tornai a casa, intuii subito che c'era qualcuno.
Giselle era in giardino, mentre io l'avevo lasciata dentro.
C'era una chiave di riserva sotto la cassetta della posta.
Non era un nascondiglio difficile da indovinare; quando
feci scivolare la mano sotto il metallo, non vi trovai niente.
Mi accucciai vicino alla gatta per grattarla sotto il mento
e la lasciai fuori ancora per un po'. Non mi odiava pi
cos tanto, o forse si era solo abituata a me. Lazarus stava
dormendo sul divano, un piede puntato sul pavimento.
Sembrava giovane e stanco, come un uomo che avesse fatto
l'autostop e camminato per l'intera notte. Chiusi a chiave
tutte le porte esterne, staccai il telefono. Aveva una sacca
da viaggio, che portai con me in cucina. Lo so che non
si fa, ma lo feci ugualmente. Aperta la sacca, ne esaminai
con cura il contenuto. Probabilmente volevo solo accertarmi
che fosse davvero la persona che credevo. C'erano
dei vestiti, un portafoglio con qualche centinaio di dollari,
un biglietto aereo per l'Italia, un passaporto intestato a
Seth Jones ma con la fotografia di Lazarus; in fondo alla
borsa trovai la scatola di legno con le ceneri.
Rimisi tutto a posto e preparai un caff. Quando presi
dal congelatore una confezione nuova di caff in chicchi,
notai che durante la notte doveva essere mancata l'elettricit.
C'era un gran disordine in casa. Non me n'era mai
importato granch di questa casa, n l'avevo mai sentita
mia. Non l'avevo mai vissuta davvero. A meritarsi la definizione
di oggetto personale, mio, c'erano solo quei pochi
pezzi di tempio dorico rimasti sulla tavola. Giselle si divertiva
a giocare con le colonne, facendole rotolare di qua
e di l finch non cadevano sul pavimento.
Raggiunsi la porta sul retro e la chiamai, ma la gatta si rifiutava
di obbedire. Mi tocc uscire e arrivare fino alla siepe.
Il cielo era d'inchiostro. Il centro dell'orizzonte era del
colore dei pipistrelli che avevo veduto volare sotto la luce
del sole, blu profondo, con striature nere e viola. Quando
mi chinai, mi accorsi che Giselle aveva catturato la talpa di
Renny. La riconobbi per via del morso sull'orecchio. Avevamo
tentato di salvarla ma non ci eravamo riusciti. La piccola
bestiola che aveva ingannato la morte, ora non si muoveva pi.
Cattiva, rimproverai Giselle.
Seduta per terra a gambe incrociate, raccolsi la talpa e la
tenni sul palmo della mano.
Quando Lazarus si svegli, avevo finito di seppellirla, il
caff era pronto e avevo gi telefonato a mia cognata. Mio
fratello si stava ancora riprendendo dalla nostra gita dal
Dragone, ma era contento di essere andato. Da allora, non
faceva che sognare pipistrelli e farfalle, mi disse Nina. Stava
scrivendo un saggio sulla teoria del caos applicata alle
fiabe. Scriveva come un forsennato, fino a notte fonda.
Aveva avuto un'illuminazione e voleva mettere tutto nero
su bianco prima che fosse troppo tardi. La minima azione,
la pi piccola creatura, la decisione pi insignificante, ogni
cosa aveva ramificazioni immense. Una talpa muore, un'altra
viene salvata per morire di nuovo. Una parola viene
pronunciata a voce alta e modifica tutto il mondo. Un
braccio diventa un'ala, una bestia diventa un uomo, una
ragazza rimane in silenzio per cent'anni congelata nello
spazio e nel tempo, un giovane deve vagare per il mondo
prima di scoprire la sua vera identit.
Mi stesi sul divano accanto a Lazarus. Apr gli occhi.
Cenere alla cenere. Erano tanto neri.
Ciao, mi disse. Stava per abbracciarmi, baciarmi, ma si trattenne. Ti brucerei.
Scossi la testa. Non avevo dimenticato quel che il Dragone
ci aveva detto sul fuoco. Porsi a Lazarus due spicchi d'aglio
che avevo sbucciato in cucina. Il rimedio, gli spiegai.
Un altro avrebbe forse messo in dubbio la mia parola,
non avrebbe superato l'esame. Lazarus mi guard e mangi
l'aglio. Posai la mia testa sul suo petto. Non sentivo pi
quel calore che proveniva da dentro di lui.
Lazarus aveva visto il furgone dalla finestra e aveva riconosciuto
il conducente, Hal Evans. Lo conosceva perch,
quando avevano lavorato insieme all'emporio, aveva
avuto un alterco con lui. Hal era ubriaco e si era messo a
parlare e sparlare, pungolando Lazarus. Allora quest'ultimo
aveva mollato lungo il percorso di Hal alcuni sacchi di
fertilizzante, facendolo inciampare. Hal Evans era la peggiore
persona che potesse ficcare il naso nel frutteto. Forse
aveva sentito le voci messe in giro dai braccianti, che dicevano
di lavorare per un mostro, per un uomo che non si
faceva mai vedere, che c'era qualcosa di strano in quella
casa con le tapparelle sempre chiuse.
Lazarus si era preparato la sacca non appena il camion di
Hal si fu allontanato. Era da un po' che se l'aspettava; adesso
doveva solo aspettare il seguito. Pi tardi, quello stesso
giorno, degli sconosciuti si erano messi a parlare con i braccianti
nel campo. Li aveva visti rivolgere lo sguardo verso la
casa, mentre conversavano con i suoi salariati. Nel pomeriggio
era sgattaiolato dalla porta posteriore. Ogni telefonata,
aveva immaginato, sarebbe stata rintracciata; camminare,
invece, lo sapeva a cosa serviva: ti rendeva libero.
Lazarus continuava a rabbrividire e gli misi sopra una
coperta. Era una mattina splendente. La luce faceva socchiudere
gli occhi. Intimai a me stessa di non esprimere
desideri, o se lo facevo, se proprio dovevo farlo, se non c'era
modo di trattenermi, almeno che fossero per il bene di
Lazarus. Si era riaddormentato: era esausto e non riusciva
a svegliarsi. Volevo che continuasse a sognare il pi a lungo
possibile. Aveva camminato per chilometri. Lo guardai.
Sentivo il sapore di aglio, la medicina, la fine di tutto, l'inizio di tutto.
Mi vestii e andai in banca. Peggy, la mia fisioterapista,
era in coda davanti a uno sportello. Si compliment per il
mio aspetto. Hai lavorato sodo, mi disse. Sei tornata la ragazzina di un tempo.
Davvero? Forse s. Tutti quegli esercizi, in cui trascinavo
la parte sinistra del mio corpo, che mi facevano venire
le lacrime agli occhi. Adesso mi sentivo quasi normale, anche
se non proprio del tutto: continuavo a provare una
sensazione come di metallo tra le costole, intorno al cuore.
Non si vedeva ma c'era, com'era vero che le mani di Renny
erano piene di fili d'oro.
Prosciugai il mio conto, lasciandoci solo un centinaio di dollari.
Un acquisto importante?, mi chiese l'impiegato. In
quel paese nessuno passava inosservato. Neppure io.
Sfoderai un sorriso. Molto importante. Spiegai che avevo
bisogno di contanti per acquistare una macchina usata.
Una vecchia Corvette.
Che invidia, esclam l'impiegato.
Dalla vendita della casa della nonna mi erano rimasti
quindicimila dollari, che entrarono perfettamente nello zaino.
 rossa, dissi.
La migliore, osserv l'impiegato.
Mi avviai verso il parcheggio, dove mi aspettava la mia
Honda. Quella con le gomme buone, con le gomme sicure
che mio fratello aveva scelto prima di partire dal New
Jersey. Quando arrivai a casa, Lazarus dormiva ancora. Lo
capivo. Non voleva svegliarsi. Mi sedetti su una sedia. Forse
piansi. Lo amavo in un modo che era tutto finito. Un
modo che era l'inizio di qualcosa. Il genere di amore che
ti apre a cose pi grandi.
Nel tardo pomeriggio mi sedetti accanto a lui sul divano.
Gli sussurrai che era giunto il momento di partire.
Non vado via, rispose.
S, pensai. E quello che vuoi.
Questo sarebbe stato l'istante che non avrei mai pi lasciato
andare, per quanto immenso il dolore che mi provocava.
Quando sarei stata vecchia, perduta la capacit di camminare
e di parlare e di vedere, avrei ancora avuto questo.
Lazarus dava per scontato che sarei partita con lui.
Avremmo lasciato la gatta in giardino e qualcuno l'avrebbe
trovata e si sarebbe preso cura di lei. Non succedeva
sempre cos? I gatti si sceglievano da soli la propria casa,
trovavano la propria strada. Potevo scrivere un biglietto a
mio fratello e spedirglielo una volta in viaggio, ma non prima
di aver raggiunto le nostre mete, tutti quei luoghi, Venezia
e Parigi, tutte quelle citt che avevamo sempre desiderato visitare.
Sistem le banconote nella sua sacca. Gli guardai le mani.
Non potevo guardare nient'altro.
Ecco che cos'era. La rovina cui conduce l'amore. La profondit
dell'amore. Se ti capita una volta pu capitarti di
nuovo.  questo l'enigma.  questa la verit.
Dopo aver fatto una doccia, Lazarus si scol il caff
ghiacciato e mangi una scodella di zuppa di pomodoro
fredda. Fuori era umido e al calare della sera il clima era
ancora caldo e appiccicaticcio. Era tardi quando lasciammo
la casa, e il cielo era scuro. Prendendo strade secondarie
giungemmo a Jacksonville. Conoscevo il tragitto. Un
posto dove nessuno ci avrebbe riconosciuto. Viaggiammo
per un'ora, due. Pareva che andassimo insieme da qualche
parte. La sua mano posata su di me, mentre guidavo. Sentivo
la sua presenza, ma non era abbastanza. Avrebbe dovuto
intuirlo che non l'avrei seguito: avevo lasciato la gatta
in casa, cosa inconcepibile se non avessi inteso farvi ritorno.
Non ero tipo da svignarmela a quel modo.
Lo portai alla stazione dei pullman. Doveva solo trovare
qualcuno che sapesse cambiare la data di nascita sul passaporto
e poi sarebbe stato Seth Jones. Ma, per prima cosa,
doveva lasciarsi alle spalle la Florida. Comprai un biglietto
per il primo pullman; era diretto ad Atlanta.
Rimanemmo seduti in stazione fino alle cinque del mattino.
Il pullman partiva a quell'ora. E successe questo: non
ci guardammo mai in faccia. Nessuno dei due chiedeva
implorante qualcosa all'altro. Ci eravamo gi dati tutto ci che possedevamo.
Cos, questa  la fine, mi disse.
Intorno a noi la gente dormiva. Ciascuno aveva la propria
storia e non ci prestava ascolto. Un bambino con un
maglione rosso riposava tra le braccia di sua madre. Il sole
baluginava alla finestra, sporca e annebbiata.
Niente affatto, pensai. Questo  l'inizio.
...
.
...
Capitolo settimo.
...
.
...
Fratello e sorella.
...
.
...
1.
...
.
...
Che mancasse poco, l'avevamo intuito dal fatto che mio
fratello continuava a sognare farfalle. Non smetteva di sognare
neppure durante il giorno. L'associazione di meteorologi
inizialmente rifiut il suo saggio, La teoria del caos
e le fiabe. Quando Nina prese l'aereo per andare a parlare
con il presidente dell'associazione, rimasi con Ned per
tutta la notte. Al suo ritorno, Nina rifer che avevano cambiato idea.
Ned era gi sulla sedia a rotelle quando vol a Washington
per presentare il suo studio; il moderatore dovette abbassare
il microfono e chiedere assoluto silenzio all'uditorio
perch si riuscisse a sentire la flebile voce di Ned. L'idea
fondamentale del suo saggio consisteva nel fatto che le
fiabe ci liberavano dal nostro bisogno di ordine e ci consentivano
di formulare desideri impossibili, irrazionali. La
magia era reale, questa era la sua tesi che rappresentava il
vero nocciolo della teoria del caos: se la pi insignificante
delle azioni si riverberava in tutto l'universo in modi imperscrutabili
e incomprensibili, cambiando le condizioni
atmosferiche e climatiche, allora ogni cosa era possibile.
La ragazza si addormenta per cent'anni per aver voluto,
una volta, infilare un ago. La palla d'oro che cade nel pozzo
scuote il mondo, cambiando ogni cosa. L'uccellino che
perde una penna, la farfalla che batte le ali, tutto ci viaggia
attraverso l'universo, attraverso i boschi, dall'altra parte
della montagna. Il pulviscolo che ora inali  stato prima
espirato. La persona che sei, il clima intorno a te, tutto 
un incantesimo che non puoi comprendere n spiegare.
Era stato accolto da una vera e propria ovazione. Me lo
raccont Nina quando tornarono da Washington. Stavamo
preparando insieme la camera del bambino e dipingevamo
con gli acquerelli un murale su una parete. Nina non doveva
stancarsi: le avevano diagnosticato una pre-eclampsia,
pressione alta causata dalla gravidanza, e malgrado ci,
quando rientrava dalle lezioni, dipingeva fiori e alberi nella
camera del bambino. A volte Ned assisteva ai nostri lavori e,
quando ci voltavamo verso di lui per scherzare, scoprivamo
che si era gi addormentato. Continuavamo a dipingere.
Nina stava lavorando sul sole. Io mi occupavo della luna.
Talvolta mio fratello urlava nel sonno, talvolta chiamava.
Farfalle, diceva Nina. Nel sogno.
Nina aveva cerchi scuri intorno agli occhi. Adesso, i medici,
visitando mio fratello, gli permettevano di assumere
qualsiasi antidolorifico. Poteva sembrare un fatto positivo,
ma non lo era in realt, perch  come se ti dicessero che la fine  vicina.
Mi offrii di aiutarli a tempo pieno e Nina accett. Come
previsto da Frances, la biblioteca era stata chiusa. Senza lavoro,
ricevevo il sussidio di disoccupazione. Non mi preoccupavo
di quel che sarebbe successo quando avrei finito il
denaro. Potevo sempre farmi assumere come cassiera dal
ferramenta Acres'. Si sarebbero ancora rivolti a me per informazioni.
Mi consigli una sega, un martello, un barattolo di vernice, un grembiule, un'incudine. Avrei imparato
tutto, l'avrei recitato a memoria.
Ma per il momento ero libera. Mi occupavo della spesa
e del bucato. Per una volta mi sentivo utile. Cominciai
a dipingere farfalle sulla parete. Cominciai anche a sognarle.
Pensavo a Lazarus che di sicuro si trovava a buon
punto nel suo viaggio verso l'altra parte del mondo. Lo sognavo,
ma solo di tanto in tanto. Adesso avevo troppe cose per la testa.
Mio fratello cominciava a mostrare segni di invecchiamento,
come capita alle persone malate. Quando si addormentava
sulla sedia a rotelle, diventava un vecchietto centenario;
ci spezzava il cuore. Quando faceva un pisolino,
Nina e io, anche se era molto caldo, ci sedevamo sull'erba.
C'era una siepe di bosso. Ci mettevamo all'ombra della
siepe. Nina piangeva, io la guardavo. Una volta andai in
cucina a prendere dell'acqua con il ghiaccio e trovai mio fratello alla finestra.
Secondo te, abbiamo tutti un sogno, qualcosa che vorremmo
fare?, mi chiese mio fratello. In quel momento era perfettamente lucido.
Mi sedetti al tavolo. Per esempio?.
Migliaia di farfalle monarca. In migrazione. Migliaia di
cambiamenti. Un gran caos. Tutto nello stesso momento.
 questo che ho sempre voluto vedere, che voglio vedere.
Aveva un tono dispiaciuto. Non avevo mai sentito mio
fratello esprimere un desiderio cos sentito, cos profondo.
Molto pi intenso del desiderio di conoscere il vecchio di
Jacksonville. Quello era stato l'allodola, questo il cuore
della faccenda. La fine della sua vita.
Senza che ce ne fossimo accorti, Nina era entrata in cucina
per cercarmi. Piangeva ancora ma sembrava di pietra,
come quella volta che l'avevo spiata in giardino. Aveva fili
d'erba sui vestiti. Odorava di bosso e di sempreverde. Era
pi forte di quel che sembrava. Ma non le piaceva rivelarsi
al primo venuto. Fu allora, probabilmente, che cominci
a pensarci. Quando ud il suo sogno.
Una volta a settimana, quando accompagnavo Nina al
suo corso Lamaze al Centro Medico dell'universit, veniva
ad assisterlo un'infermiera. Le altre donne che frequentavano
il corso erano pi giovani, studentesse gi laureate,
mogli di giovani professori, due coppie di lesbiche.
Sembravano tutte cos sicure del loro futuro. Nei fine settimana
si ritrovavano a mangiare insieme e ognuna portava
qualcosa da casa. Noi non partecipavamo a quelle riunioni.
Probabilmente ci consideravano una coppia, Nina e io.
E credo che durante le ore del corso lo fossimo davvero.
 la pi brava a respirare, dissi a Ned.
Certo. Ovviamente. Era orgoglioso di lei. Era innamorato
di lei. Ma era anche in procinto di andarsene. Spesso
sedeva alla finestra con lo sguardo rivolto al giardino e
non ero sicura che vedesse quello che vedevamo noi.
Ricevetti una cartolina da Seth Jones. Il timbro diceva
Firenze, perci doveva essere riuscito nei suoi propositi.
Scrisse: Ho intenzione di portare le ceneri a Venezia. Vorrei che tu fossi qui. SJ
Io no. Io volevo essere esattamente dove mi trovavo, il
pomeriggio seduta accanto a mio fratello, ai fornelli all'ora
dei pasti e subito dopo a lavare piatti e pentole, la sera
a giocare a carte con Nina. Un giorno arriv un pacchetto
per mio fratello: era un accappatoio che gli aveva mandato Jack Lyons.
Chi cavolo  Jack Lyons?, domand Ned. L'accappatoio
gli piaceva, ma l'idea di accettare un regalo da uno
sconosciuto lo metteva a disagio.
Eri alle superiori con lui, a Red Bank. E io ci andavo a letto.
Ha buon gusto, disse Ned.
Piantala.
Intendevo dire in fatto di accappatoi.
Jack conosceva le esigenze di una persona che stava
morendo. Era molto pi esperto di me. Anche nei periodi
in cui non mi facevo sentire, continu a inviare regali a
mio fratello. E Ned cominci ad attendere l'arrivo di quei
pacchetti. A non vedere l'ora di riceverli. Una settimana
era una cassetta di richiami di uccelli, che mio fratello voleva
sentire quando si appisolava. Un'altra volta erano due
paia di calzettoni di lana pesante. Poi fu la volta di una
confezione gigantesca di cioccolato. Mio fratello non poteva
mangiarlo, ma gli piaceva il profumo.
Alla fine telefonai nel New Jersey. Guarda che non sei
mica obbligato a mandare regali a mio fratello, dissi a Jack.
Non c' bisogno che tu mi dica cosa devo fare, ribatt lui.
Non avevo molto da replicare.
Adora il nastro degli uccelli. E il cioccolato.
Ero contenta che Jack non potesse vedermi. Ero in tuta
e maglietta, con Giselle accoccolata in grembo. Tenevo
le luci spente per risparmiare sulla bolletta dell'elettricit.
Di recente avevo fatto domanda per un impiego al negozio
di ferramenta Acres', ma mi avevano risposto che non ero qualificata.
Avevo coperto con la mano la cornetta del telefono. Stavo piangendo.
Lo so cosa stai facendo, disse Jack.
Sei un vero esperto. Avevo un tono sprezzante, amaro e disperato.
In certe cose. Gran parte della gente quando piange
ha delle buone ragioni per farlo. E anche quando ride.
Il pacchetto successivo conteneva delle campanelle che
suonavano al vento. Mio fratello le attacc vicino alla finestra.
Ogni volta che le sentiva, sorrideva. Quel regalo per
mio fratello conteneva anche un messaggio per me. Nel suo
mondo c'era ancora qualcosa che valeva la pena di avere.
Ma io lo conosco questo Jack?, domand Ned. Era
nella fase in cui ripeteva tutte le nostre conversazioni. Aveva
perduto la memoria e anche il senso del presente stava svanendo.
No, risposi. Non lo conosceva nessuno.
Ha buon gusto.
Sembrerebbe, dovetti acconsentire.
La notte, quando Nina era esausta, mi sedevo accanto
a mio fratello e gli leggevo delle fiabe.
Leggimi quella che mi piace, disse una notte.
Non  in questa raccolta, mentii.
Bugiarda.
Ma non avevo intenzione di leggere la fiaba sulla morte,
non in quel momento, non quando avevamo capito com'era
la fine. Lessi Hnsel e Gretel, L'albero di ginepro,
Fratello e sorella-, lessi di mogli di pescatori e di cavalli fedeli,
e poi gli raccontai la storia che avevo inventato io,
della bambina congelata sulla montagna.
Questa  proprio triste, comment mio fratello. Le
basterebbe muovere i piedi e mettersi a camminare per non
diventare di ghiaccio. Anche da piccoli, quando mi raccontavi
questa storia, io non l'ho mai capita quella bambina.
Volevo cambiare quel che stava accadendo, ma non era
possibile. Mi mordevo la lingua mille volte al giorno. Mi ero
imposta di non esprimere alcun desiderio. Avevo ancora
paura dei desideri. Nina, invece, no. Il suo medico le aveva
ordinato di sospendere i viaggi. Mio fratello aveva resistito
fino al sesto mese di gravidanza. Amava posare la mano su
Nina e sentire il bambino che si muoveva. Senza dirmi nulla,
Nina acquist i biglietti per il sogno del marito. Cominci
a insegnarmi a fargli le iniezioni di antibiotici e di Demerol.
M'insegn come maneggiare la flebo quando aumentava il suo bisogno di liquidi.
Qual  il miglior modo di morire?, chiesi una notte a
Jack. Di solito lo chiamavo al lavoro, ma questa volta lo
cercai a casa. Apparentemente si sorprese di sentire la mia voce, ma mi rispose subito.
Vivendo, disse. Non ci dovette neppure riflettere. Come
se avesse sempre saputo la risposta.
Quando Nina mi propose di accompagnare Ned in California,
la mia reazione fu soprattutto di terrore. Il suo
medico le aveva seriamente sconsigliato quel viaggio a causa
delle sue condizioni di salute. Ma io, di sicuro, non ero
all'altezza del compito. Non ero all'altezza di niente. Mio
fratello se ne stava andando cos in fretta. Adesso usava il
pannolone. Percorreva il tempo a ritroso. A ogni risveglio
si metteva a parlare delle farfalle. Per una volta nella vita,
era questo che voleva... e questa era quella volta. Nina si
era messa d'accordo con un'amica infermiera di Monterey
che ci sarebbe venuta a prendere all'aeroporto di San Francisco;
Eliza ci avrebbe portato a casa sua con un'ambulanza
presa a nolo. La migrazione era gi iniziata, disse a Nina.
Suo marito, Carlos, ci avrebbe accompagnati a Big Sur,
dove le monarca trascorrevano l'inverno. Se necessario, ci saremo arrivati in ambulanza.
E troppo per lui, dissi.
Non  ancora abbastanza, mi rispose Nina.
Aveva quello sguardo di pietra. Era la donna che leggeva
i cento modi di morire. Voleva che mio fratello realizzasse il suo sogno di sempre.
Quella notte mi preparai un cambio per il viaggio. Una
borsa a tracolla, visto che la valigia sarebbe stata piena di
farmaci. Nina noleggi un aereo speciale per il trasporto di
malati. Aveva gi acceso una seconda ipoteca sulla casa.
Avrebbe mantenuto la propria decisione a costo di non
avere mai pi un'altra automobile, di andare sempre a piedi
con il bambino, di mangiare solo riso, di leggere a lume
di candela. Nonostante non potesse venire con noi.
Vedrai le farfalle, annunci a mio fratello la mattina
del giorno stabilito.
No. Lui le sorrise. Non ci credeva. Il suo viaggio a ritroso
nel tempo continuava. Era pi giovane di quella notte
in cui mia madre era morta. Adesso ero io la sorella maggiore.
Ero io la mano da stringere.
Io non posso venire, per il bambino, ma tua sorella ti accompagner in California.
Tu che ne sai?. Mio fratello chiuse gli occhi, esausto anche solo al pensiero.
So che ti amo, disse Nina.
Era in ginocchio accanto al suo letto. Non avevo mai assistito
a un simile atto di generosit. Ned indossava entrambe
le paia di calzettoni che gli aveva mandato Jack.
Alla finestra le campanelle dondolavano al vento. Avevo
avuto torto su tutto. Il viaggio mi terrorizzava.
Non ti preoccupare, disse Nina. Fummo costretti a
portarlo all'aeroporto in ambulanza... e non dovevo preoccuparmi?
Te la caverai.
Se non altro, la sua amica Eliza era un'infermiera. Non
avrei affrontato il viaggio da sola.
Sei ancora convinta? Quando succeder, forse non ci
sarai. Quando se ne andr, intendevo. Ma non riuscivo a dirlo.
Nina mi strinse tra le braccia. Mi rivel un segreto. Ci sar, disse.
Somministrammo a mio fratello la massima dose possibile
di Demerol e salimmo sull'aeroplano. Con noi viaggiavano
due medici del pronto soccorso e cos riuscii a sonnecchiare.
Quando mi svegliai, mi sentii senza peso. Eravamo
circondati da nuvole. A mio fratello avevano attaccato
una flebo che produceva un ticchettio. Mi accorsi che
il ticchettio che avevo avuto nella mia testa da qualche tempo
era scomparso senza che ci avessi fatto caso. Vedevo i
piedi di Ned, i calzettoni che gli aveva inviato Jack. Forse
sospirai. Uno dei medici, un uomo della mia et, mi si sedette di fronte e mi prese la mano.
Sorvolando le Montagne Rocciose, mio fratello era in sofferenza.
Il cielo, punteggiato di pennacchi, era di un azzurro
luminoso come non avevo mai veduto prima. Mi domandai
se in Italia il cielo fosse cos. Tanto azzurro. Tanto
aperto. Fluttuavamo attraverso il tempo e lo spazio. Ma non
desiderai di rimanere l per sempre. Sapevo che quello era
solo un momento. Per essere sicura di esserne capace, feci
a Ned un'iniezione sotto lo sguardo attento degli esperti.
Ecco fatto, disse il medico. Come una vera professionista.
Non volevo fare amicizia con lui, n con l'altro medico, la
giovane donna. Ci che portavo con me occupava gi ogni
angolo della mia mente. Descrissi a mio fratello le nuvole.
Cirrocumuli, precis lui.
Aveva la bocca secca e la dottoressa che viaggiava con
noi gli diede un cubetto di ghiaccio da succhiare.
Ghiaccio, disse lui. Buono. A meno che non sia nella veranda.
Ned e io ridemmo.
Una battuta di famiglia, spiegai ai medici.
Quando atterrammo a San Francisco, Ned dormiva.
L'ambulanza era parcheggiata sulla pista e l ci aspettava
Eliza, l'amica di Nina. Erano cresciute insieme a Menlo
Park, dove erano state vicine di casa. Eliza era l'opposto di
Nina, scura e gioviale, persino mentre Ned gridava di dolore
durante il trasferimento da un mezzo all'altro.
Tra poco sar sistemato in un bel letto, mi rassicur
Eliza. Ti tratteremo bene, disse a mio fratello.
Eliza chiam Nina dalla pista e poi mise il telefono all'altezza
dell'orecchio di Ned. Quando sent la voce di sua
moglie, sorrise. Non so cosa gli disse Nina, ma in qualche
modo riusc a confortarlo e Ned dorm fino a casa di Eliza,
a Monterey, un viaggio lungo e tanto stancante che anch'io
mi addormentai, seduta con la guancia contro il finestrino.
Quando aprii gli occhi, vidi solo verde. Poi il cielo, infine le nubi.
Quasi arrivati, annunci allegramente Eliza.
L'ambulanza si ferm nel suo vialetto. Mi sedetti accanto
a Ned mentre preparavano la barella. Scorsi il marito di
Eliza che veniva a salutare i medici. Altri medici. Quelli
dell'aereo erano scomparsi.
Ho le scatole piene della mia schiena, si lament Ned.
Mi fa un male.
Cos impari ad essere un rompiscatole.
Una battuta vecchia di mille anni. Se la ricord.
Sei tu la rompiscatole.
Credo che Ned abbia levato i piatti da tavola quella
mattina, quando li trov. Credo che li abbia messi nell'acquaio quando comprese perch mia madre ci aveva lasciato la tavola preparata per la colazione. Si comport logicamente in un mondo illogico. Rimise tutto in ordine.
Saltai gi dall'ambulanza in modo che Carlos e i medici potessero trasportare in casa Ned. Quel posto, ovunque fosse, era bellissimo. Socchiusi gli occhi. Un pipistrello.
Dietro gli alberi.
Vai a riposarti, mi consigli Eliza. Ti svegliamo tra
un paio d'ore e dopo sar meglio partire subito.
Era un'infermiera. Aveva capito a che punto era mio
fratello. Aveva capito che stava andandosene rapidamente.
Non ho bisogno di riposare, dissi.
Solo un'ora, insistette Eliza. Poi saremo pronti per partire.
Mi avevano sistemata su un divano letto. Erano gentili e
io accettai la loro gentilezza, anche se probabilmente non
li avrei mai pi visti e mai avrei potuto ricambiarli di tutto questo.
Al risveglio sentii che mio fratello stava parlando con
Eliza. Lei gli chiedeva se voleva mangiare qualcosa come
un passato di mele, un budino alla vaniglia fatto in casa, o cracker ammorbiditi nell'acqua.
No, rispose mio fratello. Non ho pi il fegato. E una battuta. L'hai capita?.
Sentii la risata di Eliza. Mi alzai, trovai il bagno e mi
sciacquai la faccia. Quello era il giorno. Era l'inizio del da
allora in poi. Mi passai la spazzola di una sconosciuta tra i
capelli. Non li avevo cos lunghi dall'et di otto anni. Spaghetti neri. Color corvo.
Entrai nella camera degli ospiti. Mio fratello aveva l'aria contenta. Sembrava una nuvola.
Indovina dove ci troviamo?, mi chiese.
In mezzo al tuo sogno?.
A Monterey, in California, disse mio fratello.
Era ancora tra noi. Era l, con me. Ed ero grata di questo.
Carlos ed Eliza lo portarono al furgone e lo adagiarono
sul sedile posteriore. Un'ambulanza forse non sarebbe stata
in grado di inoltrarsi nella foresta. Mi sistemai sul sedile
anteriore, mentre Eliza metteva la flebo a Ned e gli somministrava
tutte le medicine. Era un altro viaggio, ma non
sarebbe stato altrettanto lungo. Carlos si mise al volante.
Lavorava per il dipartimento forestale.
Cerchiamo di tenere segreto quel che avviene durante questa settimana, spieg. Cos evitiamo di avere un bailamme di turisti. E poi non sappiamo mai esattamente quando succeder. Arrivano alla spicciolata per tutto l'autunno e poi di colpo tutte insieme. Sono dappertutto. Ecco perch  una questione di un attimo. Ma tu sei arrivato in tempo, Ned, disse a mio fratello.
Il percorso non fu molto lungo, ma pieno di curve. Era
il posto pi bello che avessi mai visto. Riesci a vedere fuori?, gridai a mio fratello.
Disteso sulla schiena, vedeva solo il cielo.
Cirri, mi grid.
La sua voce aveva cent'anni. Ma sembrava felice. Quando
ero entrata in cucina, tantissimi anni prima, Ned stava
gettando qualcosa nella pattumiera; impilava i piatti nell'acquaio.
Nostra madre ci aveva lasciato due ciotole piene
di cereali, due bicchieri di succo, le nostre pillole di vitamine,
la zuccheriera, due cucchiai, dei muffin alle more tagliati a met.
Avevo gli occhi pieni di sonno quella mattina, quando
ero entrata in cucina. Mio fratello aveva l'aria di sentirsi in
colpa perch sapeva una cosa che io non sapevo. Sembrava
vergognarsi, come se custodisse un segreto troppo terribile da condividere.
 troppo presto. Torna a letto.
Splendide nuvole lunghe, distese, si muovevano lente
sopra l'oceano. Enormi rocce nere. La strada serpeggiante.
L'odore di qualcosa. Misi la testa fuori del finestrino e
respirai a fondo. L'intensit del qui e ora mi spazzava via.
Ma non espressi alcun desiderio. Niente di pi. Niente di
meno. Ero esattamente dove ero, la testa fuori del finestrino,
il vento in faccia, le lacrime agli occhi. Quel luogo profumava
in modo meraviglioso.
Eucalipti, disse Carlos. E questo che attira le farfalle.
I boschetti di eucalipti.
Avevo perso il senso del tempo. Mi sembrava di aver
viaggiato tutto il giorno e la notte. Era ancora mattina, mi
disse Eliza. Provavo per lei un affetto che non avevo mai
provato per nessuna delle persone che conoscevo da anni.
Tiene duro, mi disse, ma il modo in cui lo disse mi fece
capire che non sarebbe durato a lungo.
Ci fermammo in un parcheggio. Davanti a noi si ergeva
la catena montuosa Santa Lucia. Pi vicino a noi, il monte
Lion. Tutto roccia e alberi. Il mare era di un azzurro incredibile.
Ci trovavamo in un'area per il picnic che, data
l'ora, era deserta. Per una volta la fortuna ci aveva assistito.
Pura fortuna.
Abbiamo lo spettacolo tutto per noi, disse Carlos. E
non c' nemmeno foschia. Un miracolo.
Tutti e tre spostammo Ned sulla barella per portarlo all'aria fresca. Lo seguii poi con la flebo.
Verde, disse Ned.
Era vero. Un boschetto di eucalipti. Un incanto. Come se
il mondo fosse nuovo di zecca. Ci inerpicammo lentamente
lungo un sentiero; si scivolava sugli aghi di pino, attenzione,
attenzione. L'aria era fresca e calda allo stesso tempo: fresca
all'ombra, mentre al sole sapeva di limone. Raggiungemmo
una cresta della montagna. All'inizio pensai che fossero foglie
che cadevano. Tutte quelle cose arancione. Ovunque.
Ma no.
Mi chinai e sussurrai a mio fratello: Non ci crederai.
Uscimmo allo scoperto, sotto il sole, e loro erano ovunque.
Davanti a noi cerano numerosi tavolini di sequoia per
il picnic e su uno appoggiammo la barella. Lentamente.
Guarda, guarda, guarda, esclam mio fratello.
Un turbinio di monarca. Si udivano i battiti delle ali. Allargai
le braccia e loro si posarono su di me, dappertutto;
si appollaiarono sulle mie dita, mi camminavano tra i capelli.
Carlos ed Eliza erano in piedi su una panchina, abbracciati.
Ancora, dissero entrambi e ridendo si strinsero l'un
l'altra, cos che le farfalle roteavano tra di loro.
Impossibile contarle, erano ovunque, migliaia, addormentate,
lente, vorticose. Era il momento culminante della
migrazione ed erano esauste e splendide. Di un arancione
cos intenso da sembrare rubini, rossi, rossi, rossi.
Mi feci prestare il cellulare da Eliza. Non c'era molto
campo, ma quando avvicinai il telefono all'orecchio di mio
fratello, lui riusc a sentire Nina. Sapeva che era lei.
 appena cambiato tutto per la millesima volta.
Dovette fare appello a tutte le sue forze per pronunciare
quella frase. Poi spegnemmo il telefono e aspettammo.
Sentii l'impulso disperato di far cambiare posizione a mio
fratello. Presto, volevo dire, dobbiamo farlo ora. Metti i piedi
al posto della testa. L'inganno finale. Che la Morte ti passi
accanto; che ti sfiori senza prenderti. Per favore, proviamoci.
Ma non lo dissi. Non dissi nulla.
Eliza stacc la flebo poco prima che accadesse. Si sent
un clic e poi fu silenzio. Non avresti mai immaginato che
ci fossero tante farfalle al mondo. Non avresti mai immaginato
che tutto potesse cambiare in un momento. Ma sono
davvero tante e tutto pu davvero cambiare.
Sopra di noi, nubi vorticose, sospinte dalle fredde correnti
d'aria marina. Nembi. Correvano veloci. Volavano.
Buone per risollevare l'animo. Buone per tutto quanto.
Buone per lui.
...
.
...
2.
...
.
...
Nina chiam la figlia Mariposa. Nacque in gennaio, un
giorno senza una nuvola in cielo. Lo notai. Ci stavo attenta
a queste cose. Ero presente quando Mariposa venne al
mondo; fui io a incitare, a dire Respira e Spingi e Oh, mio
Dio, non ho mai visto niente di pi bello. Essendomi presa
cura di lei fin dall'inizio, venni nominata sua madrina e
m'impegnai a farlo per sempre. C'ero tagliata per questo
ruolo, come scoprii. Neanche fosse il mio destino. Rimasi
con loro parecchi mesi, facevo la baby-sitter, davo una mano,
avevo quasi imparato a cucinare, finch Nina fu in grado
di riprendere il lavoro e di mandare la figlia al nido dell'universit,
mentre lei teneva i suoi corsi. Lasciai Giselle
con loro. Era la cosa pi ragionevole da fare. Ormai era
una gatta della Florida. Se l'avessi costretta a posare le sue
zampine sulla neve e sul ghiaccio, avrebbe lanciato alti gridi.
E poi non l'avevo mai considerata la mia gatta, sicch
non stavo cedendo niente di mio.
Il dovere di una madrina  quello di inviare regali, e io
lo adempio. Fin troppo, probabilmente. Ogni anno vado a
trovarle in occasione del compleanno di Mariposa. Quel
periodo dell'anno non mi fa pi disperare,  tornato ad essere
il mio mese preferito. Ho regalato a Mariposa dozzine
di libri di fiabe. I suoi libri preferiti sono le raccolte di Andrew
Lang, con quelle copertine deliziose, pieni di storie
che sembrano illogiche e vere allo stesso tempo. Tutte e
due abbiamo un debole per il Libro Rosso.
Un giorno lessi a Mari la storia prediletta di suo padre,
Comare Morte. Non  affatto divertente, protest lei.
No, non lo , ne convenni. Ma a tuo padre piaceva.
Era uno scienziato, come il dottore.
Non  mica obbligatorio che siano tutte divertenti,
disse lei dopo aver riflettuto. Ma raccontami quella della
bambina che scala una montagna che nessuno ha mai scalato prima.
Non la conosco. So solo quella della bambina che era diventata ghiaccio.
Inventatela. Mariposa aveva un viso serio che mi ricordava
Ned. Ned, che sapeva mantenere i segreti. Ned,
che non aveva mai creduto nella logica assoluta. Ned, nel da allora in poi.
Difficile che io rifiutassi qualcosa a Mariposa. Volevo che
avesse tutto. Cos inventai una storia per lei. Alla fine, venne
fuori una bella storia, migliore di quella che ero solita raccontare
a me stessa. Era la stessa bambina, nella stessa terra
del ghiaccio, ma questa volta, invece di restare ferma e gelare,
le venne in mente di scalare la montagna. Era diventata
pi furba e si rassegnava pi difficilmente. Non appena ebbe
raggiunta la sua meta dall'altra parte della montagna, cominci
a sciogliersi e ne nacque un ruscello azzurro, le cui
acque sono sempre fresche, sempre pure, sempre vere.
L'ultima volta che sono andata a Orlon, ho portato Mariposa
al boschetto di aranci. La bambina, che compiva sei
anni, stava con me mentre Nina insegnava. E cos che vanno
le cose. Il tempo ha continuato il suo corso. In macchina
abbiamo cantato canzoni che credevo di aver dimenticato.
Mariposa risvegliava i miei ricordi. La mia voce sgraziata
le piaceva e mi applaud. Ai miei occhi, ogni suo gesto,
ogni sua parola era preziosa. Dopo tutto, ero la sua
madrina. Apparteneva anche a me.
Quando arrivammo al frutteto, parcheggiai nella stradina
e mi avviai a piedi con Mari. I suoi capelli avevano un
taglio corto, alla maschietta. Nina mi aveva detto che non
voleva lasciarli crescere: detestava l'idea di doverli spazzolare
e fare le trecce e sprecare il suo tempo.
Che bambina intelligente, avevo commentato. Glielo ripetevo spesso.
C' un buon odore, disse Mari mentre ci inoltravamo nel frutteto.
Aveva ragione anche su questo. Il terreno era stato venduto
all'asta e tutti gli alberi erano in fiore. Camminammo
lungo la strada e salutammo con un cenno della mano i braccianti.
Ciao !, disse Mariposa a uno di loro che stava potando i rami. Vivi su un albero?.
A volte pensavo a Lazarus Jones, ma era come una vecchia
storia che avevo ascoltato in un tempo tanto lontano.
Un libro di cui giravo le pagine anche se ne conoscevo gi
la fine. Per quanto ne dica la teoria del caos, a volte funziona
cos. Puoi voltare a destra o a sinistra, ma con certe
cose otterrai sempre la stessa conclusione, l'esito sar sempre
lo stesso. Un giovane che si trovava nel posto sbagliato
nel momento sbagliato, che non aveva paura della morte,
che quando ebbe l'occasione di diventare qualcun altro non pot tirarsi indietro.
La buca era stata riempita con sassi e pietre. Il nuovo
proprietario sperava probabilmente di coprirla con concime
e terriccio, e di recuperare il terreno. Tutti i vecchi alberi
erano stati tagliati. Mi sembr di scorgere un'arancia
rossa su un albero, ma era solo l'effetto della luce del sole
che tingeva di cremisi un frutto.
Il segreto di mia madre era che non aveva mai avuto intenzione
di incontrare le sue amiche. L'enigma che la definiva.
Era il suo trentesimo compleanno. Il mese dell'anno
che detestava di pi. A me era sempre piaciuto, gennaio.
Mi piaceva il ghiaccio. Era splendido, come i diamanti, la
cosa pi brillante al mondo. Mi piaceva scrivere il mio nome
con la punta del dito sulla finestra fredda e annebbiata
della mia camera da letto. Mi piacevano quel cielo nero
e le stelle che parevano pendere pi basse nel cielo. Era
prima che mi tagliassi i capelli, che mi gelassi il cuore, che
mi attribuissi tutta la colpa di quel che era accaduto. Pensavo
al futuro, in quel tempo lontano. Guardavo avanti.
Mia madre aveva un altro piano in mente. Ned non voleva
che lo sapessi, cos nascose i piatti che lei aveva messo
in tavola prima di salire in automobile. Nascose il fatto
che mia madre non aveva intenzione di tornare. Ma forse
io lo intuii ugualmente. Forse glielo lessi in faccia, nella tristezza
dei giorni che precedettero il suo compleanno. Pi
di una volta l'avevo trovata in bagno che piangeva. Nostra
madre non era fatta per vivere da sola e, anche se c'eravamo
noi, lei era sola. Non aveva mai sentito la storia della
bambina che scal la montagna che nessun altro aveva mai
scalato. Non mi era ancora venuta in mente. Non aveva
pi desideri, o almeno cos doveva aver pensato, e l'idea di
un altro compleanno forse l'aveva raggelata. Non le era andato
dritto niente. Tranne noi, forse, e forse per questo ci
aveva preparato la colazione, perch non voleva che ci
preoccupassimo n voleva lasciarci digiuni. Probabilmente
nemmeno ci pens a quanto avremmo sentito la sua
mancanza. Ogni minuto di ogni giorno.
Chiss se l'ultimo pensiero di mia madre fu per noi. I
suoi bambini, a casa, al sicuro. Se il suo cuore si spezz, non
fu a causa del ghiaccio, ma nostra. Ciao, bambini. Io nella
veranda, mio fratello alla finestra, i pipistrelli nelle grondaie
del tetto. Ciao. Ciao. Questo ultimo momento, quell'ultimo
momento. Il da allora in poi. Il cielo che turbinava.
Se avessi saputo del suo piano, avrei inseguito la sua automobile
per chilometri. Ma sarebbe stato inutile. Aveva
gi preso la decisione. Per un ultimo istante ebbe cura di
noi affinch al nostro risveglio non avessimo fame. Quando
vide il ghiaccio probabilmente pens di essere stata fortunata.
Forse fu quello il suo ultimo desiderio. Un po' di
fortuna, per una volta nella vita. Quella vita di cui aveva
abbastanza. Quando si chin per salutarmi con un bacio,
forse lo percepii nella sua voce. Disse: Ciao, mia dolce bambina.
Pi facile accusare me stessa che pensare che aveva
potuto lasciarci cos. Se adesso tornasse, sono sicura che
saprebbe chi sono, mi riconoscerebbe ancora.
Adesso dirigo l'ufficio informazioni della biblioteca di
Red Bank. Sono tornata al punto di partenza. Abito in
una cittadina del New Jersey. Al lavoro non salto mai un
giorno e guido con cautela. In autunno faccio controllare
le gomme della macchina, in modo che siano pronte per
affrontare l'inverno. Ho contato trentadue colori del ghiaccio,
dall'indaco allo scarlatto. Saranno i preparati chimici
che cospargono sulle strade perch non si gelino, o il
modo in cui la luce filtra attraverso gli alberi spogli, o forse
sono semplicemente pi sensibile ai colori della maggior
parte della gente. Nella nostra casa le stanze sono tutte
di diverse sfumature di rosso: rubino, scarlatto, ciliegia.
Alcune persone le trovano tutte uguali, ma le tonalit non
potrebbero essere pi diverse, come il bianco dal nero.
Secondo Jack, io vedo quel che voglio vedere e sento quel
che voglio sentire, e non c' modo di fargli cambiare idea.
Vernicia il soffitto di rosso, se  quello che vuoi. Sar una
sorpresa per lui quando e se lo far. Le sorprese, si direbbe,
non lo sconvolgono. Quando tornai dalla Florida, in
macchina con me c'era Harry, il terranova. Dopo essere
andata in pensione, Frances era partita come previsto per
la Francia, e in fondo io sono sempre stata quella che adotta le bestiole.
Hai trovato un orso per strada?, mi chiese Jack quando feci scendere Harry dall'automobile.
Ho trovato te, gli risposi.
Stai cercando di adularmi perch non mi accorga di
quanto  gigantesco quel cane. Jack si era messo a ridere.
Occuper mezzo soggiorno.
Fine della discussione. Jack fischi al cane. Aveva fiducia
in me e nelle mie scelte. Non ne abbiamo mai pi discusso.
Questo  ci che so, la sola e unica cosa. Il modo migliore
di morire  mentre stai vivendo, persino qui in New
Jersey. Persino per una come me. Ti metteresti a ridere se
sapessi quanto tempo ho impiegato a capirlo, mentre tutto
ci che dovevo fare era passare dall'altra parte della
montagna. Quando, nelle sere d'inverno, raggiungo la mia
automobile nel parcheggio, noto sovente dei pipistrelli,
una nuvola nera nel cielo che si rabbuia. E un conforto per
me. Mi fanno sentire che non sei cos lontano. E pensare
che un tempo ne avevo paura. Correvo via a nascondermi.
Adesso mi fermo a guardare in alto. Non importa che tempo
faccia, il freddo non mi ha mai dato fastidio. Spero di guardare il da allora in poi. Spero di guardare te.
...
.
...
FINE.